"Una parete sottile" è una storia sulla solitudine e sul potere della musica, raccontata con delicatezza - Leggi un estratto

Enrico Regazzoni, classe ’48, ha lavorato nell’editoria, nel giornalismo (è stato inviato culturale dell’Europeo e di Repubblica e, tra l’altro, ha preso parte alla progettazione del settimanale D, che ha diretto per 9 anni) e nell’università (è stato anche direttore della scuola di giornalismo dell’Ordine della Lombardia, l’Istituto Carlo De Martino). E ora debutta nel romanzo, per Neri Pozza, con “Una parete sottile”, una storia d’iniziazione, e di solitudine, raccontata con delicatezza.

La trama ci porta un’imprecisata cittadina del nord Italia, dove un adolescente vive con la madre, in una casa modesta. Fin da quando è piccolo c’è una cosa che lo rende felice più di qualsiasi altra: poggiare l’orecchio alla parete di camera sua – un tavolato leggero come un foglio – e ascoltare i buongiorno sussurrati, i colpi di tacchi, i suoni e i rumori che arrivano dal grande appartamento dei vicini.

Oltre quella parete vive una coppia con i quattro figli e sembrano il ritratto della felicità. La famiglia ride in continuazione, parla a voce alta di tempi e luoghi che il ragazzo non conosce ma, soprattutto, si riunisce intorno al pianoforte e canta canzoni allegre, “motivi che parlavano dell’Olanda e di mulini a vento, ma anche dei guerrieri di Ponte San Pietro”.

Il ragazzo è un tipo solitario e non sa nulla di musica, ma quell’ascolto involontario lo emoziona a tal punto da fargli credere di essere una sorta di figlio acquisito per i vicini. Perciò quando il marito muore in seguito a un’improvvisa malattia, lasciando da soli i figli e la moglie pianista – che aveva sacrificato la carriera per occuparsi della famiglia –, il ragazzo si sente in dovere di accompagnare i vicini nel loro viaggio nel lutto e nel dolore. Un’esperienza incomprensibile che si rivelerà catartica e gli insegnerà che la musica può essere più forte di qualunque altra cosa…

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto
© 2014 Neri Pozza Editore

Per anni che oggi mi sembrano lunghi, dall’inizio della scuola elementare fin quasi all’esame di maturità, ho vissuto con l’orecchio destro schiacciato contro una parete sottile. Ero in casa con mia madre, eravamo noi due. E se questo bastava a riempirmi il cuore, non era tuttavia sufficiente a saziare la mia curiosità del mondo. La città di provincia che ci ospitava era gentile e generosa di segreti. La cortesia degli sguardi, i sussurrati buongiorno, i colpi dei tacchi sotto ai portici: il più anonimo gesto era un indizio, e si apriva alle meravigliose immaginazioni. Ma ciò che soprattutto stimolava la mia fantasia erano le voci, i rumori e i suoni che mi raggiungevano attraverso l’esile muro che divideva il nostro piccolo appartamento da quello, assai più vasto, dei nostri vicini. Una parete davvero sottile, un tramezzo che era stato eretto per dividere l’abitazione in due parti: un bilocale per gli anziani genitori e una grande casa con giardino per la figlia che si era sposata, e che in quel luogo avrebbe visto nascere numerosi bambini. Tempi affidabili, quelli, dove le attese di una vita non erano così remote da dover essere chiamate desideri, o addirittura sogni. E i bambini erano arrivati con facilità. Quattro, prima tre sorelle poi un maschio. I vecchi nel frattempo erano morti, e proprio nell’anno in cui nasceva il tanto atteso fratellino dei nostri vicini, mia madre aveva potuto prendere in affitto per una cifra ragionevole quel bilocale di confine, e trasferirsi lì con me, che avevo tre anni.
(…)

Mi piacerebbe riuscire a dire qualcosa di più preciso sulle musiche di quel pianoforte, ma non conosco la mu¬sica, dunque non riconosco nulla. Intanto, sono quasi sicuro che di mattina il piano non venga suonato quasi mai. Sono a scuola, è vero, ma la domenica no, e di do¬menica mattina non ho mai udito la sua voce. Una do¬menica pomeriggio ci dev’essere stata una specie di festa, lì accanto, o forse era una recita teatrale. Di certo quella casa era piena di gente, molti erano bambini e lo stru¬mento andava come una locomotiva. Si udivano canzoni allegre, cantate a squarciagola dai più piccoli, motivi che parlavano dell’Olanda e dei mulini a vento, e anche dei guerrieri di Ponte San Pietro, che non so chi siano. C’era una gran confusione, e il suono del piano era sopraffatto, non disponeva di quell’onnipotenza della sua solitudine e pertanto non aveva alcun effetto su di me. Così pure altre volte, quando la signora bionda lo usa per accom¬pagnare nel canto le voci delle sue tre figlie, è come se il piano fosse trattenuto, costretto a segnare il passo come un cavallo con le redini corte, e non mi incanta, anzi un po’ mi irrita. Diverso è verso sera, magari prima di cena, quando il suo suono viene lanciato dalla bionda pianista come un sasso piatto a pelo d’acqua, buca le onde, solleva piccoli schizzi in gruppi di note strette e veloci, e poi diventa esso stesso un’onda, si monta e si rompe, e sale, vacilla, esita, precipita nella sua schiuma, e tutto narrando di feste di altri tempi e altri luoghi, mondi senza di me che ora diventano miei, e anch’io ballo con questi fantasmi evocati dal suono, cavalco con i soldati nella tempesta, batto le mani nella piazza di un paese fra le gonne fruscianti di donne che ridono. Che meraviglia, allora! E che fortuna, essere visitato nella mia stanza da immagini e volti che mai avrei potuto conquistare altrimenti! Che gratitudine, per le note di quel pianoforte! O ancora, dopo cena, quando tutto tace, i quattro figli sono di certo a letto, e anch’io dovrei dormire di già, e se non dormo del tutto è solo perché forse il piano canterà, e in effetti accenna a una nenia dolcissima, estenuante nella sua mitezza, un movimento verde e gocciolante come i pioppi del parco dopo la pioggia. Non c’è alcuna misura, in quella musica, alcuna cautela: sfrontato, ineluttabile come il coro dei grilli, il suono dello strumento viaggia nella casa, visita le stanze dell’infanzia, entra con il suo soffio nelle labbra dischiuse del sonno, stende una ragnatela che imprigiona il tempo. E allora ci sono solo io a opporre la mia sagoma a quel vento, sono il solo passante che lo sfida e anche l’unico ostaggio di quell’incantamento. Quella musica è tutta per me, il suo canto mi annulla e mi trascina al di là della parete, nell’oscurità divento il quinto fratello, quello che è ancora sveglio. Non ho più nome né volto, sono puro ascolto, con una mano accarezzo l’orso Gedeone nel letto, per dare almeno un gesto a quella prodigiosa intimità. Poi finalmente la musica approda al silenzio, la comunità si spezza e io torno nella mia vita. Riscopro il muro che mi divide dalla famiglia del pianoforte, avverto qualche rumore di stoviglie, è la mamma che rassetta in cucina. Tutto si ricompone in gesti e suoni a me noti. Posso dormire, allora.

(continua in libreria…)

Commenti