ilLibraio.it ha intervistato Davide Enia, che torna in libreria con "Appunti per un naufragio", un testo urgente, profondo e attuale. L'autore si ferma di fronte al mare di Lampedusa accompagnato dalla sua vicenda personale, e usa ora gli strumenti del racconto finzionale ora del reportage, e ci restituisce un quadro della Storia che come un’onda si infrange sulla sua vita: "Questo è un romanzo che dichiara nel titolo il fallimento della parola nel raccontare il tempo presente della crisi..."

Se avessimo la possibilità di volare sopra Lampedusa potremmo mettere insieme da un punto di vista privilegiato il disegno che Davide Enia fa dell’isola nel suo Appunti per un naufragio (Sellerio) e come un gioco troppo semplice, proveremmo a unire i puntini.

davide enia

Il racconto, invece, ci chiama sulla terraferma, ci chiede attenzione diretta, ci trattiene in piedi, in silenzio, ci obbliga a guardare il mare davanti a noi, facendo i conti con l’orizzonte finito delle cose. L’urgenza è tanta e la nostra posizione scomoda.

In Appunti per un naufragio Davide Enia si ferma di fronte al mare di Lampedusa accompagnato dalla sua vicenda personale, usa ora gli strumenti del racconto finzionale ora del reportage e ci restituisce un quadro della Storia che come un’onda si infrange sulla sua vita, si ritrae e ricomincia.

Davide Enia (foto di Gianluca Moro)
Davide Enia (foto di Gianluca Moro)

Comincerei da ciò che si trova sopra l’acqua: Lampedusa. L’isola sconfina ogni volta che arriva una barca: si allarga o si stringe a seconda di quante persone deve ospitare o di quanta morte deve fronteggiare. Questa è la prima cosa che impariamo come lettori. Cosa sapeva di Lampedusa prima di decidere di andare lì?
“La prima percezione forte che ho avuto in quella che è una estensione culturale della mia Sicilia è che con le persone di Lampedusa ci parlavamo in dialetto, nominando con la lingua della culla: Lampedusa rappresenta la frontiera del mio linguaggio. I lampedusani hanno un dialetto a metà fra giurgintano e palermitano, quindi c’è una certa prossimità linguistica. C’era un altro racconto di ciò che stava avvenendo, radicalmente differente da ciò che leggevo in giro. Questa differenza era data da un vocabolario comune che ritrovavo fra me e loro. Il primo sbarco che ho visto e raccontato è stato il peggiore (per svenimenti, numeri) ed è andato proprio come l’ho descritto. La prima grande battaglia con me stesso è stata abbandonare ogni pregiudizio e mettermi nell’unica condizione possibile: ascoltare”.

Sopra l’acqua ci sono anche le conseguenze del naufragio. Il soccorso è un lavoro, con processi, metodi, abitudini, allenamento; è un lavoro fatto di «domande smisurate», come lei le chiama nel libro, dopo le quali niente è più lo stesso. Come si impara a gestire l’oltre misura?
“Tutte le persone con le quali ho parlato io sono in burnout, soffrono di sindrome da stress post-traumatico e manca un intervento terapeutico. Ci sono le condizioni di una zona di guerra e non sappiamo cosa accadrà a queste persone fra quindici o venti anni. Il trauma ha un rilascio lento ma ha un rilascio. Credo che l’attività più sana per chi vive queste situazioni sia parlarne, affinché il trauma non ti allaghi il cuore. Ciò significa sforzarsi per trovare le parole esatte per nominare le cose. Per questo motivo ho cercato di rispettare le esatte parole che mi sono state dette. Rispettare gli aggettivi, le immagini che mi venivano raccontate, cercare di essere il più preciso possibile come se la scrittura fosse un cristallo. Ma non basta: dobbiamo capire chi è l’occhio che osserva e la mano che scrive, motivo per il quale accanto alla Storia che accade si interseca la mia storia personale e il racconto del presente entra nelle strutture del romanzo: sono io che ridiscuto il paternalismo della mia cultura, il rapporto con mio papà, obbligandomi a parlargli, obbligandolo a parlare, mi permetto di elaborare il lutto”.

Sott’acqua finiscono la morte, la fragilità degli uomini, l’impossibilità di salvare sempre tutti, la difficoltà di parlarne, gli sguardi dei vivi che affondano nel mare. È la parte del romanzo più emotivamente impegnativa da leggere: lo è stato anche scriverla?
“Nel momento in cui decido di provare a raccontare questo presente apro lo spettro a trecentosessanta gradi e processo quello che accade e che scrivo, facendo leggere alle persone interessate quello che ho messo sulla pagina, anche per evitare fraintendimenti. Il movimento è doppio: da una parte ritrosia, dall’altra certezza di dover scardinare pudori per riuscire a levare ogni orpello o velleità di apparire migliori di quello che si è. È stata una operazione necessaria a elaborare il lutto e frapporre la distanza fra me e i fatti. L’inizio dell’approdo”.

