"Addicted", a cura di Carlotta Susca, è un saggio scritto a più mani che propone un'analisi di alcune delle serie tv più famose degli ultimi anni. È pensato per chi trae la sua dose quotidiana di storie dai libri, dal cinema e dalla tv...

Fonti inesauribili di storie, visibili su tv, pc o smartphone, le serie si sono ormai definitivamente fatte largo nel panorama culturale mondiale, conquistandosi una dignità che prima non avevano. Tanto che per molti, ormai, un una buona serie, come un buon libro, ha la capacità di suscitare nello spettatore un cortocircuito di emozioni. E una dipendenza.

Di questo e di tanto altro parla Addicted (LiberAria), la raccolta di saggi scritta a più mani e curata da Carlotta Susca, consulente editoriale che, tra le altre cose, ha pubblicato David Foster Wallace nella Casa Stregata (Stilo) e creato il festival Storie (in) Serie. Insieme al giornalista Michele Casella, al fondatore di Finzioni, Jacopo CirilloMarika di Maro e al critico cinematografico Leonardo Gregorio, Susca mostra come le serie generino forme di dipendenza, costringano lo spettatore a una visione compulsiva grazie alla forza delle trame e dei personaggi, che sono a loro volta dipendenti: dai film, dalla musica, dal linguaggio, dall’amore.

I cinque saggi del volume spaziano tra The Big Bang Theory, Twin Peaks, Fargo, The Knick e molte altre, che danno al lettore la possibilità di trarre un senso – anche critico – dalle serie tv che hanno accompagnato la nostra generazione, esplorando varie forme di dipendenza.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del libro:

1. Listen to the sounds. Twin Peaks e la collisione fra particelle sonore
(dal saggio Il ritmo delle storie: dal beat alla canzone, la costruzione di mondi seriali attraverso la musica – di Michele Casella)

