“Auspico che la nostra specie possa studiare e capire la lezione del Rinascimento, per continuare a progredire, e non imboccare la strada dell’autodistruzione…”. Il giornalista, scrittore bestseller e conduttore tv Aldo Cazzullo ci parla del suo nuovo saggio, “Quando l’Italia rinacque – Il nostro Rinascimento”: “Oggi l’ignoranza assume spesso un’accezione positiva nel linguaggio comune, ma ciò che mi preoccupa di più è il compiacimento di non voler sapere…” – L’intervista

Orson Welles, il regista del capolavoro Quarto potere (1941), in un altro film, “Il terzo uomo” (1949), recita una celebre frase: “In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, massacri, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di quieto vivere e di democrazia, che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù”.

Il nuovo libro di Cazzullo

“Forse l’unico dettaglio sbagliato (a parte il fatto che Papa Borgia regnò solo undici anni) è che l’orologio a cucù l’hanno inventato i tedeschi”. Così il vicedirettore ad personam (e firma di punta) del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo nel suo ultimo saggio Quando l’Italia rinacque – Il nostro Rinascimento (HarperCollins) aggiunge un altro prezioso capitolo alla storia dell’identità italiana trattando l’Umanesimo e i suoi straordinari protagonisti. Lo definisce “il vero dono che abbiamo dato all’umanità, il nostro grande contributo alla civiltà, senza cui nulla, neppure l’attuale rivoluzione tecnologica, sarebbe stato possibile”. Anzi, lo considera “un potente antidoto” proprio “all’era post-umana che si sta preparando”.

Quando l'Italia rinacque. Il nostro Rinascimento Aldo Cazzullo

Recuperando infatti la tradizione culturale dell’antica Roma, e collegandola con la modernità, gli uomini e le donne del Rinascimento hanno costruito una volta per tutte l’idea di Italia e messo al centro l’uomo, la sua dignità, la sua curiosità. Sono questi gli anni in cui vengono realizzati alcuni dei più grandi capolavori della storia dell’arte e della letteratura: il Cenacolo, la Gioconda, la Scuola di Atene, la Madonna della Seggiola, la Fornarina, la Pietà, il David, il Giudizio Universale e poi ancora il Principe, l’Orlando Furioso, solo per citarne alcuni.

Non fu un’età dell’oro…

Non fu tuttavia un’età dell’oro: fu l’età del Sacco di Roma, in cui nacque la guerra moderna e il nostro Paese divenne un campo di battaglia. Eppure la cultura ebbe un respiro universale. È l’epoca delle scoperte geografiche e scientifiche, dell’apertura verso nuovi mondi e orizzonti del sapere. “Per questo il primo uomo rinascimentale è forse Dante, o meglio l’Ulisse di Dante, che rifiuta di tornare a Itaca e si mette in viaggio oltre le colonne d’Ercole” scrive l’autore, che torna il 23 settembre con la nuova stagione di Una giornata particolare su La7.

E considera un anticipatore dell’Umanesimo lo stesso Santo di Assisi, il protagonista del suo precedente volume, Francesco – Il primo italiano (HarperCollins), il saggio più venduto in Italia nel 2025, ed è diventato anche uno spettacolo teatrale con le musiche e la voce di Angelo Branduardi. In occasione degli 800 anni dalla morte, il Patrono d’Italia sarà celebrato con la tappa dello spettacolo al Teatro Carcano di Milano il 3 e 4 ottobre.

Aldo Cazzullo GettyEditorial 15-10-2024

Aldo Cazzullo (foto Getty)

“Il Mosè era là”. L’incontro con la grandezza di Michelangelo ha segnato la sua vita.
“Il mio imprinting con l’arte rinascimentale risale a quando avevo sei anni e vidi per la prima volta il Mosè di Michelangelo. Mi è rimasto talmente impresso che mi appariva nei momenti di dormiveglia, con il suo volto espressivo, la fronte luminosa: l’uomo che aveva visto Dio. Da lì è cominciato il mio amore per Michelangelo, che non si è mai esaurito”.