Ecco: gli approdi. Tra il sopra e il sotto c’è il pelo dell’acqua, dove si trovano il molo, la spiaggia, la macchina fotografica di suo padre, i corpi non identificati, ma anche quelli salvati. C’è l’io-narratore che si inserisce ora sopra l’acqua, ora sotto; c’è Silvia e ci sono quegli elementi che stanno accanto al racconto con discrezione. Si è mai trovato nella condizione di essere l’approdo di qualcuno mentre era lì?
“Di sbarchi ne ho visti parecchi ed è stato qualcosa che mi ha rimesso al mondo, perché ho visto con i miei occhi e toccato con le mie mani non cifre o numeri ascoltati alla tv, ma esseri umani in carne e ossa, mentre approdavano. In quel momento erano salvi, nel senso più escatologico possibile del termine, come era salva la Guardia Costiera.
Non c’è spazio per la finzione narrativa e in queste circostanze la linea dell’azione fa differenza: di fronte alla sofferenza reale, le stesse persone che vomitano veleno sulle persone che arrivano sono le prime a essere generose.
Ho capito che tutto si risolve in una domanda: se c’è un uomo che sta affogando, io mi tuffo o rimango sulla barca? Quando si esperisce questa cosa si capisce come si è fatti e ci si rende conto che ciò che accade è uno specchio che mostra chi sei tu davvero e a cosa ti è servito tutto quello che hai fatto o esperito nella vita”.

Le storie che lei riporta suggeriscono una propria unicità. I dettagli – quelli che cerca suo padre fotografando, quelli che cerca lei scrivendo – fanno di ogni paio di occhi persi o recuperati una storia da celebrare. Non esiste l’assoluto, ète l’biografici che scrivi? iografici che scrivi? o – e to alle vicende che stati cercando di raccontare?otivazioni personal un’opera incompiuta per definizione.
È da qui che deriva la scelta di usare «Appunti» nel titolo?
“Nel grande romanzo ottocentesco si ha l’affresco di un mondo autoconclusivo. Qua no: l’unica cosa che si può fare è il racconto minuzioso delle numerose tessere del mosaico. Questo è un romanzo che dichiara nel titolo il fallimento della parola nel raccontare il tempo presente della crisi. Il presente non ha il lasso di tempo necessario per processare i fatti. La grande letteratura italiana del dopoguerra accade vent’anni dopo quei fatti, lo stesso tempo che ci vorrà per capire cosa sta accadendo a chi sta vivendo questo spostamento biblico. La parola arriva fino a un certo punto, deve avere il coraggio della frontiera e la mia è la denuncia del fallimento della parola che non controlla più il mondo, perché non riesce più a contenerlo”.

Il lettore è a riva, sul molo, al porto. Va via da Lampedusa corroso dall’acqua, con un senso di incapacità e mancanza profonda. Si è mai sentito manchevole di qualcosa, in difficoltà nel raccontare?
“Molto materiale non l’ho messo, ho operato un processo di selezione, perché ci vuole un tempo giusto per raccontare tutto e oggi il tempo giusto è quello di questa porzione di testo qui. Il senso di mancanza c’è sempre, accanto al fatto che come ogni attività umana necessariamente a un certo punto interviene l’abitudine”.

La mia lettura è stata divisa in tre parti. L’ultimo terzo inizia con il racconto più puntuale della strage del 3 ottobre 2013. Fino a quel momento quel giorno era un riferimento obbligato, citato ma mai specificato, come se lei lo considerasse una materia elementare. Invece poi ecco che arriva. Ci stava preparando. Come ha affrontato la scrittura di quell’evento?
“Tutti i residenti hanno vissuto quel giorno. Ho avuto la fortuna di parlare con la Guardia Costiera che era lì e con i primi soccorritori (Vito e Costantino, ad esempio, che cito nel romanzo); è un evento capitale perché ti trovi la morte davanti casa con numeri giganteschi, di cui non si sa ancora l’esattezza. È stato il punto di non ritorno, come il 1992 a Palermo con le bombe di mafia. Le persone con cui ho parlato hanno ammesso la difficoltà a riprendere la vita quotidiana, fatta di mare. Affrontare il 3 ottobre significa capire cosa questa data può significare anche per chi sta provando a raccontare. Io mi trovavo a Amsterdam, non scrivevo da molto tempo e ho ritrovato la necessità della scrittura. La cosa più onesta possibile è stata raccontare il fatto lasciando tutto il lavoro di ricomposizione al lettore. A me interessa che il lettore lavori con me, come a teatro lo spettatore, e che oltre alla linea che traccio io ce ne sia una parallela che permetta al lettore di darsi risposte che non per forza devono essere le mie”.

