Definito come "l'erede letterario di Gabriel Garcia Màrquez e Salmand Rushdie", Eka Kurniawan, in libreria con "La bellezza è una ferita", si racconta a ilLibraio.it per parlare del suo nuovo romanzo, della letteratura dell'Indonesia e del valore della bellezza, che "non dipende dalla fortuna di nascere belli o meno, ma dalla capacità di guardare le cose in un altro modo, da un altro punto di vista"...

Sul’Isola di Giava, nel cuore dell’Indonesia, si trova Halimunda, un villaggio dove prendono vita storie fantastiche: qui Iyang volò da una rupe per non rassegnarsi a un’esistenza infelice, la principessa Rengganis andò in moglie a un cane perché nessun uomo era degno di lei, qui viveva Dewi Ayu, la prostituta che si ricorda uno a uno tutti i nomi dei suoi centosettantadue clienti, dal primo all’ultimo; da quegli uomini ebbe quattro figlie, di una bellezza mozzafiato, tutte tranne una, che ha nome Bellezza.

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Mentre l’Indonesia viene sconvolta dai grandi cambiamenti del secolo scorso, dal colonialismo spietato all’occupazione giapponese, dalla rivoluzione comunista al regime dittatoriale, i fatti storici si intersecano alla finzione romanzesca, mescolandosi alle vicende incredibili, e a tratti fantastiche, di Dewi Ayu, resuscitata dopo 21 anni dalla sua morte per vendicare una maledizione che grava sulla sua famiglia, sulle sue figlie e nipoti…

Questa la trama di La bellezza è una ferita (Marsilio, traduzione di Norma Gobetti), il nuovo romanzo di Eka Kurniawan, già autore di L’uomo tigre (Metropoli d’Asia, traduzione di M. Martignoni). Originario dell’Isola di Giava, lo scrittore collabora con il New York Times ed è stato finalista al Man Booker Internation Prize; secondo The New York Review of Books, “Kurniawan è l’erede letterario di Gabriel Garcia Màrquez e Salman Rushdie”. IlLibraio.it ha intervistato l’autore in occasione della sua partecipazione al Festivaletteratura per parlare del suo nuovo libro, e non solo…

Eka Kurniawan la bellezza è una ferita

L’hanno definita “l’erede letterario di Gabriel Garcia Màrquez e Salmand Rushdie”; si riconosce in questa definizione?
“Credo che se dovessi dare una definizione di me stesso come scrittore non avrei dato questa, ma posso capire come sia nato il paragone, ci sono elementi della mia scrittura che ricordano questi scrittori. Mi hanno paragonato anche ad altri autori e credo, soprattutto, che ogni scrittore venga messo a confronto con i suoi predecessori, perché si cerca sempre di trovare qualche elemento di somiglianza con gli scrittori precedenti per comprendere i nuovi”.

In che cosa si riconosce più simile a questi autori?
“Penso di riconoscermi molto nell’umorismo di Màrquez e in un certo utilizzo degli elementi grotteschi e fantastici; tuttavia, solitamente, nella mia scrittura il fantastico emerge all’interno di horror stories, un utilizzo molto diverso da quello che ne faceva Màrquez, mentre io prediligo l’utilizzo di immagini e situazioni grottesche, rispetto agli aspetti fantastici”.

Cosa che in Gabriel Garcia Màrquez non accade.
“No, in Màrquez ha molta più importanza l’elemento fantastico del grottesco; è quel realismo magico che lo ha reso celebre”.

A questo proposito, come è nata l’idea di calare i fatti storici dell’Indonesia in un contesto di realismo magico?
“Credo che stessi cercando qualcosa di nuovo, volevo ripensare alla storia dell’Indonesia e del mio paese da un punto di vista nuovo: nella letteratura indonesiana vi è una netta divisione tra ciò che si può classificare come ‘vero’ e ‘l’inventato’, una rigida dicotomia all’interno della quale non volevo rientrare”.

Quindi il suo obiettivo era di cercare un nuovo modo di raccontare la storia?
“In un certo senso volevo trovare un nuovo modo di combinare la storia ufficiale e quella inventata, un modo di raccontare che fosse più aperto alla discussione e all’interpretazione. Volevo dimostrare che anche la storia può essere raccontata con un approccio creativo: il punto è come si pensano e si interpretano gli eventi, non cosa è vero e cosa è falso”.

Che momento sta vivendo la letteratura del sud est asiatico e dell’Indonesia?
“Credo che l’Europa sia sia resa conto di sapere molto poco di questa parte del mondo. In questo modo, gli europei che realizzano di non conoscere la nostra cultura, ne sono incuriositi. L’Indonesia, in particolare, ha una grande tradizione letteraria, anche molto antica, ma non è una letteratura facile a cui approcciarsi: si tratta di un insieme di moltissime varietà linguistiche, a cui corrispondono altrettante letterature”.

Può non essere facile per gli stranieri studiare una letteratura così frammentata al suo interno.
“È difficile anche per noi. Esiste una letteratura giapponese, una sundanese e così via, non è facile muoversi nell’insieme di linguaggi e letterature che compongono la tradizione del sud est asiatico… Probabilmente le letterature asiatiche più conosciute nel resto del mondo sono quella cinese e quella giapponese, perché storicamente più forti”.

Quale ruolo ha la bellezza ne La bellezza è una ferita?
“Non credo che vi sia una vera differenza tra l’essere dotati di bellezza e il non esserlo, non solo nel mio romanzo ma in generale: mi pace pensare che sia solo una questione di guardare le cose in modo diverso”.

In che senso?
“Faccio un esempio, usando la metafora dell’Indonesia: è un paese che considero bellissimo, ma può essere rappresentato descrivendone molti aspetti negativi. Bellezza e bruttezza non dipendono dalla fortuna di nascere belli o meno, dipendono dalla capacità di guardare le cose in un altro modo, da un altro punto di vista”.

E la convinzione iniziale del suo personaggio, Dewi Ayu, secondo cui la bellezza procura guai?
“Per i personaggi del romanzo possedere o non possedere la bellezza è indifferente: le difficoltà che devono affrontare sono le stesse”.

Cosa può dire dei personaggi femminili del suo romanzo?
“In Indonesia la struttura della famiglia, come anche quella della società, è fortemente patriarcale; nel mio libro ho cercato di guardare le cose da un punto di vista diverso: nella lotta di potere vi sono diversi personaggi maschili che aspirano al controllo e al potere in quanto maschi. Ma sono i personaggi femminili che sopravvivono, alla fine”.

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