Libri rari, storie di violenze domestiche, misteri del Ventennio e un gruppo di colti amici a indagare: Mario Baudino torna con “Il violino di Mussolini” – Su ilLibraio.it un estratto dal romanzo

Un’ex cartolibreria di un piccolo paese, trasformata da Duccio Tancredi, detto anche il Capo, in un santuario di libri usati, antichi e preziosi, è il luogo in cui, abitualmente, si riunisce il Pio Convento, il gruppo di amici protagonista del nuovo romanzo di Mario Baudino, Il violino di Mussolini (Bompiani).

Nel retrobottega di questo “santuario” sono soliti riunirsi i componenti del gruppo, per le loro chiacchierate colte annaffiate con bicchieri di barolo chinato. Un giorno il loro gusto per l’avventura viene risvegliato da un libro raro, talmente raro che forse non esiste: La catastrofe del Duce. Un libro fantasma, che compare solo in qualche vecchio repertorio, improvvisamente tra i più ricercati. Ma cos’ha di tanto interessante questo libro, a parte il fatto di essere introvabile?

Baudino, giornalista (scrive per La Stampa ed è tra i collaboratori de ilLibraio.it, ndr), poeta e già autore dei romanzi Lo sguardo della farfalla e Lei non sa chi sono io, entrambi pubblicati da Bompiani, torna con un libro ambientato tra mercatini dell’antiquariato, che racconta storie di violenze domestiche e misteri del Ventennio. Una storia intricata di gelosie tra scrittori e raffinate contraffazioni.

Per gentile concessione dell’editore, ilLibraio.it ne pubblica un estratto:

“Intanto un titolo ci sarebbe, se pure nell’ambito di un paradigma soltanto indiziario.”

Apprezzammo in silenzio la prelibatezza linguistica, forse non chiara per tutti ma proprio per questo squisitissima.

“Ho fatto qualche ricerca, e dato che i testi più o meno apologetici su Mussolini, subito dopo la guerra, sono rari, non è stato difficile individuarne uno. L’ho trovato su un repertorio, non molto attendibile per la verità, uscito negli anni cinquanta, che cita La catastrofe del Duce, ovvero una musica d’addio, di un certo Italo Impero, chiaramente uno pseudonimo. Se il libro è questo, e badate, nulla se non il vago riferimento musicale del titolo, che però potrebbe essere anche una metafora, ci dice che sia proprio questo, per noi è già come cercare un ago in un pagliaio. Non è citato da nessun altro, non risulta schedato nelle biblioteche – e si può capire, dati i tempi –, è insomma una specie di fantasma. Un libro alla macchia.”

A noi i fantasmi sono sempre piaciuti. Abbiamo un debole per i racconti gotici, e non solo. Però un fantasma in orbace, via, al generale Salviotti, tanto per fare un esempio, proprio non andava giù. Fu guardingo, poi ostile.

“Spazzatura,” disse con piglio marziale.

E intorno a lui calò greve il silenzio.

Intendiamoci, non sto prendendo tempo per creare un poco di curiosità intorno a questa storia. No, mi sto muovendo con una certa cautela in un intrico che per un bel po’ di tempo io stesso ho faticato a decifrare, e non vorrei dimenticare qualche aspetto essenziale: per esempio il pizzo ben curato del generale, che va detto subito non penso abbia mai condotto soldati in battaglia, né lanciato grida sul tipo avanti miei prodi, anche se gli sarebbe molto piaciuto. Non era lui il nostro uomo di guerra, che esisteva sì ma era al momento assente. La lunga carriera amministrativa non aveva però impedito all’ottimo Salviotti di acquisire il passo di parata, l’eloquio scattante, il culto della divisa in ordine, per non parlare del presentat’arm. Si era sempre rivelato utilissimo per le nostre ricerche avventurose, data l’inclinazione alle idee chiare e distinte e la conoscenza della letteratura folklorica, studio forse di interesse non bellico ma da lui coltivato amorevolmente in tutte le caserme d’Italia, dove a quanto sembra aveva poco da fare. Il carattere, poi, era quello che era.

“Spazzatura,” ripeté con fiera determinazione.

“Vi ricordo che dal ’43 in poi tutti quelli della Repubblica di Salò sono da considerarsi tecnicamente dei rinnegati. In caso di funerale, se ufficiali, non hanno diritto al picchetto d’onore. E il loro capoccione più di chiunque altro: e i libri su di lui, se apologetici o nostalgici, rinnegatissimi. Che cosa andiamo dunque cercando?”

“Intanto non sappiamo che cosa ci sia scritto, in questo libro, anche se il titolo fa pensare che il nostro generale abbia ragione a considerarlo propagandistico,” concesse il Capo, desideroso di pace.

