Dopo il "romanzo-ballata" Qualcosa sui Lehman, Stefano Massini è tornato in libreria con "L’interpretatore dei sogni", testo su cui si sofferma in un'approfondita intervista a ilLibraio.it, nel corso della quale si parla, ovviamente, anche di teatro, e in generale del ruolo dell'arte

“Senza sogno non c’è l’uomo”. Ne è convinto Stefano Massini che nel suo ultimo romanzo, L’interpretatore dei sogni (Mondadori), scomoda Sigmund Freud, reinventandolo e rispondendo all’annosa questione di come si possa decriptare un’esperienza onirica. Il drammaturgo e scrittore fiorentino, classe 1975, ricostruisce passo per passo l’elaborazione di un metodo, usando i sogni come veri e propri “casi” che il padre della psicanalisi risolve come se fosse Sherlock Holmes, con la capacità di deduzione e intuizione propria dei più grandi detective della storia. “Perché i sogni sono come romanzi gialli: spazi bui su cui occorre fare luce”.

Stefano Massini

DAL ROMANZO AL TEATRO. Un romanzo che dal 23 gennaio all’11 marzo rivivrà al Teatro Strehler di Milano come Freud o l’interpretazione dei sogni per la regia di Federico Tiezzi, ma con le debite differenze: “Ho voluto che il libro e lo spettacolo avessero due titoli distinti – ci ha spiegato l’autore – perché tengo molto ai dettagli e la forma è sostanza. Si tratta infatti di due testi differenti. Alcuni casi presenti nel libro, sono risolti in modo diverso nello spettacolo perché è il mezzo a cambiare. Come accadde per la Lehman Trilogy, non sarebbe possibile trasporre a teatro tutto questo materiale”.

Stefano Massini

PER UNA NUOVA EPICA. Qualcosa sui Lehman (Mondado­ri, 2016) è stato una delle sorprese dello scorso anno, nella sua forma di romanzo-ballata, aggiudicandosi il premio Selezione Cam­piello e il Super Mondello, inserendosi in un periodo felice per i romanzi in versi come ha scritto Mario Baudino su ilLibraio.it. La versione teatrale che ne è tratta – in Italia l’ultima regia di Luca Ronconi – è stata rap­presentata in tutto il mondo ed è in cartellone al National Theatre di Londra per la regia del premio Oscar Sam Mendes.

Vincitore di numerosi pre­mi della critica tra Francia, Italia, Germania e Spagna, nel 2015 Stefano Massini è stato scelto come consulente artistico del Piccolo Teatro di Milano. Dal Trittico delle gabbie a Donna non rieducabile, da 7 minuti (divenuto anche un film diretto da Michele Placido) a Lehman Trilogy fino ai numerosi adattamenti, da ultimo la drammaturgia del Nome della rosa di Umberto Eco, la volontà di sondare l’animo umano e le storie della contemporaneità come una nuova epica lo rendono lo scrittore italiano più rappresentato nei palcoscenici di tutto il mondo. Per ilLibraio.it in questa intervista Massini ha ricostruito l’origine del suo ultimo lavoro e ha spiegato cosa significhi per lui la letteratura.

Stefano Massini

Lei ha definito Freud come un novello Prometeo e L’interpretazione dei sogni come una nuova Bibbia, il classico della contemporaneità. Perché ha scelto questo testo?
“Perché secondo me è un’opera che investiga il non detto. Oggi viviamo in una dimensione molto pubblica a partire dai social network, dove troviamo la rappresentazione esterna di noi. I sogni raccontano invece la versione sotterranea, quella nascosta. E questo li rende così potenti e interessanti. I sogni sono in qualche modo il nostro ripostiglio”.

