Come si sta sviluppando e come si svilupperà la lingua italiana? Tra "petaloso" e "sindachessa", anglicismi e burocratese, ecco l'italiano al tempo dei social. ilLibraio.it ne ha parlato con Paolo D’Achille, responsabile della Consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca. Fra i tanti temi affrontati nell'intervista, il dibattito sui neologismi, quello sui forestierismi, quello sulle parole cadute nell’oblio e quello legato alle resistenze all'uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali...

Alcuni mesi fa il caso del piccolo Matteo e della sua creatività linguistica (chi non ha utilizzato almeno una volta il termine petaloso da allora?) ha riportato alla ribalta il ruolo di custode dell’italiano dell’Accademia della Crusca. Rifuggendo ogni snobismo, l’istituto nato nel 1583 non si limita alla salvaguardia dell’idioma di Dante e Boccaccio, ma ne studia l’evoluzione. Inclusa la sua applicazione attraverso i nuovi media. Così ha creato al suo interno una squadra dedicata al mondo dei social network (qui l’intervista realizzata da ilLibraio.it), la cui capacità di rispondere con tempestività e pertinenza alle richieste di piccoli e grandi lettori ha decretato il successo della strategia comunicativa dell’Accademia. Di consigli sul corretto uso dell’italiano oggi, dei rischi che si annidano dietro l’abuso di forestierismi e burocratese e delle potenzialità creative della nostra lingua abbiamo parlato con Paolo D’Achille, responsabile della Consulenza linguistica dell’Accademia.

Crusca

Quali sono le linee-guida all’uso corretto della lingua italiana attraverso i nuovi mezzi di comunicazione?
“I nuovi mezzi di comunicazione sono molti e molto diversi (anche tra i social network, Facebook non è la stessa cosa di Twitter) e ognuno ha delle ‘regole’ specifiche. In generale, si può dire che quando il messaggio che si affida alla rete è privato, quindi indirizzato a un singolo destinatario o a un piccolo gruppo, le norme sono più elastiche, si può anche giocare con la lingua, non c’è alcun obbligo di attenersi a modelli prefissati. La scrittura in rete è stata definita ‘scrittura liquida’ e le regole sono meno rigorose rispetto a quelle che devono essere rispettate dalla scrittura tradizionale. Quando invece si affidano alla rete testi che devono raggiungere un pubblico più vasto e intendono lasciare un segno un po’ più duraturo, allora bisogna non trascurare l’aspetto linguistico; e questo vale ancora più per i testi di carattere istituzionale, per i quali spesso la forma è un po’ sostanza”.

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E se dovesse fornire una sorta di vademecum?
“Un grande scrittore che lavorava per la radio, Carlo Emilio Gadda, autore molto poco ortodosso, come ben sappiamo, diede un decalogo per la corretta redazione dei testi radiofonici, che non dovevano presentare incisi, frasi troppo lunghe, ecc., perché altrimenti non sarebbero riusciti ad arrivare al pubblico, che non leggeva un testo scritto, ma fruiva del messaggio attraverso la voce. Bisognerebbe seguire i consigli di Gadda anche per la redazione dei messaggi in rete: predisporre testi fatti da frasi brevi, in modo che il messaggio risulti molto chiaro. Direi però una cosa: la punteggiatura può essere ridotta, ma non eliminata del tutto perché è fondamentale per cogliere il senso del testo. Soprattutto inviterei a fare attenzione a un aspetto che oggi viene molto trascurato: cioè rileggere il testo prima di inviarlo o di postarlo”.

Un altro tema discusso riguarda l’uso di termini mutuati dall’inglese. L’Accademia ha promosso alcune campagne a favore dell’utilizzo dell’italiano come nel caso di espressioni quali bail instepchild adoptionvoluntary disclosure per favorire la comprensione di questi vocaboli.
“Questa è la linea del gruppo Incipit, di cui fanno parte alcuni accademici, tra cui il Presidente Marazzini e io stesso, insieme ad altri studiosi italiani e svizzeri, ma devo precisare che non si tratta di una linea condivisa dall’intera Accademia, all’interno della quale ci sono posizioni variegate. Una campagna contro le parole straniere non rientra comunque tra le finalità dell’Accademia; farebbe parte di una politica linguistica, che andrebbe condotta in modo diverso da quella, purista e sciovinista, che fu adottata in passato, durante il fascismo. Personalmente, credo che sia negativo l’uso di parole inglesi non opportunamente spiegate o chiarite, soprattutto nel linguaggio della politica: bisogna infatti tener conto di quel consistente numero di italiani che non conosce l’inglese o che non lo conosce così bene da poter automaticamente tradurre gli anglicismi che vengono continuamente proposti”.