Quanto alla repubblica di Mussolini, Salviotti sfondava porte aperte. Dalle nostre parti, giocando sul dialetto, la si è sempre chiamata “la republica di salop”, ovvero degli sporcaccioni, delle canaglie, pronunciando con nettezza anche la p finale, mica parliamo francese. Non so se qualcuno l’abbia mai presa sul serio, a parte il fatto che erano in buona parte delinquenti pericolosi e bisognava pur difendersi.

“Se dovessimo seppellirlo, eviteremo il picchetto d’onore, questo è certo. Al momento non sappiamo neanche se il libro esista veramente,” aggiunsi a titolo pacificatorio.

“Non resta quindi che cercarlo, poi decideremo.”

Anch’io so fare un po’ di buona politica, suvvia.

Il Capo sembrò apprezzare.

Il generale andò a cercare conforto da Monsignore, che gli riservò fusa rassicuranti.

Noi lo trovammo – il conforto, non Monsignore – nel barolo chinato, e dunque la riunione poté andare avanti, con le dovute spiegazioni del difficile caso.

“Eccellente,” disse il Capo.

“Procediamo. Siamo di fronte a quello che potrebbe rivelarsi un intrigo non spregevole.” Dunque procedette, guardando i due imprevedibili antagonisti con una certa commiserazione e degnandosi di fornirci nuovi particolari: “E mi stupisco che qualcuno duri fatica a capirlo. Inoltre, c’è una complicata situazione, forse non solo psicologica. In altri termini, una richiesta d’aiuto da parte di questa signora, che un cavaliere non può ignorare.”

Noi quanto a ciò rispettavamo tutte le leggi della cavalleria, eravamo come Rolando, Don Chisciotte e anche Parsifal, Galvano e tutto il resto. Dunque, se si incontra una donzella lacera e contusa in mezzo al bosco, ci si ferma e si vede d’aiutarla, che diamine. Questa Beatrice, a quanto sembra, era parte della categoria.

“Mi è parsa addirittura terrorizzata dal marito, non ancora ex. Un uomo, mi ha fatto capire, violento e imprevedibile, capace di passare da momenti di grande dolcezza ad altri di furia selvaggia. Divorzio in corso, avvocati di mezzo, minacce, episodi spiacevoli, forse stalking. L’ultima ossessione di costui sarebbe appunto questo libro, cui attribuisce un grande valore, e che forse ha avuto in passato. Poi, dice sempre la nostra signora, dev’essere sparito; lei non se n’è mai occupata, non sa neanche se il marito lo abbia davvero posseduto. Il guaio è che, al momento della separazione, questo tipaccio, a sentir lei, ha cominciato ad accusarla di averglielo sottratto. Il che non sarebbe vero.”

“A sentir lei,” grugnì il professor Calafava.

“E ora perché vorrebbe che tu glielo trovassi?”

“Che noi lo trovassimo, miei cari. Mi lascereste solo in questa gloriosa impresa?”

“Adesso vediamo,” fu la risposta corale del professore e del generale.

“Banda di disfattisti. Riepiloghiamo. Innanzitutto non vi sarà sfuggito che anche il marito sta cercando il libro. Non dimenticate la visita dell’avvocato, vero o presunto, cui sulle prime non avevo dato importanza. Secondo la nostra tigre il marito ha un qualche affare importante e urgente, dato che fra le altre cose commercia oggetti da collezione. Va da sé che ho preferito tacere sul fatto che probabilmente si era già rivolto a me, se pure per interposta persona, ma non posso non sottolineare l’interessante coincidenza. Tutti qui a distanza di pochi giorni: come se si fossero dati un appuntamento. Come se stesse per succedere qualcosa.”

“Il marito ha fretta di chiudere un certo contratto, e lei vuole aiutarlo procurandosi il libro, o invece fregarlo mettendolo sotto chiave? Nel primo caso non capisco perché non darlo a lui, visto che è arrivato prima, tramite l’avvocato. Nel secondo quella della moglie sarebbe una banale ripicca, una vendetta, mica roba da metterci il dito.”

Anche il farmacista si era unito alla fronda. E va detto che il dottor Malerba godeva di un certo prestigio, in fin dei conti, data la sua grande conoscenza dei poteri delle erbe. Poi vi spiegherò perché.

“Ha paura del marito, dice, una paura matta. E ha bisogno di qualcosa per difendersi, per avviare una specie di trattativa,” spiegò Duccio, più paziente del solito.

Calafava non arretrò.

“Non è che invece vuole lasciarlo in bolletta, senza possibilità di recupero?”

“Ruggero, sei un uomo senza cuore,” disse il Capo.

“E senza curiosità, il che è ben più grave,” aggiunse ultimativo.

Il professore lasciò scorrere su di noi uno sguardo implorante. Cercava solidarietà. Non l’ebbe.

Colpito e affondato.

(continua in libreria…)

nota: la foto dell’autore è di Leonardo Céndamo

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