In che modo?
“Usualmente quando invitiamo qualcuno a casa, lo facciamo accomodare in salotto o in sala da pranzo, i luoghi in cui tendiamo a mettere tutto ciò che vogliamo che gli altri vedano di noi: i quadri che ci piacciono, le fotografie che abbiamo care. Poi in ogni casa c’è il ripostiglio: quella parte dove non facciamo entrare gli ospiti, ma dove teniamo quello che è vitale ed essenziale per il mantenimento dell’abitazione stessa. Una casa potrebbe fare a meno del salotto, ma non del ripostiglio. Ed ecco il perché dei sogni”.

Ciò che viene celato è dunque più importante di qualsiasi post o tweet?
“Nella nostra società l’asticella è posta progressivamente sempre più in alto. Siamo costantemente in competizione e sottoposti a un complesso di inferiorità. Questo tipo di disagio che viviamo sulla nostra pelle va a finire da qualche parte. E, dice Freud, questa altra faccia della medaglia sta nel sogno. Il sogno è un grido d’allarme nel quale raccontiamo il nostro senso di incapacità di stare al passo di ciò che avviene”.

In quest’ultimo periodo sono usciti diversi testi che in qualche modo hanno a che fare con l’esperienza onirica: dal pretesto narrativo come nei romanzi di Tom Drury (A caccia nei sogni, NN Editore), Vanni Santoni (L’impero del sogno, Mondadori), Mario Vichi (Nel più bel sogno, Guanda), Fabio Deotto (Un attimo prima, Einaudi) e del premio Pulitzer Michael Chabon (Sognando la luna, Rizzoli) a diversi saggi tra cui quello di Maurizio Bettin, Viaggio nella terra dei sogni (il Mulino). C’è quindi una necessità di usare il sogno come espressione di quello che stava dicendo.
“Sì, è vero. Credo sia dovuto dal fatto che oggi sembri tutto molto detto e che si voglia esternare tutto. Si dice che questa sia l’età della comunicazione. È vero, è tutto messo in comune. Se fosse vero, allora non ci dovrebbe essere bisogno di sognare. Invece non è così. Perché quello che comunichiamo è solo la superficie, lo strato più epidermico. È chiaro che c’è tutta una gamma di emozioni e urgenze che rimangono profondamente nostre e che non condividiamo affatto. Ecco, il sogno si abbevera di queste cose”.

Pensa che le persone continuino a sognare?
“Ne ho le prove. Appena è uscito il libro io e l’editore abbiamo raccolto i primi pareri e ci ha colpito molto sentire che nella gran parte dei lettori questo romanzo ha scatenato un’attività onirica. Le persone, dopo aver letto il libro, sentono cioè di sognare di più. Ne ho parlato con un amico psicanalista, il quale mi ha detto che è una reazione molto credibile”.

Come mai?
“Se leggiamo un libro che narra in forma di romanzo, e quindi accessibile, della possibilità di comprendere i sogni e di dargli un valore, quello che accadrà dopo è che i lettori verranno rassicurati sul fatto che si possa cercare di capire quella parte di noi stessi che generalmente consideriamo ‘insensata’. Probabilmente non è il libro a scatenare un’attività onirica: sono le persone che si ricordano i sogni. Aver alimentato il principio che sia possibile dare credito a una parte nascosta di noi, è per me la migliore gratificazione”.

Freud o l’interpretazione dei sogni

Avere le chiavi di interpretazione di ciò che avviene nei sogni è una porta d’accesso alla nostra interiorità. Per farlo ha scelto il genere del giallo. Come mai questo connubio Freud-Sherlock Holmes?
“Proviamo a chiederci perché il giallo è sempre stato uno dei filoni più proficui e fertili per la produzione letteraria e non solo. Prendiamo un mito caro anche a Freud: Edipo. È il primo grande giallo della storia. Chi sta portando la peste? Chi ha scatenato la maledizione sulla città di Tebe? Chi ha ucciso il padre e sposato la madre? È un giallo, in tutti i valori possibili. Il giallo riproduce in termini letterari quella che è una condizione esistenziale dell’essere umano: la ricerca. La ricerca di un colpevole, di un responsabile, di un chiarimento su qualcosa che è avvolto dall’oscurità. Il giallo fondamentalmente è questo, da Edgar Allan Poe ad Arthur Conan Doyle. Il giallo è la ricerca di luce su ciò che è buio”.