Spazio reale, divenuto set cinematografico e quindi topos mediatico di clamore planetario, Twin Peaks è per David Lynch il luogo delle possibilità e delle narrazioni. A seguirne le direttrici affabulatorie, risulta immediatamente chiaro come i concetti di spazio e tempo non rispondano alle regole cognitive del quotidiano. Attraverso uno sviluppo di puzzle interconnessi e in continua evoluzione, Twin Peaks è il palcoscenico perfetto per dar spazio ai due principali talenti di Lynch: l’indomita attitudine alla sperimentazione e l’incontenibile fiducia nell’intuizione. Il sistema adottato dal regista di Missoula (Montana) sembra simile a quello della misteriosa scatola nera che appare nella seconda stagione del serial, un rompicapo risolvibile solo qualora se ne deducano le regole. Un sistema narrativo che spesso si basa sul gioco e che ricorda i game piece tipici di un altro grande sperimentatore americano, concentrato però sul jazz d’avanguardia: John Zorn. Con uno stile che richiama alla mente le sferzate di sax che Fred di Lost Highway diffonde nelle sue performance notturne, Zorn crea delle composizioni basate su semplici regole, simili a quelle (ad esempio) di hockey e lacrosse. La sfida con l’ascoltatore sta nell’insinuarsi in questi giochi, non necessariamente comprendendo ogni singolo movimento, ma percependo le vibrazioni che passano fra i protagonisti della performance, sempre in equilibrio fra rigore sonoro e incursioni nell’improvvisazione.
La comprensione arriva quindi attraverso due canali: quello prettamente empatico, dove fiducia nell’autore e abbandono alla narrazione portano al godimento dell’opera, e quello più deduttivo, basato su una fruizione reiterata e maggiormente strutturata.
Fin dai suoi esordi giovanili, Lynch si è avvicinato all’opera audiovisiva con gli occhi di un pittore e l’orecchio di un ingegnere del suono. Il suo incipit è sempre stato il dettaglio, analizzato e spesso evidenziato attraverso costanti ingrandimenti e dilatazioni. Dallo zoom sull’orecchio di Blue Velvet per arrivare al fiammifero acceso al rallenty in Wild At Heart, l’interesse di Lynch è tutto negli infiniti frattali possibili della narrazione.
Le prime sequenze della terza stagione di Twin Peaks si basano proprio su questo principio di crossmedialità e ripartenza dai dettagli. «Listen to the sounds» dice il gigante nella Loggia Nera a un Agente Cooper apparentemente perplesso. Quindi da un vecchio grammofono escono dei suoni simili a scricchiolii, glitch che creano un immediato richiamo alle notti insonni dell’Henry Spencer di Eraserhead, ma che si inseriscono in una libreria sonora particolarmente interessante e identitaria. Perché la soundtrack scritta da Badalamenti assieme allo stesso Lynch non esaurisce il commento sonoro della serie TV, ma si incrocia in maniera significativa con i suoni d’ambiente ormai tipicamente legati a Twin Peaks. Il vento che passa fra i rami dei Douglas Fir, gli abeti su cui viene impresso il volto di Laura Palmer, la sirena lontana della segheria Packard, il verso dei gufi nelle notti fra i boschi, il fragore delle cascate Snoqualmie reiterate in ogni sigla iniziale sul tema sonora della sigla Falling.
«La vita, come la musica, ha un ritmo» afferma Margaret Lanterman, alias Signora Ceppo, e in effetti dal singolo suono, nella sua reiterazione che porta al principio del beat, ogni personaggio centrale di Twin Peaks è inscindibilmente legato al proprio tema principale. Il tema di Laura Palmer, ad esempio, è frutto di una lunga sessione strumentale dove Lynch evocava una scena dalla sua mente e Badalamenti si faceva guidare attraverso un bosco irto di rami e coperto di oscurità. Il destino di Laura è tutto in queste malinconiche note, che nella colonna sonora vengono immediatamente seguite dalla danza di Audrey, un jazz noir intriso di mistero, addolcito dal vibrafono e scosso dalle vibrazioni urgenti dei fiati. «Isn’t it too dreamy?» recita una maliziosa Sherilyn Fenn mentre balla trasognata, incantevole e incantata, coperta dal manto onirico di una città scossa dall’omicidio della reginetta della scuola. Ecco dunque arrivare la voce eterea di Julee Cruise, che permea col suo dream pop i concerti alla Roadhouse così come i passaggi narrativi della trama seriale. In uno scambio abbastanza disinvolto fra musica diegetica ed extradiegetica, Lynch gioca col suono creando continui straniamenti fra significante e significato, assegnando quasi in maniera arbitraria le corrispondenze fra visione e ascolto. Come già realizzato sul grande schermo in passaggi memorabili di Mulholland Drive, Lost Highway e Blue Velvet, ritmo, dilatazione e giustapposizioni provocano dapprima smarrimento e poi rivelazione. Ed è il ritmo, infatti, ad essere elemento di svelamento: esso diventa destrutturato e spigoloso, costruito su un canovaccio di broken blues, quando il senso di mistero diventa palpabile; si trasforma in regolare e subordinato alla melodia quando subentra un thread romantico o nostalgico, quindi torna old jazz o squisitamente improvvisato quando si accede allo stravolgimento del significato nella Loggia Nera.
Una costante sovrapposizione di direttrici, si diceva, che dalla cura del singolo suono arriva alla composizione di brani in forma canzone, per poi compiere il percorso opposto e tornare al singolo verso, alla singola parola, alla singola lettera. La Loggia Nera è infatti il luogo in cui suono e verbo incontrano il loro Doppelgänger, dove il reverse-speech dona una nuova melodicità al discorso (letteralmente aggredendo il nostro universo emotivo) o diventa ulteriore elemento di narrazione e svelamento. Un loop causale senza soluzione di continuità, che sembra destinato a seguire regole di reiterazione che tendono all’infinito, come un nastro di Möbius in cui i personaggi restano incastrati per la vita, quasi una maledizione creativa lanciata dal narratore ai suoi protagonisti. «Where we’re from» recita infatti il disturbante Man From Another Place, «the birds sing a pretty song and there’s always music in the air» («Nel posto da cui veniamo, gli uccelli cantano una bella canzone e c’è sempre musica nell’aria»). Un luogo le cui creature sono fatte di «pura aria», in cui «vanno su e giù, collegando due mondi», viene spiegato in Fire Walk With Me. Un mondo di ombre diafane e idee, un universo narrativo che diventa messaggio audiovisivo, plasmato da Lynch nelle forme di un’opera d’arte che si nutre del contemporaneo.

(continua in libreria…)

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