Nel suo esordio letterario Coppola mescola il romanzo storico e la commedia all’italiana, per raccontare la paura di vivere che attraversa il nostro tempo - Su ilLibraio.it un estratto da "Un piccolo buio"

Milano, 1936. A girare il filmato della cerimonia di inaugurazione di Palazzo Vittoria è un giovane regista, che si lascia presto distrarre da una ragazza bella e irrequieta con la quale esplora gli appartamenti ancora vergini e scopre una macchia di sangue sul mosaico vicino agli ascensori.

La struttura di Un piccolo buio (Bompiani), primo romanzo di Massimo Coppola, è semplice: quella del 1936 è solo la prima immagine, il primo movimento della vita a Palazzo Vittoria. Una volta ogni decennio, dal boom economico all’eroina, dagli anni Zero a un futuro vicino, il narratore posa il suo sguardo su quelle stanze dove nuovi protagonisti intrecciano i loro percorsi.

Michele, Leda, Carlo, Chiara, Luca, Marco, Vittoria: li vediamo giovani, poi maturi e infine anziani, nascono figli che somigliano a loro da ragazzi, si intrecciano e si disfano cent’anni di vite immaginarie. Comincia un gioco di ricordi, di specchi e proiezioni che fa di Palazzo Vittoria – luogo più che mai reale – uno scenario onirico e rivelatore.

Nato a Salerno nel 1972, Coppola ha lavorato sia nel mondo della televisione (ha esordito a Mtv nel 2000, scrivendo e conducendo il programma cult Brand:New, seguito da Pavlov e dalla serie Avere vent’anni, proseguita poi su La7; è stato coach di Masterpiece su Rai3; dal 2001 al 2003 ha condotto su Rai2 Cocktail d’amore; è stato inoltre consulente della tv di Stato durante la direzione di Antonio Campo Dall’Orto); sia nel cinema (è del 2010 Hai paura del buio, suo esordio dietro la macchina da presa); sia nel giornalismo. Nel mondo del libri è invece conosciuto per aver co-fondato nel 2004 Isbn Edizioni, casa editrice dall’approccio innovativo per il panorama italiano, il cui percorso è durato dieci anni, tra alti (non sono mancate le sperimentazioni e i successi) e bassi (la crisi dell’ultimo periodo e la chiusura, su cui non sono mancate le polemiche).

Nel suo esordio letterario Coppola mescola il romanzo storico e la commedia all’italiana, per raccontare la paura di vivere che attraversa il nostro tempo.

Massimo Coppola Un piccolo buio

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

La pellicola riparte, un nuovo rullo. È passato del tempo – Vera ha un taglio di capelli diverso, sono più lunghi, e Michele ha una barbetta da rivoluzionario ingenuo quale era. Un altro dei loro incontri a Palazzo Vittoria. Erano riusciti – o meglio, Michele era riuscito – a ottenere dal portinaio, in cambio di qualche favore, la possibilità di utilizzare l’appartamento sfitto del primo piano. Quello dal quale aveva parlato il Duce il giorno dell’inaugurazione; quello nel quale Michele e Vera avevano fatto l’amore la prima volta e in cui erano ritornati per anni ogni volta che gli era stato possibile. L’appartamento tuttavia non era esattamente sfitto. Le autorità fasciste avevano deciso di tenerlo a loro disposizione – il grande balcone era un buon punto da cui arringare la folla e l’appartamento abbastanza grande da poter ospitare, in caso di necessità, personalità che a vario titolo avrebbero potuto essere invitate a Milano. Ma evidentemente lo avevano dimenticato. A parte una volta, ma era prima dell’i­nizio della guerra, non si erano visti fascisti nell’appartamento che quindi era rimasto – vuoto e bellissimo com’era – il posto segreto di Michele e Vera. Per Michele riguardare quelle vecchie pellicole – aveva girato ore e ore di materiale in tutti quegli anni – è un rito obbligato, uno spazio di oblio e salvezza che tuttavia non fa che precipitarlo in uno stato di depressione innescato automaticamente dal clack della fine della pellicola, che risuona adesso in quello stesso appartamento, nel quale oggi vive con pieno diritto, avendolo acquistato subito dopo la guerra. Su un tavolino, accanto al divano, Michele tiene una pistola. Quella pistola, quella a cui manca solo un colpo. Per ora.

“Michele, ho due cose per te. Io te lo dico, poi fai come credi. I soldi ci sono. Una è il pallone gonfiabile Tennisplast.”

“Tennisplast?”

“Sì. Tennisplast. Lo hanno inventato gli americani, lo hanno inventato i marines per le tende degli accampamenti, però ora si applica ad altro. È una grande struttura gonfiabile…”

“Ma che stai dicendo?”

“Massì, si gonfia con un ventilatore, piuttosto grosso, viene fornito con il pallone gonfiabile…”

“Parti dall’inizio. A che cazzo serve?”

“Serve che quando arriva l’inverno si gonfia il pallone e si può giocare a tennis con qualunque tempo. Devi fare il filmato… no, aspetta, ce ne sono di tre tipi. Un filmato lungo dimostrativo, su tutte le fasi della costruzione… diciamo della messa a punto del pallone. Poi c’è il materiale da girare per il Luce, durante la presentazione stampa…”

“Però lì deve essere già pronto quello dimostrativo…”

“Sì allora devi girare prima quello dimostrativo che verrà proiettato alla presentazione, che a sua volta devi documentare… ci saranno delle giocatrici importanti…”

“Chi c’è?”

“No, non lo so chi sono, si sfideranno insomma, sì…”

“E chi vince cosa vince?”

“No, in palio non c’è niente… cioè, sono pagate dalla Ten­nisplast. Ti interessa oppure no? Aspetta, ti dico l’altro. È la presentazione di un aggeggio della Braun che permetterà alle casalinghe di arricciarsi i capelli in casa, da sole. Capisci come? Il lancio dice ‘non avrete più bisogno del parrucchiere, fatevi belle ogni volta che volete, viva l’indipendenza’ eccetera. Si tratta di documentare questa presentazione con una linea di capigliature ispirate a James Dean…”

“Pettinature femminili ispirate a James Dean?”

“Sì, anche per le donne… hanno preparato delle sculture che faranno da modello. Qui c’è qualche soldo in meno, però non è male.”

“Facciamoli tutti e due.”

“No, tutti e due non ce la facciamo. O uno o l’altro. Pensaci. Fammi sapere. Ciao.”

“Ciao.”

“Ah Michele, senti. Io fossi in te farei il Tennisplast. Dovevi vedere ’sti americanoni come leccavano il culo… we would be really proud to have the young Maestro with us… money is not a problem… Guarda, ci conviene anche per il futuro, voglio dire per i film, in America. Ciao.”

“No, aspetta. Lo sai cos’ho visto un po’ di tempo fa?”

“Cos’hai visto? Non ho tempo ora, Michele.”

“In piazza Duomo c’era un elicottero…”

“Va bene, va bene Michele, pensa, rifletti. Fammi sapere. Ciao.”

“È inutile fare i film, dai, ormai è inutile. Basta alzare la testa. Cosa ci è rimasto da immaginare, niente ci è rimasto.”

“Sì va bene, va bene. Ciao, Michele.”

“Che anno è?”

“Il ’59.”

“Ecco, lo vedi che ho ragione? Sto pensando di fare un film,

© 2019 Giunti Editore S.p.A./Bompiani

(continua in libreria…)

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