E il sogno come si inserisce?
“Il sogno è un enigma cifrato che noi abbiamo nella nostra mente tutte le notti e al quale possiamo cercare di dare un senso, partendo dall’esame e dall’analisi di ciò che stiamo vivendo e di ciò che vorremmo vivere. La vita vissuta e la vita voluta: questi sono i due piani che in Freud subiscono progressivi avvicinamenti e drammatici allontanamenti. Nel sogno viviamo il dramma della vita voluta e non vissuta. Il punto è che la vita voluta e non vissuta è tuttavia vivibile. E questo crea il problema. Perché io non posso vivere la vita che vorrei? In questa intercapedine tra il vissuto e il voluto, ma anche fra il vissuto e il vivibile, si colloca tutta l’esperienza del sogno con il suo grande giallo, la sua zona d’ombra su cui vorremmo far luce”.

E lei con questo libro aiuta il lettore ad interpretarlo.
“Sì, ma questo non è un libro sulle tecniche psicanalitiche. È una grande inchiesta sulla condizione umana. Ogni capitolo corrisponde più o meno a un caso. Alcuni di questi casi sono, secondo me, di straziante umanità: si ha a che fare con qualcuno che vive una vita che non vorrebbe vivere e che solo di notte, nella dimensione onirica, riesce a sfiorarla”.

Lei ha la capacità di affrontare importanti tematiche, incarnandole. Ed è quello che ha sempre fatto anche attraverso il teatro…
“Sono convinto che la letteratura non debba mai essere una forma di compiacimento, ma qualcosa che serve a chi la legge e a chi ne fruisce. Che differenza c’è tra una persona che legge e una che non legge? Non è tanto il fatto di avere una padronanza culturale o una finezza intellettuale maggiori o minori. Credo che la profonda differenza stia nel fatto che il lettore vive meglio. E vive meglio perché ha la possibilità di servirsi di innumerevoli vite altrui che ha conosciuto nei libri per migliorare la propria e per compiere più adeguatamente le scelte che l’esistenza gli pone davanti. Penso che la letteratura abbia questa funzione ed è quella che mi prefiggo quando scrivo”.

Anche quando ha scritto sui Lehman.
“Certo. Se scrivo dell’evoluzione della banca Lehman, non lo faccio per far conoscere l’economia a chi non ne sa nulla. Lo faccio perché sono profondamente convinto che comprendendo la storia del rapporto dell’uomo con il denaro, si possa vivere meglio la propria condizione di persone che quotidianamente ci hanno a che fare. Mi fa sorridere quando mi dicono che l’economia è una cosa lontana. È come se dicessimo che, visto che il linguaggio dei medici è complesso, allora tutto ciò che ha a che fare con la medicina non ci riguarda. È una pazzia. La medicina salva le persone. E anche l’economia. In questo caso l’operazione l’ho fatta con la psicanalisi. E l’ho studiata tanto, per diversi anni”.

Da oltre sette anni, giusto?
“Sì, sette anni fa a Brescia ho tenuto per la prima volta un seminario sull’Interpretazione dei sogni e il suo rapporto con la letteratura e con il teatro. Ne sono seguiti altri in tutta Italia. Questo romanzo parte da lontano”.

Il concetto stesso di interpretazione coinvolge non solo il testo di Freud e dunque i sogni, ma il lavoro che lei ha compiuto su questo caposaldo. Umberto Eco definiva questa operazione proprio una interpretazione. Lei come si è mosso?
“Sono del parere che ogni opera sia un sistema di segni. Nel caso di Lehman, ho scritto in modo totalmente autonomo perché non c’era niente prima. In questo caso c’era un saggio, e di grande rilevanza, ma alla fine era un pretesto. Come dice lo stesso Freud, alla fine noi parliamo sempre di noi stessi. Ci illudiamo di parlare di altro, ma poi discutiamo sempre di cose che ci riguardano. Non è un caso che la nostra conoscenza di ciò che ci sta intorno sia una falsa conoscenza. Quello che a noi sembra nuovo, in realtà esiste già. Noi conosciamo le cose perché esse in qualche modo occupano uno spazio dentro la nostra conoscenza che era precedente”.

