Stefano Petrocchi ricorda il linguista Tullio De Mauro, direttore della Fondazione Bellonci dal 2007 al 2013, poi Presidente fino alla morte, avvenuta nel gennaio 2017

Qui i seguito un estratto dall’intervento di Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, pubblicato in una versione più ampia in AA. VV., Tullio De Mauro, a cura di Stefano Gensini, Maria Emanuela Piemontese, Giovanni Solimine, Maestri della Sapienza, Sapienza Università Editrice, Roma 2018.

di Stefano Petrocchi

L’edizione 2009 del Premio Strega sarà ricordata come una tra le più accese nella storia del riconoscimento letterario. Le polemiche divamparono fin dall’inizio della primavera per proseguire ben oltre l’elezione del vincitore, avvenuta come di consueto ai primi di luglio. Intervenendo per il Corriere della sera un editore descriveva così l’impegno di Tullio De Mauro alla guida dello Strega: “è un intellettuale, un professore che vive questo compito con un certo distacco”. Da due anni il linguista aveva assunto la carica di direttore della Fondazione Bellonci, l’istituzione che promuove il premio, ed è in effetti con oggettivo distacco che era solito definire lo Strega ora come il premio italiano con il più alto numero di menzioni su Google, ora – con una similitudine derivata da G.K. Chesterton – come “una bottega di antico credito”.

Non era la prima volta che citava lo scrittore inglese. Gli era già capitato in un articolo dedicato all’istituzione delle università europee. Gli atenei storici del vecchio continente, scriveva De Mauro, sono anch’essi assimilabili a una “bottega di antico credito”, sono cioè strutture “di lunga durata” con una loro “naturale consistenza autonoma”. Credo che nella sua visione lo Strega dovesse avere le stesse caratteristiche: continuità, solidità, indipendenza. Senza contare che con la sua giuria “vasta e democratica” – composta da scrittori, critici, studiosi, artisti, cineasti, giornalisti – anche il premio, come l’università, contribuisce al progresso culturale del Paese incidendo sui non esaltanti indici di lettura degli italiani.

Va detto che l’aspetto più propriamente letterario del lavoro della giuria – la questione del canone: quali testi della produzione corrente meritano di essere tramandati ai lettori di domani? – sembrava assillare meno De Mauro. La definizione di un canone, osservava, attiene al tempo lungo della ricerca piuttosto che ai ritmi serrati di un premio che pure ha nel suo albo d’oro autori ormai classici come Pavese, Morante, Tomasi di Lampedusa, Ginzburg, Eco. Richiamava a questo proposito un celebre brano in cui Benedetto Croce ammonisce chi voglia fare esercizio della critica a tenersi lontano dal “clamore del volgo”.

La missione del premio, per De Mauro, coincideva piuttosto con la costruzione di un ininterrotto rapporto di fiducia con i lettori. Nel 2011, presentando per Il Sole 24 Ore i volumi della collana dei Premi Strega, ebbe a ricordare a proposito della vittoria nel 1959 del Gattopardo come “da pochissimi anni i lettori di libri (allora poco più del 20% della popolazione) non prediligevano più autori stranieri, ma optavano per gli italiani, Guareschi, Moravia, Pavese e i vincitori dello Strega. Le cronache ricordano che furono sessantamila i lettori di Tomasi già tra l’inverno del 1958 e la primavera del 1959 prima ancora che si cominciasse a parlare della possibile presentazione del romanzo al Premio Strega”. Sarebbero diventati di lì a poco oltre centomila.

Negli anni della ricostruzione e del boom economico lo Strega scopre e in qualche caso crea un pubblico per la narrativa contemporanea, incoraggiando gli italiani a leggere il proprio presente nello specchio offerto dai romanzi premiati. Con le parole dello studioso: “di quasi tutti quei libri, possiamo dire che in essi e con essi l’Italia in crescita si rivelava a sé stessa, nelle sue contraddizioni e amarezze, nelle sue speranze”.

Del resto la capacità di entrare in contatto profondo con il più ampio numero di lettori sembra essere per De Mauro il tratto riassuntivo della grande letteratura. Lo afferma in occasione di un evento pubblico che nel 2006 celebra il doppio anniversario dello Strega, giunto alla sessantesima edizione, e dell’Assemblea costituente, eletta con il referendum del 1946. Nel redigere la motivazione del riconoscimento straordinario assegnato alla nostra Costituzione, De Mauro scrive che è “un’alta tensione espressiva”, una tensione certamente “non fine a se stessa”, a consentire alla carta costituzionale “di parlare per tutte e a tutte le coscienze, come sanno fare le opere più alte della nostra letteratura”.

Sarebbe troppo lungo elencare le iniziative che sono state promosse da Tullio De Mauro allo scopo di favorire la diffusione dei libri in concorso presso fasce di popolazione sempre più ampie e diversificate, come l’istituzione del Premio Strega Giovani (2014), che ogni anno coinvolge nella lettura delle opere selezionate centinaia di studenti delle scuole secondarie superiori, e del Premio Strega Ragazze e Ragazzi (2016), dedicato alla letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, assegnato anche qui da una giuria di lettori giovanissimi (tra i 6 e i 15 anni).

Di fronte, infine, alle discussioni che da sempre accompagnano il premio, “forse per la sua importanza, forse per gli effetti che ha sulla diffusione delle opere in concorso”, scrive Giovanni Solimine, succeduto alla presidenza della Fondazione Bellonci, De Mauro ha operato “con la misura e la sobrietà, ma anche con la determinazione, che gli erano proprie”, introducendo alcune modifiche di regolamento utili a tutelare il percorso in gara dei libri pubblicati da case editrici medio-piccole e ad ampliare la platea dei votanti, includendo nella giuria quote significative di lettori indicati da università, librerie e istituti italiani di cultura all’estero.

Tutto ciò ben sapendo che le polemiche non sarebbero cessate, anzi con la speranza che continuassero “per altri cento anni”, auspicava. E con la consapevolezza che lo Strega è stato, è e continuerà a essere afflitto dagli stessi mali della democrazia: “la peggiore forma di governo”, diceva con un altro celebre inglese, Winston Churchill, “eccezion fatta per tutte le altre sperimentate finora”.

 

 

 

 

 

Commenti