Un amore che si salda con la figura di Dante, che considera un anticipatore del Rinascimento.
“Alla fine del suo viaggio nell’aldilà, Dante ottiene di poter contemplare il volto di Dio, ma le parole non possono descriverlo. In quel volto riconosce la nostra stessa effigie. Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, e possiamo scorgerne il riflesso negli occhi della persona che amiamo. Dante è un precursore dell’Umanesimo per cui l’essere umano occupa il centro del mondo, come l’Uomo Vitruviano di Leonardo iscritto nel cerchio, e possiede una dignità intangibile”.

Un concetto espresso con forza da Pico della Mirandola nel suo De hominis dignitate: ‘Tu potrai degenerare nelle cose inferiori, che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori, che sono divine’”.
“Nessun individuo si riduce a pura bestia o a puro angelo: l’essere umano rappresenta la meraviglia del creato, un capolavoro unico e irripetibile. Questo valore dell’Umanesimo costituisce il contributo fondamentale che noi italiani abbiamo offerto alla civiltà universale ed è l’unico potente antidoto rispetto a questa società postumana che stanno progettando, dominata dall’intelligenza artificiale, in cui l’uomo viene sostituito nel corpo dai robot e nella mente dagli algoritmi. L’intelligenza artificiale può ancora essere messa al servizio dell’uomo, come auspica il Papa nella sua prima enciclica, ma spetta a noi: siamo al bivio tra elevarci o degradarci. Come sosteneva Nietzsche, ‘L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo’”.

In questo senso, l’atteggiamento di Leonardo di fronte alle sue stesse invenzioni offre una lezione etica che gli sviluppatori dell’AI potrebbero fare propria?
“Non c’è dubbio. Leonardo si presentò a Ludovico il Moro come ingegnere militare, ma scelse di non divulgare alcune invenzioni per evitare che venissero impiegate in azioni belliche. A un certo punto afferma che certe cose non vuole e non può farle perché ‘porterebbero ad ammazzamenti’. Il Rinascimento è un’epoca di straordinari progressi tecnologici: l’orologio diventa di uso comune (tanto che alla regina Elisabetta ne viene donato uno da polso) e persino gli occhiali. Vittoria Colonna ne regala un paio a Michelangelo che aveva quasi perso la vista per dipingere la Cappella Sistina. Ma la vera rivoluzione è quella della stampa”.

Lei scrive: “La grande invenzione del Rinascimento, quella che più entusiasma e più spaventa, la formidabile arma che hanno in mano Galileo e quelli come lui, non è il cannocchiale; non è neppure la matematica, o la scienza, o il metodo sperimentale; è il libro. Il libro, senza cui tutto il resto non può essere conosciuto”.
“Il Rinascimento è un fatto di libri. I volumi che prima venivano scritti a mano sulla pergamena ed erano beni di lusso riservati a pochi facoltosi, diventano disponibili in migliaia di copie grazie alla stampa di Gutenberg, ad Aldo Manuzio e ad Erasmo da Rotterdam che scrive il longseller dell’epoca. Nel 1528 il libro più venduto dopo la Bibbia è Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, e nel 1532 viene stampato Il Principe di Machiavelli. Venivano pubblicate anche le incisioni, permettendo alle opere  di Raffaello, Leonardo e Michelangelo di circolare ampiamente”.

Altro longseller del Rinascimento è l’Orlando Furioso.
“In quegli anni arriva a Ferrara il primo planisfero dove trovano spazio le nuove scoperte. Sono indicati il Brasile, la Florida, un leone a indicare la Sierra Leone, oltre all’Asia, all’Africa e all’America. Lo porta Alberto Cantino, che era stato incaricato da Ercole d’Este di recarsi a Lisbona per procurarglielo. Qui le mappe delle nuove terre erano custodite a prezzo della vita”.

