A lungo Luca Pantarotto ha raccontato le peripezie della letteratura americana contemporanea sul blog Holden & Company - Su ilLibraio.it un capitolo dal libro che raccoglie i suoi interventi. In cui un grande scrittore e critico, John Updike, dice la sua sulle recensioni

Per anni, dalle pagine digitali del suo blog Holden & Company, Luca Pantarotto ha raccontato le peripezie della letteratura americana contemporanea, dei suoi protagonisti e dei suoi critici, delle sue polemiche e della sua ricezione in Italia, riscuotendo interesse grazie alla competenza dimostrata e a uno stile personale.

Holden & Company – Peripezie di letteratura americana da J. D. Salinger a Kent Haruf (Aguaplano edizioni) raccoglie una selezione di quei testi – rivisti, ampliati e arricchiti da inediti – per offrire al lettore uno sguardo trasversale sul mito del Grande Romanzo Americano, sui libri consigliati per un primo approccio all’opera di Philip Roth, sui famigerati tweet di Bret Easton Ellis e sulle tante strade che attraversano gli Usa e che possono condurre nel folle Drive-in di Joe Lansdale ma anche negli oscuri retrobottega della letteratura O in cucina, a mettere sul fuoco il bollitore insieme a John Updike o a pelare patate con Truman.

L’autore, classe 1980, è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Bibliofilo incallito, scrive articoli e recensioni per Minima & Moralia e Critica Letteraria.

holden & company

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, il capitolo “John Updike: cinque regole (più una) per una buona recensione letteraria” 

Se in politica ci sono i Professoroni (anzi, c’erano; ormai non ci sono più neanche quelli, è rimasta solo “la gente”), nel mondo dei libri ci sono i maestrini. O, come li chiamo io nella mia personalissima tassonomia lombrosiana delle derive libresche, i “Maestrini di pagina 30”.

I Maestrini di pagina 30 sono quei lettori che, una volta scoperto un nuovo autore e raggiunta la pagina 30 del primo suo libro che leggono, improvvisamente ne diventano i maggiori esperti mondiali. Per loro è l’inizio di una fulgida (ma di norma effimera) carriera di critici letterari specializzati; per te è la fine della vita. Da quel momento in poi te li troverai ovunque. La loro missione è divulgare, dissipando le tenebre dell’ignoranza ed evangelizzando gli ignari, la conoscenza di quell’autore di cui sono ormai espertissimi. Analizzando tecniche narrative e peculiarità stilistiche, infilandosi in qualsiasi discussione, persuadendoti alla lettura del libro che stanno leggendo loro, consigliandoti altri titoli che non hanno ancora letto, dissuadendoti del tutto perché quell’autore non fa al caso tuo. In ogni sede parlano, scrivono, discettano, criticano, chiedono, rispondono, citano, correggono. Sono ovunque. Ovunque.

Quando incappo in qualcuno di loro, cioè svariate volte al giorno, penso sempre a John Updike.

Oltre che uno dei piu grandi e prolifici scrittori americani del Novecento (la tetralogia di Coniglio, che Einaudi sta meritoriamente ripubblicando dopo decenni di assenza dagli scaffali, è uno dei capisaldi della riflessione letteraria dell’America su se stessa), Updike è stato anche un critico letterario di vaglia. La cosa non stupisce: per scrivere tanto e bene, bisogna leggere tantissimo e meglio; ed è inevitabile, per un uomo come Updike, che l’attivita di lettore sfoci naturalmente in quella di critico, in una moltiplicazione poligrafica talvolta incontenibile. Il ritratto per me più irresistibile di “Updike critico” l’ha fatto Martin Amis in un articolo pubblicato nel novembre 1991 su The New York Times Book Review, che ora si può leggere nella raccolta La guerra contro i cliché (tradotta da Federica Aceto per Einaudi):

Updike, naturalmente, è un Babbo Natale psicotico e loquacissimo che esce da uno dei suoi vari studi (si dice ne abbia quattro) con il suo bel pacco quotidiano di recensioni, discorsi, reminiscenze, articoli di opinione, presentazioni, prefazioni, introduzioni, racconti, commediole e poesie. Prepara una tazza di decaffeinato con il fischio del bollitore in sottofondo e ha sul viso la sua solita espressione: quella di un uomo assediato da una pletora di deliziose facezie. Il telefono comincia a squillare. Una rivista scientifica vuole un articoletto sulla filosofia della termodinamica subatomica; una rivista di moda vuole un saggio di 10.000 parole sul suo colore preferito. Nessun problema: ma magari tra un secondo, va bene? Nel frattempo Updike torna un attimo di sopra e scrive di getto un romanzo.