Il rischio infatti è quello di confondere…
“Infatti non di rado l’uso del termine inglese serve a velare quello che è il significato delle ‘cose’ che indicano. La parola straniera in politica rischia di essere espressione di una strategia di comunicazione-non comunicazione dagli effetti negativi. Bisogna aggiungere un altro elemento: la traduzione richiede anche un po’ di creatività, un po’ di fantasia, e invece assistiamo a un accoglimento passivo di parole straniere. Va anche detto che i termini inglesi vengono utilizzati perché provengono da un’area che, in certi settori, ha un grande prestigio. Pensiamo al bail-in, che viene dall’ambito finanziario. Nel Medioevo erano invece gli altri popoli europei che guardavano ai modelli italiani e adottavano termini dell’italiano: conto, banca, ecc. Il fiorentino era del resto la lingua della nazione leader dell’economia. Quando si mutuano modelli dall’estero, è chiaro che i modelli si portano dietro anche un certo vocabolario. Non dobbiamo però rinunciare totalmente alla creatività, né allo sforzo di tradurre per essere chiari: solo così possiamo dare una risorsa in più alla lingua per aggiornarsi e indicare nuovi referenti, nuovi oggetti e nuove funzioni”.

Il fatto di rappresentare un modello linguistico è anche sinonimo di potere di influenza…
“Sì, e di prestigio. Pensiamo alla musica, con tutti i termini legati agli strumenti, ai tempi, ai ritmi, ai registri vocali: sono tutti italiani. Qualche lingua adotta italianismi così come sono, qualche altra lingua li adatta, ma in passato l’italiano è stato fondamentale per la musica. Se una nazione ha una forza culturale in un determinato settore è naturale che anche la lingua ne benefici nel suo successo internazionale”.

A proposito di politica, di recente la questione del genere è riemersa anche rispetto a quanto affermato dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini. Anche l’Accademia si è espressa in merito…
“L’Accademia ha una tradizione di studi a riguardo. Anche noi abbiamo avuto una presidente, Nicoletta Maraschio, attivissima anche sotto questo profilo. L’italiano ha certamente dei problemi rispetto alla questione del genere e del sessismo linguistico. Intanto la nostra è una lingua che esprime il genere grammaticale in maniera molto forte e in molti modi. Pensiamo ad esempio, proprio rispetto all’inglese, all’accordo dell’aggettivo al genere del nome o anche alla differenza tra articoli maschili e femminili. Quando si ha a che fare con cariche, professioni, mestieri, ruoli che tradizionalmente sono stati riservati a uomini, come ci si deve comportare? Teniamo anche presente che non di rado il femminile indicava la moglie di chi deteneva la carica. Pensiamo ad esempio alla generalessa, che indicava la moglie del generale, non di certo una donna con un alto grado all’interno dell’esercito. Man mano che le donne hanno conquistato, legittimamente, uno spazio anche in professioni solitamente maschili, è emersa la questione del genere. Tuttavia le stesse donne non mostrano un atteggiamento uniforme. La linea della Boldrini è molto decisa e condivisibile per gli aspetti linguistici. Ma pensiamo anche a donne che hanno ricoperto e che ricoprono la carica di ministro, che hanno preferito e preferiscono essere chiamate ministro anziché ministra, perché percepiscono il termine al femminile come qualcosa di riduttivo, identificando unicamente nel maschile la funzione di titolare di un dicastero”.