Nel romanzo ci sono persone più che personaggi – suo padre Francesco, suo zio Beppe, Silvia, i suoi amici Paola e Melo – e il racconto è in prima persona. Questa caratteristica del suo modo di scrivere si trova anche in altri suoi lavori. Come gestisce gli elementi autobiografici?
“In questo caso mi sono fidato delle mie parole e al tempo stesso ho nutrito il dubbio di non essere stato adeguato. Avrei voluto terminare il libro il 3 ottobre, ma è accaduta la vita e ho scritto le ultime pagine a gennaio, quindi ho messo il libro da parte e ci sono tornato dopo un paio di mesi. Il libro è arrivato all’editore molto lavorato, perché mi sono dato il tempo di elaborare, nominando le cose”.

Come si è sviluppata l’attività di raccolta delle informazioni e delle testimonianze?
“Ho costruito una rete di contatti tramite gli amici, le persone di Lampedusa con cui parlavo, chi prendeva parte alle procedure di soccorso, volevo sapere le cose con esattezza. Ho usato quasi sempre un registratore e mi sono dato il tempo di comprendere ciò che mi veniva detto, ho accettato cambi e rettifiche di chi ho intervistato. Mi sono dato come regola il rispetto di ciò che mi veniva raccontato”.

Aveva il dubbio di dire qualcosa di incompleto?
“L’approdo a Lampedusa è una tappa di un viaggio più grande che non viene raccontato e ho scoperto solo le conseguenze: le violenze, i soprusi, ciò che lascia il segno visibile, un segno che può essere raccontato. La lingua però è mediata: loro ci dicono cosa accade in una lingua terza, di solito francese o inglese, perciò manca quella sorta di aderenza che invece ho trovato con i medici, i lampedusani e i pescatori, con chi, cioè, parlava il mio linguaggio. Quando loro riusciranno a raccontare nella loro lingua avremo la testimonianza reale di ciò che accade oggi”.

Per scrivere Così in terra mi aveva detto di aver studiato il linguaggio della prosa – lei aveva scritto soprattutto per il teatro, fino a quel momento. Per scrivere questo?
“Studio sempre, me lo ha insegnato il teatro. Ho letto molto di Ryszard Kapuściński, e poi Tucidide, Erodoto, i classici per capire in che modo raccontavano il loro presente; ho letto tantissime interviste – di sport, di politica – per capire come ci si pone di fronte a qualcuno a cui si rivolgono le domande. Ho studiato la geologia del Mediterraneo e come si effettua un soccorso a mare: strumenti, procedure. Ho studiato per avere in mente i termini precisi e non dover interrompere il discorso diretto”.

Dalla sua pubblicazione, Così in terra ha ricevuto l’attenzione di molti editori stranieri: ad esempio l’Olanda, la Francia, gli Stati Uniti, il Brasile. La sua lingua spesso è talmente evocativa che si può affidare solo al palermitano. In che modo ha collaborato con i traduttori stranieri?
“Spesso dovevo tradurre dal palermitano all’italiano e far capire al traduttore il contesto: non mi importava che si usasse il termine puntuale, mi interessava che ad esempio la potenza o la fragilità della mia lingua trovasse l’esatta interpretazione nella lingua di traduzione. Cercavo di trasferire il substrato emotivo culturale sentimentale che generava quelle parole. In Francia, Così in terra ha ricevuto un premio come miglior romanzo straniero. Devo dividere il premio con Françoise Brun, la traduttrice, che è riuscita a restituire il linguaggio vero di questo libro. Tornerò a lavorare con lei per Appunti per un naufragio, che uscirà a gennaio in Francia: sarà una sfida tradurre emotivamente anche questo”.

Recentemente ha diretto L’oca del Cairo, un’opera incompiuta di Mozart, al Teatro Massimo di Palermo. È stato il suo debutto alla regia lirica.
“È stato il lavoro più entusiasmante e infernale che ho fatto: ho lavorato con i cantanti secondo una partitura attoriale. Lavorando assieme, il direttore Silvia Spinnato e io abbiamo creato un «ultra-Mozart», un Mozart elevato al cubo, cercando un equilibrio nuovo tra le musiche e le parole. E dove Mozart è rimasto incompiuto ho provato ad andargli incontro, cercando un rapporto 1 a 1 con lui”.

Siamo alla fine: qual è l’ultimo libro che ha letto?
“La trilogia di Kent Haruf”.

L’AUTRICE – Elena Marinelli nel 2015 ha pubblicato il suo primo romanzo, Il terzo incomodo (Baldini&Castoldi); qui i suoi articoli per ilLibraio.it

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