"Nella letteratura per ragazzi questo è il momento delle distopie. Divergent, Hunger Games, Maze Runner...". Su ilLibraio.it la riflessione di Fabio Geda e Marco Magnone, in libreria con "Berlin", saga che ha come sfondo la Germania divisa dal muro, e in cui distopie e ucronie si incontrano a metà strada. Spazio anche a una raccomandazione: "Quando si parla con gli adolescenti, è meglio evitare frasi come: leggi perché è importante, leggi perché impari..."

di Fabio Geda e Marco Magnone

Si legge e si scrive per diversi motivi: per fuggire da una realtà verso cui si prova disagio, per lottare corpo a corpo con il mondo, per comprendersi, per vivere vite che altrimenti ci sarebbero negate e per tanti altri motivi, tutti nobili, tra cui: imparare. Ma questo, quando si parla con i ragazzi, è meglio non dirlo. Meglio evitare frasi come: leggi perché è importante, leggi perché impari. Non conosciamo un solo lettore giovanissimo che legga per questo motivo. Non conosciamo un solo lettore adulto che da bambino si sia appassionato alla lettura per questo motivo. S’inizia a leggere, da piccoli, perché leggere è dannatamente figo, emozionante in mille modi diversi. Poi, visto che idee e informazioni emotivamente cariche sono più facili da apprendere, finisce che dalla lettura si emerge avendo davvero imparato qualcosa: dettagli tecnici, contesti geopolitici, usi e costumi di culture altre – o a conoscere meglio se stessi.

Nella letteratura per ragazzi, questo, è il momento delle distopie. Divergent, Hunger Games, Maze Runner. Le distopie, utopie negative, dialogano con il futuro: immaginano società che si sono sviluppate in modo sgradevole. Allo stesso tempo simili e differenti sono le ucronie, che si mettono in relazione con il passato immaginando che la storia del mondo abbia seguito percorsi alternativi rispetto a quelli conosciuti. Ma innestare una narrazione in un luogo e in un tempo dato impone obblighi differenti dall’invenzione del futuro, che per sua natura riserva sorprese tecnologiche, politiche, sociali i cui limiti sono tracciati solo dalla fantasia dell’autore.

Scrivere un’ucronia significa accogliere la Storia nel proprio racconto, farla diventare un personaggio e seguirla passo passo per vedere dove porta. Le ucronie offrono ai narratori la possibilità di giocare a scacchi con gli eventi storici immaginando sviluppi innescati dalla regina delle domande: Che cosa sarebbe successo se…? Il what if di cui parla King nel suo On writing e che, dice lui, è alla base della maggior parte dei suoi libri. Che cosa sarebbe successo se Alessandro Magno fosse andato a ovest invece che a est per ingrandire il regno macedone? si chiede Tito Livio nel suo Ab Urbe Condita. E che cosa sarebbe successo se l’esito della Seconda guerra mondiale fosse stato diverso da quello che conosciamo? si chiedono Philip Dick in La svastica sul sole, Robert Harris in Fatherland e il nostro Enrico Brizzi nella trilogia iniziata con L’inattesa piega degli eventi.

Ci sono poi casi in cui distopie e ucronie si incontrano a metà strada: è il caso della narrativa post-apocalittica ambientata nel passato, tra leggi da riscrivere e lotte per la sopravvivenza, ma in mondi radicati o congelati in determinati periodi storici. È il caso del nostro Berlin, dove the end of the world as we know it (come cantano i Rem) arriva alla fine degli anni Settanta. Anni, quelli, a Berlino Ovest, particolarmente complessi; e che nel corso della saga verranno raccontati attraverso i flashback e i diari dei protagonisti, attraverso un giornale fake dell’epoca – un quotidiano indipendente di Kreuzberg, l’SO36 Express, che dopo essere stato distribuito nelle librerie è ora leggibile sul sito – e una mappa che presto si arricchirà di pillole storiche geo-referenziate.

Questo perché quando si vuole dare verosimiglianza a una versione alternativa della Storia è necessario prima smontare e studiare con cura, pezzo per pezzo, quella vera, anche se si tratta di un mondo che si è già deciso di radere al suolo. Altrimenti, in assenza di solide fondamenta, tutto ciò che segue rischierebbe di sgretolarsi da un momento all’altro, e tanti saluti al potenziale offerto dalla partita a scacchi di cui sopra.

Insomma, il fantasy, la fantascienza, i romanzi di genere possono diventare ghiottissime occasioni per raccontare la storia recente e mento recente ai ragazzi e per fargliela imparare senza che loro se ne accorgano, stretta nelle maglie dell’avventura, avvolta dal batticuore per il destino dei protagonisti. Basta non dirglielo. Quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi. E magari, chissà, sarà diventata per loro emozionante tanto quanto Hunger Games.

IL LIBRO E GLI AUTORI – È l’aprile 1978: sono passati tre anni da quando un misterioso virus ha decimato uno dopo l’altro tutti gli adulti di Berlino. In una città spettrale e decadente, gli unici superstiti sono i ragazzi e le ragazze divisi in gruppi rivali, che ogni giorno lottano per sopravvivere con un’unica certezza: dopo i sedici anni, quando meno se lo aspettano, il virus ucciderà anche loro. Tutto cambia quando qualcuno rapisce il piccolo Theo e lo porta via dall’isola dove viveva con Christa e le ragazze dell’Havel. Per salvare il bambino, Christa ha bisogno dell’aiuto di Jakob e dei suoi compagni di Gropiusstadt: insieme dovranno attraversare una Berlino fantasma fino all’aeroporto di Tegel, covo del più violento gruppo della città. Là, i fuochi che salgono nella notte confondono le luci con le ombre, il bene con il male, la vita con la morte. E quando sorgerà l’alba del nuovo giorno, Jakob e Christa non saranno più gli stessi.

Fabio Geda e Marco Magnone hanno scritto per Mondadori un libro per ragazzi particolare, Berlin. I fuochi di Tegel, che dà il via a una saga che ha come sfondo la Germania divisa dal muro (al progetto è dedicato anche un sito). Su ilLibraio.it i due autori riflettono sulla possibilità di raccontare la storia ai ragazzi attraverso una chiave “distopica”.

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