Raramente come in questi giorni la grammatica e le competenze linguistiche sono state al centro di discussioni che hanno coinvolto intellettuali, politici, giornalisti, insegnanti di ogni livello, studenti, famiglie. Su ilLibraio.it Massimo Birattari riassume alcuni spunti del dibattito e si interroga sullo status attuale della grammatica...

Ho letto l’appello dei 600 docenti “contro il declino dell’italiano a scuola sulla bacheca di un mio amico, a sua volta docente universitario, che l’avrebbe volentieri sottoscritto e che più volte (come altri miei amici docenti universitari, tutti di materie umanistiche) mi aveva parlato degli obbrobri grammaticali e linguistici contenuti nelle tesine e in generale nei testi scritti dagli studenti. Quindi ho dato per scontato (e lo do tuttora) che l’appello abbia additato un problema vero, che va affrontato in maniera seria.

Condivido la posizione del linguista Giuseppe Antonelli, che ha confermato la diffusione degli strafalcioni anche tra gli studenti di linguistica italiana, ma sostiene che la questione più grave e urgente “riguarda la scarsa capacità di organizzare, o anche solo decodificare, adeguatamente un testo”, e quindi ritiene essenziale legare l’insegnamento della grammatica alla produzione di testi.


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Ho letto l’articolo di Simone Giusti e Christian Raimo contro la lettera dei 600, e ho condiviso la necessità di basare la ricerca delle soluzioni su statistiche attendibili e non su impressioni generiche.

Claudio Giunta ha fornito un’altra testimonianza diretta della “notevole inabilità alla scrittura di buona parte degli studenti italiani”, nella fattispecie di Lettere (quindi dei futuri insegnanti che dovranno insegnare a scrivere ai ragazzi italiani). La sua lucidissima analisi delle cause di questo fatto (che coinvolgono l’intera società) si conclude con la rassegnata constatazione che forse nel mondo che ci aspetta, e già adesso, “saper scrivere decentemente, alla fine, non è così importante”.


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Per finire, una risposta articolata all’appello del 600 è contenuta nella lettera scritta da Maria G. Lo Duca, condivisa dalla Società di Linguistica Italiana e firmata, tra gli altri, da Francesco Sabatini, Giuseppe Patota e Michele Cortelazzo: sulla base di una lunghissima esperienza sia didattica sia di studio sulla didattica, l’autrice spiega che le cause “dell’incerto uso della lingua scritta da parte dei giovani” non possono essere ricercate solo nel ciclo dell’obbligo; anzi, nella scuola attuale sono piuttosto le scuole superiori e le stesse università a trascurare, fin dai programmi, le abilità linguistiche: “via via che si sale nel corso degli studi si scrive sempre meno” (in un altro articolo, Michele Cortelazzo, motivando il suo dissenso dalle proposte dei 600, sostiene tra l’altro che l’abilità di scrivere testi complessi va coltivata proprio all’università, con corsi appositi).

Insomma, molte volte in questi giorni ho pensato “Vero! Avete ragione!”, come accade al giudice del celebre aneddoto, che ascolta un litigante e gli dà ragione, poi ascolta l’altro e dà ragione anche a lui, e quando il figlio, che gioca nei paraggi, obietta “Ma papà, non possono avere ragione tutti e due!”,  gli risponde “Hai ragione anche tu”. E questo un po’ perché sono facilmente influenzabile, e soprattutto perché non ho un’esperienza diretta della scuola, dei programmi, delle linee guida ministeriali, ma frequento gli insegnanti e le scuole, e so quanto è complicata la vita quotidiana di insegnanti e presidi, a quali pressioni sono sottoposti, quanto siano grandi le differenze tra gli ideali, le intenzioni, gli obiettivi e i risultati ottenuti e forse ottenibili nelle singole realtà, e quanto è difficile cambiare le cose che non funzionano.


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C’è una cosa, però, che con tutta la buona volontà non riesco a capire: perché chi pretende la correttezza ortografica e grammaticale negli scritti degli studenti deve essere considerato un nostalgico della scuola classista? Lo hanno detto e scritto alcuni critici dell’appello dei 600. Non riesco a capirlo perché la situazione dell’Italia nell’anno 2017 mi sembra piuttosto diversa da quella del 1967, di don Milani e della Lettera a una professoressa: oggi l’incompetenza linguistica è allegramente interclassista, visto che gli strafalcioni li fanno anche i figli dei professionisti (e magari anche i loro genitori). In ogni caso mi risulta difficile vedere oggi (ma in fondo anche ieri) negli strafalcioni il grido orgoglioso di una rivolta sociale. Mi sembrano piuttosto il segnale più visibile di una scarsa dimestichezza con la parola scritta, di quella povertà linguistica (incapacità di capire, di articolare un pensiero complesso e di farsi capire) che diventa immancabilmente una condanna a una condizione di minorità sociale, civile e politica. Direi che sia più produttivo puntare (con i mezzi più opportuni, e su cui è sacrosanto discutere) a fare della grammatica e dell’educazione linguistica in generale uno strumento di emancipazione e di partecipazione.

L’AUTORE – Massimo Birattari, consulente editoriale, traduttore, autore, ha scritto Italiano. Corso di sopravvivenza (TEA), È più facile scrivere bene che scrivere male (Ponte alle Grazie) e quattro romanzi per ragazzi su grammatica, scrittura, lettura: Benvenuti a Grammaland, La grammatica ti salverà la vita, Scrivere bene è un gioco da ragazzi, Leggere è un’avventura (tutti Feltrinelli Kids). È l’autore anche della scatola-gioco Le carte della grammatica (Gribaudo). Il suo blog è www.grammaland.it. A marzo uscirà, sempre per Feltrinelli Kids, il suo nuovo libro, Come si fa il tema (con una sezione dedicata alle prove di italiano della maturità)Qui i suoi articoli per ilLibraio.it


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