E Ariosto molto probabilmente vide il planisfero di Cantino.
“Sì e ne rimase affascinato. Pur detestando viaggiare, tanto da trovare terribile anche solo doversi spostare in Garfagnana, ispirato da quella mappa immagina che i suoi paladini, a cavallo di destrieri alati, compiano viaggi fantastici analoghi a quelli che i grandi esploratori stavano realizzando nella realtà. Così Ruggero sull’ippogrifo ricalca la rotta di Colombo, Astolfo replica quella di Marco Polo e si spinge persino sulla Luna per recuperare il senno di Orlando”.

A proposito di Colombo, lei prende una posizione ferma contro la damnatio memoriae a cui è stato sottoposto, definendolo un visionario mosso dallo spirito d’avventura rinascimentale.
“Ho affrontato a lungo questo tema anche confrontandomi con mia figlia. Per le generazioni più giovani Colombo incarna la figura del primo colonizzatore, portatore di conseguenze drammatiche come lo schiavismo e le epidemie. Eppure la sua figura trascende il semplice ruolo storico: egli fu il visionario guidato dallo spirito d’avventura rinascimentale, l’uomo che aprì nuovi orizzonti all’umanità, incarnando l’archetipo dell’Ulisse dantesco. Scrive Ariosto: ‘E del sol imitando il cammino tondo / rivela nuove terre e nuovo mondo’”.

Nel libro mette in guardia contro un altro fenomeno insidioso della contemporaneità: l’elogio dell’ignoranza.
“Oggi l’ignoranza assume spesso un’accezione positiva nel linguaggio comune, ma ciò che mi preoccupa di più è il compiacimento di non voler sapere. Colombo, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, questi geni che hanno cambiato la storia, non solo d’Italia ma del mondo, non erano persone colte nel senso accademico: non avevano studiato, non conoscevano il latino, non avevano una formazione universitaria e a dodici anni erano già al lavoro a dipingere, a scolpire o a navigare; eppure non erano affatto persone ignoranti”.

I suoi genitori le hanno insegnato che il contrario dell’ignoranza è la curiosità.
“I miei nonni a dodici anni lavoravano già nei campi o in bottega, ma erano persone curiose, che si informavano leggendo i giornali ed erano aperte al mondo. Per i grandi del Rinascimento la spinta profonda è la medesima: la curiosità di guardare dentro il corpo degli esseri umani per carpirne i segreti, di osservare il volo degli uccelli per comprenderlo, o, nel caso di Colombo, di navigare oltre le Colonne d’Ercole e spingersi al di là dei limiti conosciuti”.

Al centro di Quando l’Italia rinacque ci sono donne straordinarie a cui restituisce dignità come Lucrezia Borgia.
“Quella del Rinascimento rimaneva una società fortemente maschilista e patriarcale, in cui la donna subiva la tutela maschile, eppure molte figure seppero emergere con forza eccezionale. Lucrezia Borgia, ingiustamente bollata come avvelenatrice a causa di una leggenda nera infondata, fu in realtà una donna profondamente pia, terziaria francescana e segnata da grandi sofferenze familiari. Sposata tre volte, amava il secondo marito Alfonso d’Aragona, ma il fratello Cesare Borgia glielo fece uccidere sotto gli occhi. Anche suo padre, che era il Papa, la usava come pedina per le sue manovre politiche”.

E poi c’è Vittoria Colonna.
“Una raffinata intellettuale, musa del circolo degli Spirituali e preziosa consigliera di Michelangelo a cui scrive lettere bellissime, suggerendogli cosa e come dipingere. Nello stesso periodo, suo cugino Pompeo Colonna pubblica l’Apologia mulierum, un saggio rivoluzionario per l’epoca in difesa delle capacità politiche femminili”.

Lo stesso Orlando Furioso si apre celebrando esplicitamente le donne.
“Esatto. Il capolavoro di Ariosto si inaugura con i versi ‘Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto’. Il primo personaggio a entrare in scena è Angelica, una donna bellissima, principessa del Catai, che fa innamorare tutti i paladini da Orlando in giù. E un’altra grande protagonista è Bradamante che sposerà Ruggero diventando così la capostipite degli Estensi, i signori di Ferrara a cui l’Orlando Furioso è dedicato, ma prima si batte in duello con lui per tre volte. È una donna guerriera, forte, la donna del Rinascimento”.

