"Era una ragazza dal corpo splendido, ma con il viso precocemente invecchiato...". Su ilLibraio.it un racconto tratto dal libro "Certi momenti"

Foffa

Nel mio paese c’era una casa di tolleranza, la pensione Eva, alla quale ho dedicato addirittura un romanzo. Ma c’erano anche due prostitute, come dire, indipendenti. Una si chiamava Cettina, e aveva di gran lunga superato i quarant’anni, l’altra era una ventiquattrenne chiamata Foffa, e non so a quale nome corrispondesse il nomignolo. La prima non ebbi mai modo di conoscerla, la seconda la vidi qualche volta mentre, come usava sempre fare, la domenica mattina andava a messa. Era una ragazza dal corpo splendido, ma con il viso precocemente invecchiato. Sapevo che aveva due figli, che uno si chiamava Nené, proprio come ero chiamato io in famiglia e dagli amici, e l’altro Gerlando. Nené nel ’42 aveva quattro anni, Gerlando sei. Avevo un amico più grande di qualche anno di me che era un suo cliente abituale. Una volta mi chiese di accompagnarlo e io, spinto dalla curiosità, acconsentii. L’appartamento di Foffa era molto povero; si componeva di una camera da pranzo-salottino, di una camera da letto, una cucina e un bagno. Il mio amico mi pregò di attenderlo in salottino, e lui se ne andò in camera da letto con Foffa. «Faccio una cosa breve.» Infatti dopo una ventina di minuti si presentò seguito da Foffa.

«E tu?» mi chiese la ragazza. «Io no, grazie.» «Non ti piaccio?» «No, non è per questo» dissi. Mi guardò in un modo così intenso che ne rimasi turbato: quello sguardo mi perseguitò per qualche giorno, non riuscivo a togliermelo di dosso, sicché una sera decisi di andarla a trovare. Mi venne ad aprire una vecchia. «Foffa è occupata, se vuoi puoi aspettare nel salottino.» «Va bene» dissi. Dopo una mezz’oretta un quarantenne uscì dalla camera da letto, mi rivolse un cenno di saluto e andò via. Foffa entrò nel salottino, mi vide e mi riconobbe subito. Sorrise. «Hai cambiato idea?» «No. Vorrei parlare un poco con te. Ti pago come se…» «Va bene, va bene» tagliò. Si sedette accanto a me. «Che vuoi sapere?» Le domandai subito ciò che più mi interessava: «Perché lo fai?». «E tu perché lo vuoi sapere?» «Così, per curiosità.» Si alzò. «Vattene» mi disse, e mi guardò con lo stesso sguardo della prima volta. Me ne andai, ma dopo qualche giorno ero di nuovo lì, seduto nel salottino. Questa volta Foffa reagì duramente alla mia presenza. «Con te non voglio avere nulla a che fare!» «Senti Foffa, io sono disposto a pagarti tre volte tanto se rispondi a qualche mia domanda.» La mia insistenza dovette incuriosirla. Si sedette. «Avanti, perché lo fai?» «Per necessità» mi disse, e mi raccontò la sua storia.

A diciott’anni i suoi genitori l’avevano costretta al matrimonio con un uomo maturo che lavorava saltuariamente al porto e che era notoriamente un grande ubriacone e un grande giocatore d’azzardo. La sera, dopo aver cenato, mi raccontò, il marito usciva e tornava verso mezzanotte ubriaco fradicio; prima di mettersi a letto aveva l’abitudine, forse per conciliarsi il sonno, di prenderla a calci e a pugni senza alcun motivo. Lei, prima di addormentarsi, si sfogava con un lungo pianto. Le aveva fatto fare due figli, portava pochi soldi a casa, quel poco che bastava appena per sfamare Foffa e i bambini. Il marito morì ammazzato con una coltellata durante una rissa all’osteria: per sfamare i figli lei non aveva avuto altra strada che la prostituzione. «Soddisfatto?» mi chiese alla fine. Io le risposi di sì, e me ne andai con il cuore colmo di amarezza. Pochi giorni dopo capitò un fatto che addolorò tutto il paese: Nené e Gerlando, mentre stavano attraversando il corso, erano stati investiti da un camion e tutti e due erano rimasti uccisi sul colpo. Il fatto commosse tutto il paese, e la chiesa durante il funerale dei due bambini era stipata. Ma, davanti alle due bianche bare, Foffa piangeva silenziosamente senza avere nessuno che le stesse accanto. Attorno a lei c’era come un deserto: nessuno osava pubblicamente dimostrarsi suo amico. Mi sentii sconvolgere, provai una pietà così grande che mi feci largo tra la gente, mi avvicinai, le misi una mano sopra la spalla. Si voltò a guardarmi, e per la terza volta il suo sguardo mi entrò dritto fino al cuore. Mi sussurrò: «Domani vieni a trovarmi, voglio dirti una cosa». «Va bene.» L’indomani sera andai a trovarla. Foffa era tutta vestita di nero, con un vestito che qualcuno le aveva prestato: le stava largo, l’insaccava. Aveva gli occhi rossi e gonfi di pianto, il volto devastato dal dolore. Non sapevo cosa dirle per confortarla, perciò le domandai perché avesse voluto vedermi.