Come è giusto allora comportarsi a livello grammaticale?
“Da un punto di vista grammaticale non ci sarebbe nessun problema ad accordare il genere al sesso di chi ricopre il ruolo. La lingua italiana lo consente. Nel caso di presidente si può usare ‘il presidente’ o ‘la presidente’, quindi basta cambiare l’articolo, così come avviene per ‘il preside’ e ‘la preside’. Ai nomi maschili in –tore si possono affiancare i femminili in –trice (direttore/direttrice). Quando il nome maschile finisce in -o, il femminile può assumere la desinenza in -a: come abbiamo ‘il maestro’ e ‘la maestra’, potremmo benissimo avere ‘l’avvocato’ e ‘l’avvocata’. In altri casi le cose sono un po’ più complesse: quando il maschile è in –a abbiamo termini come “il poeta” che diventa “la poetessa”, e “il pilota” che cambia solo l’articolo (“la pilota”). Apro una parentesi per affrontare un problema: se diciamo ‘Alda Merini è stata la più grande poetessa del secondo Novecento’, significa confrontarla soltanto con altre donne. Se si volesse riconoscerle questo primato in assoluto sarebbe meglio dire: ‘Alda Merini è stata il più grande poeta del secondo Novecento’, comprendendo quindi anche i maschi nel confronto”.

Diventa una questione di selezione e interpretazione.
“Sì, è un problema di interpretazione: il femminile può selezionare le donne all’interno di una categoria più ampia. Nell’uso comune ad esempio ‘il capo’ diventa ‘la capa’, con un’accezione per tradizione negativa. Dobbiamo stare dunque sempre attenti all’intenzione. Se la femminilizzazione vuole essere un riconoscimento del ruolo della donna, benissimo; se però vuole esserne una riduzione, va evitata. Molte volte, in effetti, abbiamo sentito adoperare il termine ‘ministra’ con questa funzione ironica e riduttiva. Conta in questi casi l’intenzione ancor più della scelta”.

Ritorniamo ai forestierismi e all’integrazione di anglicismi anche a livello letterario. Sono sempre più diffusi i romanzi contemporanei in cui le commistioni linguistiche – e prima ha citato Gadda – diventano espressione delle diverse sfumature di un mondo globale che anche linguisticamente possa avere una sua rappresentazione letteraria. Voi come giudicate questo utilizzo?
“Questo utilizzo non è nuovo. Abbiamo il precedente di Gadda, ma prima ancora le commedie del Rinascimento, che mettevano in scena un insieme di dialetti e di lingue che nella macchina teatrale diventavano comprensibili al pubblico. Da questo punto di vista, l’italiano è particolarmente avanti per questa convivenza che c’è stata per tanto tempo tra lingue e dialetti molto diversi. Non solo non è una novità, ma continuamente, nell’uso quotidiano, mescoliamo lingua e dialetto, tanto che tecnicamente si parla di commutazione di codice e di enunciati mistilingui. La rete ha ulteriormente enfatizzato questa possibilità, con l’ingresso dell’inglese e di altre lingue, che del resto trovano spazio anche nella realtà contemporanea, con le nuove minoranze alloglotte. Ovviamente anche la letteratura contemporanea risente di questa situazione. Naturalmente quando siamo sul piano della lingua creativa e letteraria, non si possono stabilire regole. È una linea sperimentale che vuole rendere il plurilinguismo e il pluriculturalismo e può avere anche la funzione di includere e favorire rapporti pacifici tra popoli. Tuttavia non è l’unica scelta. Ci può essere anche la scelta di una lingua più unitaria, scelta che diventa prioritaria laddove ci sono specifici registri linguistici come le leggi o altri elementi comunicativi. In questi casi possiamo applicare il bilinguismo (con i testi a fronte), ma non certamente una mescolanza di elementi diversi in uno stesso testo perché deve essere per forza di cose più rigido e più chiaro”.

Nell’ambito delle leggi tuttavia c’è il rischio di un eccessivo burocratese. Se si pensa al Manzoni, dal latinorum all’azzeccagarbugli, la questione permane anche oggi.
“La battaglia contro il burocratese è cominciata negli anni novanta, quando c’è stato uno sforzo di semplificare il linguaggio e di bandire l’antilingua. Uso la parola con cui definì Calvino la sua parodia molto efficace del burocratese risalente all’epoca del dibattito aperto da un intervento di Pasolini, a metà degli anni sessanta. È vero, il rischio c’è e si ricollega a quanto dicevo prima a proposito dell’eufemismo: ovvero della parola non del tutto chiara e del fatto che la Pubblica Amministrazione e lo Stato si ponessero in passato come controparte del cittadino. Da tempo la burocrazia ha cercato una lingua più amichevole. Bisogna anche dire che ogni tanto nelle leggi e nelle circolari (così come nei linguaggi settoriali) c’è anche la necessità di tenere più alto il registro linguistico, attraverso quelli che sono stati definiti da Luca Serianni come ‘tecnicismi collaterali’. Perché sui bugiardini dei farmaci leggiamo ‘per via orale’ anziché ‘per bocca’? Perché quella locuzione conferisce al testo medico un’aura e un tono più solenni che si ritengono adatti a quel tipo di testi. Bisogna inoltre tenere presente che una certa dose di tecnicismi è fondamentale: pensiamo a ‘deduzione e ‘detrazione. Quando facciamo la dichiarazione dei redditi sono due voci ben distinte mentre nella lingua comune i termini sono utilizzati come sinonimi. L’importante è che il termine difficile venga spiegato”.