Nel libro lei esplora anche il temperamento dei grandi maestri. Oggi, in un’epoca che viviseziona la vita privata degli artisti, quanto conta il carattere? Un genio tormentato, segnato da quella “terribilità” di cui lei parla a proposito di Michelangelo, come verrebbe valutato?
“I raffronti con il passato sono sempre difficili: oggi l’arte ha divorziato da bellezza ed emozione, riducendosi a un circuito per addetti ai lavori, a un mercato per collezionisti o a una mera provocazione. Basti pensare alla banana di Cattelan. Ma poi, chi conosce davvero Cattelan, Pistoletto o Mimmo Paladino, pur trattandosi dei nostri nomi più noti? Nel Rinascimento, a Firenze, le persone discutevano d’arte per strada e il denaro si convertiva in bellezza, cultura e pensiero”.

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In che modo la profonda diversità umana tra Raffaello, Leonardo e Michelangelo si è tradotta nella loro rivalità?
“Raffaello era un uomo amabile, seducente, un genio simpatico. Michelangelo, al contrario, era intrattabile. Sansovino di lui scrisse che non aveva mai parlato bene di nessuno. Anche Leonardo e Michelangelo non si sopportavano perché erano profondamente diversi: Leonardo amava la compagnia, vestiva con eleganza calze di seta e velluti rosa e viola, mentre Michelangelo indossava sempre la stessa giacca scura e stropicciata”.

Opposti nella vita pubblica, ma anche nell’intimità.
“Entrambi erano omosessuali: mentre Leonardo viveva con gioia la sua condizione, amando liberamente anche uomini molto giovani, Michelangelo era schiacciato dal senso di colpa. Leonardo amava i banchetti; Michelangelo mangiava pochissimo, non aveva mai appetito, soprattutto da quando aveva visto sezionare i cadaveri. E poi, anche come artisti erano agli antipodi: Leonardo allude, Michelangelo grida; Leonardo evoca, Michelangelo afferma”.

Il Buonarroti è l’unico, inoltre, a vivere una dimensione che oggi definiremmo di intellettuale militante.
“È vero. Fu partigiano della Repubblica fiorentina contro i Medici: il David è il simbolo della Repubblica, il fanciullo che lotta contro il gigante, e quindi il simbolo stesso della libertà. Fa inoltre parte della cerchia degli Spirituali, i quali rifiutano la religione medievale oscurantista e superstiziosa, il culto delle reliquie, il commercio delle indulgenze e il potere temporale del clero, propugnando un ritorno alla fede autentica dei primi cristiani. Sostengono che siano la fede e la grazia a salvare l’uomo e cercano di conciliare le istanze del protestantesimo con il cattolicesimo”.

Francesco. Il più italiano dei santi libro Aldo Cazzullo

La sua militanza non ebbe però gli esiti sperati.
“Michelangelo sarà sconfitto su entrambi i fronti: da un lato perché i Medici riprendono il potere a Firenze e lui è costretto a scolpire le loro statue; dall’altro perché gli Spirituali saranno abbattuti dal Grande Inquisitore Gian Pietro Carafa, eletto papa Paolo IV. Quest’ultimo volle punire Michelangelo: non osò togliergli la direzione della Fabbrica di San Pietro, dato che il maestro stava progettando la cupola, ma, conoscendo il suo attaccamento al denaro, gli tolse lo stipendio, costringendolo a lavorare gratis”.

A proposito invece di Raffello, lei cita Picasso, secondo cui il maestro urbinate ci ha donato il cielo che Leonardo aveva solo promesso.
“Raffaello era un genio simpatico, l’uomo che ha portato la Madonna sulla Terra. Le Madonne di Raffaello sono delle mamme che abbracciano il bambino, lo fanno sorridere, lo fanno giocare: ognuno di noi può riconoscervi la propria madre. Il problema è che poi muore all’improvviso a soli 37 anni, e non si è mai capito il perché. Muore di Venerdì Santo, proprio come Gesù”.

