“When They See Us” racconta nei dettagli uno dei peggiori casi di malagiustizia statunitense. La storia dei cinque ragazzi condannati ingiustamente e reclusi fino a 12 anni in carcere, è nata dall’odio e ha generato altro odio. Cos’è cambiato dopo trent'anni? La serie Netflix cerca di sensibilizzare su tematiche come il razzismo, la violenza sulle donne e la pena di morte - L'approfondimento

“Il ‘noi’ di When They See Us è tutti noi: l’America. Rivisitare la storia attraverso il cinema – anche storie ben note e ben pubblicizzate come quella dei Cinque di Central Park – spesso si traduce nel pensare alla gente in maniera molto negativa, ma sempre col senno di poi. Come potevano essere così arretrati? pensiamo. Come potevano essere così ignari?”, ha scritto Vox.

Eppure non sembrano essere passati trent’anni da quando, nel 1989, la stampa di New York iniziò a scrivere del “caso della jogger di Central Park”. Giornali, radio e televisioni parlavano di violenza sulle donne, di razzismo, di pena di morte e di Donald Trump. Così arretrati? Così ignari?

When They See Us, miniserie Netflix, racconta nei dettagli uno dei peggiori casi di malagiustizia statunitense, derivato dallo stupro di Trisha Meili, 28enne che venne violentata, sodomizzata e picchiata mentre faceva jogging, ritrovata dopo ore in fin di vita nel parco. Cinque ragazzi minorenni di origine afroamericana e ispanica furono arrestati e accusati dalla polizia. È da qui inizia il racconto della regista Ava DuVernay, prima donna afroamericana nominata al Golden Globe, sulla vita di Antron McCray, Kevin Richardson, Yusef Salaam, Raymond Santana junior e Korey Wise che scontarono tra i 6 e i 12 anni di carcere, dichiarandosi innocenti fino all’ultimo giorno di prigione.

All’epoca della tragedia, i cinque vennero trattenuti e interrogati per più di quaranta ore, senza cibo acqua o riposo, e costretti a dichiararsi colpevoli senza la presenza di avvocati o genitori, né di prove che potessero collegarli al reato.

Solo nel 2002 Matias Reyes, stupratore seriale e assassino, confessò il crimine per il quale i ragazzi avevano già scontato la pena, trasformando il caso della jogger in quello dei cinque di Central Park.

Come se fosse l’inizio di un nuovo filone crime, When They See Us si accoda a un film-denuncia che nei mesi scorsi ha fatto molto parlare in Italia: Sulla mia pelle, oltre a riportare al centro dell’attenzione mediatica la morte di Stefano Cucchi, probabilmente ha contribuito a gettare le basi perché la verità venisse a galla a mesi dalla sua uscita.

Per la vicenda dei ragazzi di New York, già giudiziariamente risolta, la serie ha portato benefici di altro tipo: come per le associazioni benefiche create dai protagonisti della vicenda, impegnate a evitare altri casi simili. Ma, soprattutto, ha creato una coscienza sensibile verso l’altro, mettendo sotto accusa i modelli classici di giustizia e verità (investigatori, giudici…): prima tra tutte, l’ex procuratore che si occupò del caso, Linda Fairstein, anche autrice di romanzi e figura importante per la difesa di donne e bambini. Dopo aver ritenuto colpevole la donna per quanto successo, il pubblico della serie ha firmato una petizione rivolta a Dutton publisher (Penguin Random House) affinché smettesse di pubblicare i suoi libri. Petizione accolta dall’editore.

Altro protagonista dello scandalo suscitato dalla miniserie è Trump che, all’epoca delle sentenze, generò un’ondata d’odio tra molti newyorkesi comprando cinque pagine di testate giornalistiche locali, come il Daily News, per 85.000 dollari, con cui chiese l’introduzione della pena di morte per gli accusati.

When They See Us non pretende di recuperare il tempo perso. Invece, ci dà qualcosa che non abbiamo ancora pienamente visto: l’umanità e l’intimità che questi ragazzi hanno nutrito per le famiglie e l’un l’altro per sopravvivere ”, come ha scritto il New York Times.

Il prodotto di Netflix, nonostante i risvolti, non punta il dito, ma cerca di sensibilizzare su tematiche che, a distanza di anni, ancora minano la nostra società. Nelle quattro puntate, da 60 minuti, si fatica a vedere quale sia il vero problema: ci si sente circondati, ci si chiede “come potevano essere così arretrati? Come potevano essere così ignari?”; ma, al tempo stesso, non troviamo cambiamenti nemmeno dopo tre decenni dalla vicenda.

Per questo l’unico sentimento possibile è l’immedesimazione: essere quei ragazzi. La loro infanzia perduta, la loro crescita complessa, la solitudine, la difficoltà nel reinserimento post carcere, il rapporto con le famiglie. DuVernay racconta una storia nata dall’odio, e che ha generato altro odio. Linda Fairstein combatteva contro quei ragazzi per paura, perché in città aumentava la violenza contro le donne. I poliziotti seguirono gli ordini del superiore, minacciando e intimidendo dei bambini, perché alla fine degli anni ’80 era molto facile farsi impaurire dal pregiudizio. Per la città di New York non fu più complicato odiare dei non ancora maggiorenni, quando poliziotti, giornalisti, giudici e personaggi pubblici puntavano il dito contro. Korey Wise subì torture in carcere, perché odiare i detenuti è molto più facile che cercare di aiutarli.

È solo una brutta storia di trent’anni fa?

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