Nell’arco di pochi mesi, due libri di taglio non accademico, un romanzo biografico e una attenta biografia critica, ripropongono la figura di Ugo Foscolo, che sembrava definitivamente consegnata, non da ieri, alla sua bibliografia sterminata, agli studi, all’accademia e alla scuola, avvolta senza dubbio da un certo silenzio militante...

Il Basetta, a quanto sembra è tornato. A sorpresa. Nell’arco di pochi mesi, due libri di taglio non accademico, un romanzo biografico e una attenta biografia critica, ripropongono la figura di Ugo Foscolo, che sembrava definitivamente consegnata, non da ieri, alla sua bibliografia critica sterminata, agli studi, all’accademia e alla scuola, avvolta senza dubbio da un certo silenzio militante. Ma leggendo Ugo Foscolo, imprese, amori e opere di un ribelle, di Giorgio Leonardi (Edizioni della Sera) e Forsennatamente Mr Foscolo di Luigi Guarnieri (La Nave di Teseo), la domanda viene spontanea: chi è oggi il poeta esaltato poniamo dal De Sanctis e sbeffeggiato da Carlo Emilio Gadda, che oltre a coniare l’ingeneroso nomignolo (tutto considerato, nell’Ottocento basette, basettoni e favoriti erano imponenti ed equanimemente diffusi sulle guance di ogni gentiluomo) ha infierito non poco? In Accoppiamenti giudiziosi il personaggio di Giuseppe Vernavaghi si consola del mal di vivere leggendo i Sepolcri, e dando modo all’autore di esibirsi in parodie e sarcasmi sull’esule morto quarantanovenne per “cirrosi epatica volgare” oltre che sui debiti contratti a scapito della figlia Floriana.

In Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo il poeta viene eletto a emblema di ogni fanatico e superficiale turgore, per certi aspetti antenato del “mascellone” di Eros e Priapo, e in questo senso pienamente nel solco della condanna gramsciana che imputava com’è noto ai Sepolcri la fonte delle retorica “moderna”, vale a dire fascista e bellicista. All’opposto, la celebre definizione ottocentesca del critico napoletano quando lo ergeva a simbolo tutto italiano del poeta da giovane: “Voi vi maravigliate che la gioventù italiana ammiri Ugo Foscolo! Eh mio Dio! Ugo Foscolo non rappresenta per noi alcun sistema politico, alcun ordine regolato d’idee. Egli è stato un’espressione poetica de’ nostri più intimi sentimenti, il cuore italiano nell’ultima sua potenza”.

Sarebbe facile, oggi che rispetto ai “cuori italiani” e alla passione risorgimentale lo scetticismo fa a gara con lo sciovinismo, concludere che si tratta in entrambi i casi di caricature. Perché se Foscolo non è in nessun modo il Basetta né si può ragionevolmente ridurre al “narcisismo da torero” che – nella testimonianza di Alberto Arbasino – gli rinfacciava un sempre più iperbolico Gadda (questa volta in L’ingegnere in blu), a onta dei suoi ritratti e autoritratti poetici, e del suo debito con Alfieri, lui sì basettone impenitente e forse leggibile con scarsa empatia, a eccezione della Vita, è ben vero che allo stesso modo non può essere più l’eroe pubblico e politico di una gioventù “patriottica” – quella è svanita davvero nei gorghi della storia per ripresentarsi da qualche tempo sulla scena, semmai nella estrema degradazione del sovranismo patriottardo e qualunquista.

Foscolo, però, in qualche moda, resta. Resta uno di quegli “écrivains de combat” che hanno segnato il loro tempo, prendendo a prestito qui la definizione che fu usata per Stendahl, autore in apparenza molto più vivo nella coscienza dei lettori anche se tutto sommato da lui non troppo dissimile; e pure in questo caso, per nemesi storica, un écrivain combattente non del tutto estraneo al genere tribunizio che pure miete successi nella nostra contemporanea situazione editoriale. Resta, e dunque ritorna. Forse è soltanto un caso, forse il riemergere di una sensibilità che all’eroe negativo novecentesco ricomincia a preferire, o almeno a riscoprire, l’eroe ribelle. Che il poeta di Zante lo sia stato non c‘è alcun dubbio.