Il passo è tratto dalla recensione di Amis a Odd Jobs: Essays and Criticism, la quarta e ultima (fino a quel momento) raccolta dei saggi e delle recensioni a cui Updike si era instancabilmente dedicato tra gli anni Sessanta e i primi Novanta; quando, per citare Mary Rourke, Updike aveva recensito “quasi ogni autore importante del 20° secolo e alcuni del 19°”, perlopiù sul New Yorker.

Manco a dirlo, è lo stesso Updike a parlarci un po’ della sua attività di recensore per il New Yorker. Lo fa nell’introduzione a un’altra sua raccolta, Picked-Up Pieces (1975), approfittandone, a partire dalla rievocazione dei suoi esordi come critico letterario, per indicare le “regole del recensore” che il giovane Updike si impose quando cominciò a maturare un po’ di esperienza. È un passo molto famoso e utile. Potrete usarlo come una sorta di filtro per riconoscere a una prima occhiata i Maestrini di cui sopra: nessuno dei quali, di norma, segue mai nessuna di queste regole.

1 Cerca di capire cosa l’autore intendeva fare, e non accusarlo di non aver ottenuto ciò che non aveva neppure tentato.

2 Forniscigli un numero sufficiente di citazioni dirette della prosa del libro – almeno un ampio estratto – in modo che il lettore della recensione possa formarsi una propria impressione, un proprio gusto.

3 Rafforza la tua descrizione del libro con citazioni, anche solo di una frase, invece di procedere con una vaga sinossi.

4 Vacci piano con il riassunto della trama, e non rivelare il finale. (Quanto restavo sorpreso e indignato, ingenuo com’ero, scoprendo che i recensori spifferavano, per di più con la sublime inesattezza di signorotti ubriachi che riferivano di una rivolta di contadini, tutte le svolte della mia narrativa ricca di suspense e colpi di scena! Suprema ironia, gli unici lettori che si avvicinano a un libro secondo le intenzioni dell’autore, non contaminati da una conoscenza preliminare dell’intreccio, sono proprio gli odiati recensori. E poi, anni dopo, i benedetti sempliciotti che scelgono il volume a caso dallo scaffale di una biblioteca.)

5 Se il libro è giudicato carente, cita un esempio riuscito dello stesso tipo, preso dall’opera dell’autore o altrove. Prova a capire dove ha sbagliato. Sicuro che l’errore sia suo e non tuo?

A queste cinque regole concrete se ne potrebbe aggiungere una sesta piu vaga, che ha a che fare con il mantenimento di una certa purezza nella reazione chimica tra il prodotto e chi è chiamato a valutarlo. Non accettare in esame un libro che sei incline istintivamente a non gradire, o obbligato ad apprezzare da legami di amicizia. Non ritenerti un custode di una tradizione, un tutore dei principi di chicchessia, un guerriero in una battaglia ideologica, un carceriere di nessun tipo. Non provare mai, mai (John Aldridge, Norman Podhoretz) a rimettere l’autore “al suo posto”, facendone la pedina di una gara tra recensori. Recensisci il libro, non la fama. Sottomettiti a qualsiasi incantesimo venga lanciato, forte o debole che sia. Meglio lodare e condividere che condannare e bandire. La condivisione tra il recensore e il suo pubblico si basa sul presupposto della possibilita di una certa gioia nella lettura, e tutte le nostre distinzioni dovrebbero tendere a quel fine.

Certo, Updike avrà anche avuto, come scrive Amis, la testa piena di deliziose facezie, ma non era così ingenuo da illudersi che le sue regole si potessero seguire sempre. Lui stesso ammette candidamente di essersi lasciato guidare, talvolta, da un po’ di affetto filiale per qualche vecchio scrittore. O di aver ceduto ogni tanto alla paura di qualche rappresaglia. In uno o due casi, confessa tra l’altro, si sarebbe anche scopato volentieri l’autrice. Ma su una cosa non transige: il critico (che poi altri non è che un lettore con degli argomenti) deve sempre finire il libro, prima di parlarne.

Un consiglio che, in tempi in cui “critica” equivale a “opinione casuale di chiunque”, suona sconvolgente come il rimbombo di uno schiaffo che non abbiamo sentito arrivare.

(continua in libreria…)

Commenti