Rispetto al mistero sulla sua morte studi recenti ipotizzano un avvelenamento da pigmenti tossici come il caeruleum. Quanto cambia la nostra percezione dell’artista se lo immaginiamo vittima della sua stessa ricerca della perfezione?
“Non si è mai capito con certezza di cosa sia morto: gli ultimi studi ipotizzano che possa essere stato intossicato dai suoi stessi colori, ma qualcuno in passato ha persino lasciato credere che fosse stato avvelenato da qualche rivale. Il Vasari, dal canto suo, scrive che morì per ‘eccessi amorosi’, perché adorava le donne e le donne adoravano lui. Per averne la certezza dovremmo riesumare il suo corpo e analizzarne le ossa. Ma credo che Raffaello stia bene dove sta, nel Pantheon, il tempio dedicato a tutti gli dei e quindi anche a lui, dio mortale, sotto quel meraviglioso epitaffio che, tradotto dal latino, recita: Qui giace quel Raffaello da cui la Natura, la grande madre delle cose, quando era vivo temette di essere vinta, e quando morì, temette di morire con lui’. Perché Raffaello dipingeva più vero del vero”.

Eppure, nonostante questi geni incredibili e le scoperte geografiche e scientifiche, è nel Rinascimento che nasce la guerra moderna. Per questo non può essere definita un’età dell’oro?
“L’Italia era una superpotenza economica e culturale, che seppe mettere la ricchezza al servizio della bellezza. Tuttavia non divenne una potenza politica. Anzi, divenne un campo di battaglia tra eserciti stranieri che se la contendevano. E il Sacco di Roma nel 1527 è un episodio emblematico: non solo per il terribile massacro, si parla di 30mila morti, ma perché fu una strage mai vista neanche ai tempi delle invasioni barbariche”.

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Strage che ha ispirato a Ermanno Olmi un film a lei caro, Il mestiere delle armi.
“I Lanzichenecchi stanno calando su Roma per punire il Papa. Clemente VII, un Medici, manda le sue truppe comandate da Giovanni dalle Bande Nere. Ma il marchese di Mantova, Federico II Gonzaga, ha in mano le chiavi d’accesso all’Italia. Bisogna infatti attraversare la città, dove c’è il Serraglio, questa grande fortificazione fatta di mura e acqua con il Mincio, i laghi e il Po. Federico II lascia transitare i Lanzichenecchi sul ponte di Curtatone, dove poi nel 1848 si combatterà la celebre battaglia del Risorgimento, e sbarra invece la strada in faccia a Giovanni dalle Bande Nere”.

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Ed è qui che si consuma il tragico paradosso di quella vicenda, tra tradimenti interni e l’impatto delle nuove tecnologie belliche.
“Giovanni dalle Bande Nere riesce lo stesso ad attaccare i Lanzichenecchi, ma il duca di Ferrara ha regalato ai tedeschi quattro falconetti, cannoni che riescono a perforare persino la sua armatura. Giovanni viene ferito a morte e va a morire proprio in un palazzo dei Gonzaga: prima lo hanno tradito, poi lo hanno accolto. L’ipocrisia, la mancanza di senso dello Stato e del bene comune tipica, purtroppo, delle nostre élite e dei nostri governanti”.

Qual è l’auspicio con cui affida la lezione del Rinascimento alle nuove generazioni?
“L’Umanesimo è il grande contributo di noi italiani alla civiltà universale. Mi auguro che i nostri figli e nipoti possano conoscere la vicenda dei Medici, apprezzare il genio di Leonardo, commuoversi per la morte precoce di Raffaello, valutare con comprensione il sogno di Cristoforo Colombo, volare sul fantastico ippogrifo di Ariosto, e incantarsi davanti al Mosè di Michelangelo, come accadde a me. Riflettendo sul fatto che tutti questi grandi furono italiani, come noi, e che nella nostra lingua seppero parlare al mondo. Auspico che la nostra specie possa studiare e capire la lezione del Rinascimento, per continuare a progredire, e non imboccare la strada dell’autodistruzione”.

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