Olfatto e gusto: come la lingua italiana può arricchirsi di nuovi vocaboli per esprimere questi due sensi? Un recente studio ha individuato in alcune popolazioni indigene asiatiche un lessico molto più vasto a riguardo. C’è un margine per creare dei termini in questo ambito lessicale, oggi tanto in voga?
“Le lingue hanno storie diverse legate a tradizioni culturali assai differenziate, e quindi rispettano strategie diverse di spiegare e interpretare la realtà. Quello che lei dice a proposito delle sfere del gusto e dell’olfatto è vero: in italiano le presenza di espressioni specifiche è molto minoritaria, come in tutte le lingue che hanno una forte tradizione scritta. La presenza di questi elementi è più ampia nelle lingue legate all’oralità. C’è un termine abbastanza comune che è quello di onomatopea, in cui includiamo i termini che rendono i rumori e che rimandano ad una sfera dell’udito. Il vocabolo più corretto, e di carattere più generale, sarebbe ‘ideòfono’: ad esempio è un ideofono, più che un’onomatopea, la voce ‘zac’ per indicare un tipo di movimento. Rispetto alle lingue afro-asiatiche, da noi le forme legate al gusto sono state grammaticalizzate. Ricorriamo a precisazioni sottili se ad esempio vogliamo indicare il gusto del vino. Il lessico dell’enologia è molto interessante, ma non vi troviamo elementi che possano essere immediatamente associati a queste sfere sensoriali. Nella pubblicità, dove c’è una pronuncia orale, ogni tanto i riferimenti al gusto vengono recuperati con allungamenti vocalici o consonantici”.

Riguardo alla questione dei neologismi e al caso del piccolo Matteo. Quali sono i criteri per la creazione e ammissione di nuovi vocaboli nella lingua italiana?
“La lingua si alimenta continuamente di parole nuove. Formare parole nuove da parole esistenti aggiungendo prefissi e suffissi a parole già esistenti o formando nuovi composti è un’operazione di cui la lingua si è sempre giovata. Abbiamo anche parole d’autore, parole ‘griffate’ inventate da scienziati o anche da scrittori, come il citato Gadda, Alfieri, D’Annunzio, e prima di tutti Dante. In realtà tutti i parlanti inventano e producono parole nuove, come i derivati dai nomi propri. E su tutti i bambini, i quali, non conoscendo le regole grammaticali e a volte giocando con la lingua, formano parole nuove, come appunto ‘petaloso‘”.

Per entrare nel vocabolario, la strada per i neologismi non è tuttavia facile…
“La tradizione italiana, e nei secoli la Crusca ha avuto una precisa responsabilità in merito, guardava con sospetto ai neologismi, poiché il riferimento era il fiorentino di Dante, Petrarca e Boccaccio: tutte la parole che non avevano attestazioni nel Trecento e non erano nel vocabolario non potevano essere ritenute lecite. In realtà non è così. È logico e naturale che il lessico aumenti poiché ci sono nuovi oggetti, nuovi referenti, nuove sfumature di significato e nuovi colori che devono essere denominati. In teoria la lingua potrebbe ricorrere a parole che già esistono dando a esse un nuovo significato, e questo avviene non di rado: è il caso dei neologismi semantici. Ad esempio qualche anno fa un nuovo tipo di giubbotto fu definito chiodo, dunque non con una nuova parola, ma con l’attribuzione di un nuovo significato a un vocabolo già esistente”.