Avviene anche coi libri?
“Coi libri e con l’arte in generale. Noi usiamo sempre le opere per trovare noi stessi al loro interno. Ed è ciò che ho fatto con questo testo. La mia non è stata un’operazione di rielaborazione. Io l’ho sognato per poi riassemblarlo e ricrearlo per conto mio. Infatti molte delle esperienze oniriche presenti nel romanzo sono analizzate col metodo freudiano, sì, ma sono mie. Ho ideato dei patchwork, delle specie di abiti di Arlecchino, confondendo volutamente i sogni raccontati da Freud con sogni miei. È quindi un’operazione totalmente libera e arbitraria. E non a caso si chiama romanzo”.

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Venendo a Qualcosa sui Lehman, in quella circostanza lei ha scelto la forma del romanzo-ballata. La commistione di stili e di generi come è nata in quel caso?
“Ho sempre scritto in quel modo. Ho sempre voluto sondare e testare forme altre di scrittura perché penso che per ogni opera ci sia uno stile proprio. Dovremmo sempre adottare forme diverse di scrittura perché diverso è l’argomento. In Qualcosa sui Lehman ho voluto optare per una specie di epica moderna, che servisse a raccontare questa traversata nel tempo di eroi che soltanto poi, per incidente, si rivelano i fondatori di una banca. La banca rappresentava per me ciò che era il vello d’oro per gli Argonauti: fa parte di un’impresa che a me interessava narrare nelle sue implicazioni epiche. E un’epica della contemporaneità può essere raccontata solo usando uno stile totalmente epico”.

Infatti in esergo si legge: “Camminiamo sul crinale scosceso / dove la Storia diventa Leggenda / e la Cronaca svapora nel Mito. / Non cercheremo la verità dei fatti fra le favole, / così come non la cerchiamo nei sogni. / E se ciascuno degli uomini potrà ben dire un giorno / d’essere nato, d’aver vissuto e d’esser morto, / non tutti potranno dire d’esser divenuti una metafora. / Trasformarsi è tutto”.
“È una riflessione tratta da una raccolta di citazioni ebraiche. L’ebraismo sente molto il tema di come camminiamo e dove andiamo. I concetti di storia, mito e leggenda. Quello di metafora e di trasformazione. Mi piaceva inoltre che fosse una citazione anonima, come una specie di voce che proviene dal passato degli uomini e a cui è difficile dare un nome”.

Questo libro ha avuto successo: ha vinto il Super Mondello e si è classificato secondo al Campiello. Rispetto ai premi letterari e a un’eventuale candidatura allo Strega con L’interpretatore dei sogni, come si pone?
“È difficile rispondere. Sono del parere che certe cose nascano nel momento in cui devono nascere. Sono abbastanza estraneo ai meccanismi della narrativa e persino l’esperienza del Campiello l’ho vissuta con estrema pace perché ero una specie di oriundo che entrava in mondo che non conosceva, se non molto poco. Se questa cosa succederà, la accoglieremo. Prima di allora è prematuro sbilanciarsi”.

Degli autori contemporanei, chi le piace leggere?
“In questo momento David Grossman. Lo stimo e lo amo molto per il suo rapporto con la realtà e per la sua grande umanità”.

Qualcosa sui Lehman rievoca lo stile di Caduto fuori dal tempo (Mondadori, 2013) di Grossman.
A testimonianza di quanto un autore faccia propri gli stilemi dei libri che gli sono entrati dentro, anche in maniera inconscia. E, come accade nei sogni, riaffiorano.

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