«Per salutarti» mi rispose. «Domani me ne vado. Ora non ho più bisogno di fare la buttana. Per la prima volta sono in grado di prendere una decisione in piena libertà. Per tutta la mia vita non ho fatto altro che obbedire alla volontà degli altri. Ora, finalmente, posso fare a modo mio. Posso decidere del mio futuro.» «Dove pensi di andare?» le domandai. «Non voglio dirlo a nessuno.» «Hai bisogno di soldi?» «No, ti ringrazio.» Si alzò. «Ti posso abbracciare?» mi chiese. Ci abbracciammo. Mi accompagnò alla porta. L’indomani mattina, che era domenica, scesi come al solito verso mezzogiorno per bere un aperitivo al caffè Castiglione. «La sentisti la notizia?» mi disse il mio amico Carmelo, che era il proprietario del caffè e che stava alla cassa. «Quale notizia?» «Foffa.» «Che ha fatto?» «Stanotte l’equipaggio di un peschereccio che stava rientrando ha intravisto una persona che dal molo si buttava a mare. Hanno cercato di soccorrerla, ma era molto buio e non sono riusciti a trovarla subito. Quando l’hanno vista era già troppo tardi. Hanno potuto solo recuperare il cadavere. Era Foffa.» Mi si piegarono le ginocchia, dovetti sedermi al tavolo più vicino. Il cameriere mi si avvicinò. «Portami un doppio cognac» dissi. Quando mi portò il bicchiere, prima di bere lo alzai in alto, e quello fu il mio ultimo saluto per Foffa.

IL LIBRO DA CUI E’ TRATTO IL RACCONTO – Su ilLibraio.it vi abbiamo presentato un estratto da Certi momenti di Andrea Camilleri, in libreria per Chiarelettere.

Quasi una vita, momento per momento, quelli più intensi che nel tempo acquistano ancora più vigore e ritornano in tutta la loro vividezza. Tanti incontri offerti nella forma del racconto, ognuno dei quali ha una luce, un’atmosfera e dei personaggi che hanno segnato soprattutto la giovinezza e l’adolescenza di Camilleri.

Alcuni conosciuti negli anni più maturi, durante la sua carriera di regista teatrale e televisivo, molti altri sconosciuti, che ci riportano ai tempi del fascismo, della guerra, momenti segnati da storie che nei loro risvolti più umani e sinceri acquistano un tratto epico e la magia del ricordo assoluto perché unico nel costituire una tappa, una svolta nella formazione dello scrittore.

L’anarchica, invincibile indifferenza di Antonio, insensibile ai richiami militari e agli orrori della guerra; la bellezza sorprendente dell’incontro con un vescovo libero nella mente e nel cuore; l’indelebile ricordo di quella notte di burrasca quando il padre di Camilleri andò a salvare l’eroico comandante Campanella, dato per disperso; il coraggio della “Sarduzza” e la determinazione nel difenderla dal tenente tedesco; l’ultimo saluto a “Foffa”, prostituta per necessità, sola nella vita e negli affetti.

Intermezzati gli uni con gli altri ecco l’incontro con Primo Levi e i suoi silenzi, la stravaganza di Gadda e la suscettibilità di D’Arrigo, il franco scontro con Pasolini riguardo alla regia di una sua opera teatrale, poco prima della sua morte, l’impareggiabile bravura di Salvo Randone (senza dimenticare Elio Vittorini, Benedetto Croce e il quasi incontro con Antonio Tabucchi).

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