Oggi la paternità della creazione di nuovi vocaboli sembra essere diventata una moda.
“È interessante che molti rivendichino questo diritto di inventare parole nuove. Rispetto al definitivo ingresso nella lingua, il vero giudice è però il tempo: se quella parola indica qualcosa di essenziale, il cui successo non dura lo spazio di un mattino, come una nuova condizione, un sentimento che ancora non era stato messo a fuoco, un oggetto importante, allora quella parola può restare stabilmente nel vocabolario. Altrimenti sarà destinata a scomparire”.

Quali sono i progetti e il ruolo dell’Accademia oggi?
“L’Accademia ha la funzione scientifica di promuovere studi filologici e linguistici e di supportare tutti gli studi sull’italiano e sulla sua letteratura, così ricca e ammirata. Organizza iniziative congressuali, pubblica riviste e collane; è impegnata anche in attività legate alla Toscana, come quella del vocabolario fiorentino. Accanto a questo, c’è il versante della contemporaneità con i dibattiti sulla lingua dei nuovi mezzi di comunicazione, la lingua dei giovani. La Crusca è poi al servizio degli italiani: tiene contatti con le scuole primarie e secondarie per indicare particolari percorsi didattici e offre la sua consulenza a tutti coloro che hanno dubbi linguistici”.

Chi sono le persone che si rivolgono all’Accademia per sanare dubbi linguistici?
“Come dimostra il caso del piccolo Matteo, la Crusca risponde tanto al sindaco del nuovo comune che ci interpella per chiedere suggerimenti sul nome da dare ai propri abitanti quanto agli alunni delle scuole primarie che hanno delle curiosità. Noi cerchiamo di fornire indicazioni, cercando di essere attenti alle esigenze e agli aspetti molto vari della realtà attuale e a questa fase complessa che l’italiano sta attraversando. C’è poi un’attività della Crusca legata agli italiani all’estero, tra cui la collaborazione con il MAE per la settimana della lingua italiana nel mondo che si tiene a ottobre; insieme ad altre accademie europee ha varato iniziative in difesa delle lingue nazionali. Io coordino il servizio di consulenza, che cerca di risolvere i frequenti dubbi che si incontrano nell’uso della nostra lingua, che in effetti è abbastanza complicata”.

Se dovesse indicare una parola caduta nell’oblio e che invece occorrerebbe riscoprire, quale sceglierebbe?
“L’italiano ha un patrimonio lessicale ricchissimo e una tradizione molto lunga. Le parole hanno una vita molto variegata: alcune resistono nel tempo, altre mutano di significato. Vorrei segnalare il verbo ‘smarrire’, che non è oggi del tutto tramontato (specie al participio passato, ‘smarrito’, usato in senso per lo più in senso figurato), ma al suo posto usiamo piuttosto (e direi massicciamente) il verbo ‘perdere’. In realtà però ‘smarrire esprime la speranza di ritrovare, mentre con ‘perdere si ha la certezza di una perdita definitiva. Mi piacerebbe che si usasse di più ‘smarrire, conservando la fiducia di un recupero. Pensiamo al verso dantesco ‘che la diritta via era smarrita o all’espressione evangelica della ‘pecorella smarrita. Oggi, forse, diamo quasi per scontata la possibilità di perdere qualcosa senza neppure porci più il problema di ricercarlo di poterlo ritrovare”.

Sono passati alcuni mesi dalla scomparsa di un gigante del nostro tempo: Umberto Eco, che con la semiotica ha indagato il rapporto tra segno e concetto. Quali sono oggi i confini che possiamo superare per poter veicolare con le parole anche ciò che è più complesso come sentimenti e pensieri astratti?
“Dobbiamo ricordare che il linguaggio verbale è, tra tutti i linguaggi comunicativi, quello che ha maggiori potenzialità: i foni, i suoni di cui si serve, sono pochi, ma innumerevoli le parole. Inoltre ha una capacità metalinguistica: mentre io non posso descrivere un quadro con un altro quadro, la lingua può parlare di se stessa. La musica ha una maggiore universalità, ma la gamma di messaggi che esprime è meno precisa. Dobbiamo renderci conto che per la lingua non c’è nulla teoricamente di inesprimibile. È il codice stesso che ha questa potenzialità: le lingue possono cambiare (e cambiano, nello spazio e nel tempo), ma la lingua in quanto tale è una delle cose più tipicamente umane e chissà quali altri spazi potrà esplorare in futuro”.

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