Guarnieri e Leonardi ricostruiscono bene l’avventura di un narcisista magari sempre eccessivo, di un Don Giovanni compulsivo che conquistava le signore minacciando immancabilmente quantomeno il suicidio in caso di diniego, insomma che non stava mai zitto e su questo terreno tendeva a non attirarsi grandi simpatie: aggiungiamoci pure di un dilapidatore di patrimoni, piccoli e grandi (quasi sempre piccoli), e tuttavia di un uomo, prima ancora che di uno scrittore, incapace costituzionalmente di piegarsi ai sistemi di potere, agli accomodamenti sociali o politici. Ma anche di uomo ostinatamente libero. Quando ripara in Inghilterra, dove morirà povero e per propria scelta solitario, autoesiliato socialmente persino nell’esilio politico, nel 1827, ha un gran nome come scrittore, e protettori importanti; la sua vita a Londra è però quella di un D’Annunzio sfortunato. Dilapida la non cospicua eredità della figlia Floriana (ma sarà poi stata davvero sua figlia?) per costruirsi un villino a suo modo sontuoso, litiga con gli editori, finisce in prigione per debiti e riflette amaramente sul fatto che per essere preso sul serio bisogna far credere di essere ricchi; è afflitto da ogni sorta di malattie, gioca diremmo eroicamente la carta di una (impossibile) vita inimitabile.

La figura di Floriana, scomparsa poi tristemente poco dopo la morte del poeta, è ricostruita nel dettaglio, sul versante francese, da Giorgio Leonardi: nel 1805, in servizio nello Hauts-de-France come ufficiale addetto ai rifornimenti, Foscolo ebbe infatti una relazione con Fanny Emerytt Hamilton, inglese, al momento prigioniera, sposata, che dette alla luce una figlia, Mary, sostenendo fosse il frutto della loro passione. Non ci sono prove, va da sé. Resta il fatto che nel periodo inglese Floriana, rimasta orfana, si sarebbe occupata di lui sino alla fine.  Anche Guarnieri narra la vicenda – che volendo è centrale nella vita del personaggio-Foscolo, il suo momento segreto di paternità –, con un distacco diremmo rispettoso. Il romanzesco, nel suo libro, è sul versante dell’autore: che non sapeva, scrive, nulla del Foscolo londinese, nemmeno che fosse stato sepolto nella capitale britannica dal ’27 al ’71, quando le ceneri vennero traslate a Santa Croce in Firenze.

Il suo, ma forse questo è il nostro atteggiamento comune davanti a un simile personaggio, è un romanzo dello stupore. L’incontro con lo scrittore è mediato dalla scoperta casuale della vecchia tomba nel cimitero di Chiswick, secondo uno schema narrativo che non può non ricondurci al Cees Nooteboom di Tumbas , ma anche, evidentemente, agli stessi Sepolcri.  “Le tombe sono ambigue – scrive Nooteboom –: custodiscono qualcosa e non custodiscono niente”. Si va allora sulla tomba “di una persona che non si è mai conosciuta” perché “dice ancora qualcosa, perché dice qualcosa a te, qualcosa che ti risuona ancora nelle orecchie, che ti è rimasta in testa e probabilmente non potrai mai dimenticare, qualcosa che conosci a memoria e che di tanto in tanto, a bassa o alta voce, ripeti”. Una poesia, soprattutto.

È dunque vero che “qualsiasi cosa che facciano sulle tombe è irrazionale” (come portar fiori o strappare le erbacce) ma perché “c’è ancora qualcosa che vogliamo dai morti”. Potremmo chiederci che cosa vogliamo oggi, noi, da Foscolo, lo scrittore che più di ogni altro ci ha parlato della forza civilizzatrice del sepolcro. E della sua ambiguità. Scrive Massimo Onofri in Maledetti Toscani, “per noi, materialisti irriducibili o credenti in qualunque forma dell’invisibile, il sepolcro continua a essere, foscolianamente, una fonte misteriosa e irradiante, in cui si cela l’origine e la fine di tutto”. Ivi compresa l’origine, la fine (e la grandezza: fragile, necessaria) di tutte le ribellioni.

 

 

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