"Giorni selvaggi" di William Finnegan è ormai un libro di culto. Racconta il surf, pratica anarchica e solitaria per definizione, che rappresenta una "religione" per chi lo pratica. Definirlo uno sport è infatti a dir poco riduttivo. Non solo: il surf sembra diventare uno strumento per l’inclusione sociale di minoranze e l’empowerment femminile...

Per capire e raccontare il surf talvolta può non bastare una vita intera: è la netta percezione che si ha nel leggere il libro di William Finnegan, Giorni selvaggi. Una vita sulle onde (66thand2nd), premio Pulitzer 2016 per la sezione autobiografia.

Il racconto di una vita che è un pretesto per scrivere uno dei testi più completi e sorprendenti sul surf mai scritti (e non sono pochi). Definire il surf uno sport è a dir poco riduttivo, perché rappresenta in realtà ricerca ed espressione di un’intera cultura, a metà tra la terra e l’oceano, sempre in equilibrio sulla superficie dell’acqua. Rappresentato in ogni forma e stile narrativo (film, documentari, servizi fotografici e molti romanzi), proprio per questo motivo è più un’estetica che affascina le masse che un’attività diffusa, il cui numero di praticanti è una minoranza esigua: a renderlo un’attività elitaria è proprio il fatto che richieda uno stile di vita totalizzante. Insomma uno sport più raccontato, idealizzato e romanzato che praticato.

Giorni selvaggi

William Finnegan, classe 1952, firma da oltre 30 anni del New Yorker di saggi di politica, guerra e razzismo, ha raccolto nelle 496 pagine del suo memoir un’intensa vita passata all’inseguimento delle onde. Passando da un contesto culturale all’altro, ovunque ci sia uno sbocco sull’oceano, dalla California, alle Hawaii, passando per l’Australia, fino in Sudafrica, alla ricerca delle onde migliori, ma soprattutto alla ricerca di una direzione. Il surf è come una religione e chi lo pratica è un fedele che necessita di una comunità (e di un senso di comunione) attorno al proprio culto. “Un giardino segreto”, come lo definisce lo stesso Finnegan, in cui entrare è difficilissimo, per via dei suoi rituali e della chiusura dei suoi praticanti, ma che permette, una volta inseriti, di trovare la propria famiglia. Il processo che ha portato lo scrittore a produrre il libro, lungo più di venti anni, è partito dalla raccolta delle lettere che nella giovinezza aveva spedito agli amici, e che aveva poi richiesto indietro, per questo lento lavoro giornalistico di “fact checking” sulla memoria. Un lavoro triangolare, quello della memoria per uno scrittore che affronta il fardello del lavoro autobiografico, con ai vertici lo scrittore stesso, gli amici e le onde. Secondo Finnegan, a fare un buon surfista è proprio la memoria, quella dei luoghi e delle onde, che permette di individuarne la natura e di cavalcarle in maniera ottimale.

surf

I “barbarian days” del titolo originale fanno riferimento a quelli puri e originari, prima dell’arrivo dei coloni inglesi in Polinesia, dove il surf era l’attività praticata dagli abitanti e descritta come una sorta di culto pagano, e sono allo stesso tempo quei giorni della vita di Finnegan in cui il surf ne era la ragione portante. Non tutti sanno che proprio uno scrittore, Jack London, fondò nell’isola di Oahu, Hawaii, il primo club di surf. Forse uno dei primi passi della lenta e inesorabile corruzione del surf, della sua “appropriazione culturale” da parte dei bianchi colonialisti e in seguito, dopo che si è affermato nelle comunità più rivoluzionarie della California negli anni ‘70, della sua commercializzazione odierna. Processo in cui si inserisce anche l’ingresso del surf tra le discipline olimpiche di Tokyo 2020, lo scorso luglio, insieme al “cugino” skateboard. Lo stesso Finnegan aveva espresso la sua posizione contraria a questa decisione, in un accorato articolo pubblicato sul New York Times. “Surfa per amore, non per l’oro”, nel senso di quello olimpico, innanzitutto perché il surf dispone di un sistema molto discusso di affiliazione e di “censimento”, non esistendo delle vere e proprie federazioni nei vari Paesi. Proprio perché legato alla presenza di spot adeguati con sbocchi sugli oceani, spesso non disponendo nemmeno di strutture particolari. Il surf è una pratica anarchica e solitaria per definizione, per quanto possa contribuire alla costruzione di forti comunità locali, ognuno è da solo in acqua, avversario di tutti per catturare l’onda migliore. Perciò anche i metodi di giudizio e valutazione risultano molto soggettivi e dipendono dal tipo di onda, che può permettere prestazioni migliori o peggiori. Rendendolo una disciplina olimpica, Finnegan afferma, si espone il surf al grande pubblico, andando così a sdoganarlo e, inevitabilmente, a richiamare persone che con lo spirito del surf non hanno niente a che fare. È la commercializzazione tanto odiata da chi appartiene a una qualsiasi sottocultura, e in questo caso il surf assomiglia ai tanti ambienti di musicisti, artisti e addetti ai lavori che fanno della purezza un elemento irrinunciabile. Per questo e per tanti aspetti il surf, a detta dello stesso Finnegan, assomiglia più alla danza che allo sport.

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I Giorni selvaggi della biografia di Finnegan sono quelli della coming-of-age, della formazione e di un’ossessione felice, il surf, un modo di stare al mondo e al tempo stesso di fuggire da esso, che modella la vita dello scrittore e la accompagna fino a quando, arrivato in Sudafrica nel 1980 per insegnare in una black high school, scopre delle tensioni razziali e della violenza dell’apartheid. Una scoperta che risveglia la coscienza sociale dell’autore e gli fa capire l’importanza del giornalismo nel documentare la realtà, dandogli finalmente una direzione che il surf sembrava non soddisfare a pieno. Ricerca intellettuale e fisica che in questa attività a volte sono in conflitto, sembrano alla fine riconciliarsi per Finnegans nell’impegno civile della scrittura, di cui questo libro è perfetto esempio. Sempre più il surf sembra diventare uno strumento per l’inclusione sociale di minoranze e l’empowerment femminile: i due progetti Waves for change in Sudafrica e The Wahine project negli Stati Uniti si propongono rispettivamente di migliorare l’inclusione di comunità di bambini e adolescenti in condizioni di povertà e marginalizzazione e di supporto per ragazze che vogliono praticare il surf senza essere discriminate per il loro genere.

 

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