Su ilLibraio.it un estratto da "Le belle Cece", nuovo romanzo di Andrea Vitali

Maggio 1936. Con la fine della guerra d’Etiopia nasce l’impero fascista. E Fulvio Semola, segretario bellanese del Partito, non ha intenzione di lasciarsi scappare l’occasione per celebrare degnamente l’evento. Astuto come una faina, ha avuto un’idea da fare invidia alle sezioni del lago intero, riva di qui e riva di là, e anche oltre: un concerto di campane che coinvolge tutti i campanili di chiese e chiesette del comune, dalla prepositurale alla cappelletta del cimitero fino all’ultima frazione su per la montagna. Un colpo da maestro per rendere sacra la vittoria militare. Ma l’euforia bellica e l’orgoglio imperiale si stemperano presto in questioni ben più urgenti per le sorti del suo mandato politico. In casa del potente e temutissimo ispettore di produzione del cotonificio locale, Eudilio Malversati, si sta consumando una tragedia. Dopo un’aggressione notturna ai danni dell’ispettore medesimo, spariscono in modo del tutto incomprensibile alcune paia di mutande della signora. Uno è già stato rinvenuto nella tasca della giacca del Malversati. Domanda: chi ce l’ha messo? E perché? Il problema vero, però, non è questo, bensì che fine abbiano fatto le altre. Dove potrebbero saltar fuori mettendo in ridicolo i Malversati, marito e moglie? Non essendo il caso di coinvolgere i carabinieri, per non mettere in giro voci incontrollabili, il Semola viene incaricato di risolvere l’enigma. Ma alla svelta e senza lasciare tracce, o le campane, questa volta, le suonerà il Malversati, con le sue mani, e saranno rintocchi poco allegri per la carriera del Semola…

Con Le belle Cece (Garzanti) Andrea Vitali ci riporta nella Bellano degli anni Trenta, dove non succede mai niente e gli iperbolici ideali del regime non riescono a vincere gli intrighi e le scaramucce di paese…

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Su ilLibraio.it un estratto
(pubblicato per gentile concessione di Garzanti)

1.
«Una faina», sbottò Fulvio Semola.
Lo disse di sé.
Era notte ormai, le undici e mezza.
«Cos’hai detto?» chiese la Selina, la moglie.
«Che sono una faina.»
Solo uno astuto come una faina poteva avere un’idea
simile.
«E sarebbe, questa idea?»
«Festeggiare la conquista dell’impero con un concerto
di campane.»
«Un concerto di campane?» fece la moglie.
«Proprio», confermò la faina.
Ma ci pensava?
Lo sapeva o no quante campane, quanti campanili c’erano
tra Bellano e frazioni?
«Be’…» fece per mettersi a contare la Selina.
«Te lo dico io», le disse lui.
Aveva appena fatto il conto, dopo che gli era venuta
quell’idea GE-NIA-LE.
«A Bellano quattro.»
«Come quattro?»
A lei risultavano due campanili, la prepositurale e Santa
Marta.
«D’accordo. E San Rocco e la cappelletta del cimitero
dove li mettiamo?» chiese il Semola.
«Non ci avevo pensato», si giustificò la Selina.
Poi le frazioni.
Ombriaco, Lezzeno, santuario più cappelletta del miracolo,
Biosio, Bonzeno, Oro, Verginate, Costa, Grabbia,
Pendaglio, Pennaso, Pradello, Rivalba.

«Noceno?» fece la moglie.
«No.»
«Perché no? Cosa ti hanno fatto quelli di Noceno?»
Non era nel territorio del comune.
«Ah, già!»
Però c’erano anche la chiesetta dell’ospedale, quella
del brefotrofio, quella dell’asilo Tommaso Grossi.
«Sai quanti campanili sono?» chiese l’uomo.
«Ho perso il conto», rispose la moglie.
«Te lo dico io.»
Venti.
Venti campanili.
«E sai che concerto verrebbe fuori?» domandò, retorica,
la faina.
Non aspettava risposte.
Nelle orecchie aveva già gli echi di venti campanili che
chiamavano a raccolta l’intero popolo bellanese per festeggiare
l’impero conquistato.
«Solo nelle città fanno una cosa del genere», disse il
Semola.
«Cazzo!» aggiunse poi, battendo le mani e mettendosi
a sedere sul letto.
«Ma cosa c’è adesso?» chiese la moglie.
«Cosa c’è…» fece lui.
C’era che quell’idea gli aveva tolto il sonno. E non c’era
tempo da perdere.
Che ore erano?
«Undici e tre quarti», disse la moglie.
Era ancora il 6 maggio.
Il Semola accese la luce del comodino. La Selina
sbuffò.
«Ma cosa fai…»
«Devo riflettere.»

«Con la luce accesa?»
«Sono nervoso.»
«E calmati!»
«Non posso perdere tempo», disse lui.
Di lì a un quarto d’ora sarebbe stato il sette maggio.
Voleva dire che aveva…
«Sette, otto…»
…due giorni per organizzare tutto.
«Il concerto?» fece la moglie.
«No, il cenone di Capodanno», rispose sarcastico.
«Il cenone? Ma cosa…» sbalordì la donna.
«Ossignur!» sbuffò spazientito il Semola. «Il concerto
no?, di cos’altro stiamo parlando!»
«Fatti dare una mano», propose lei.
Il Semola la guardò.
«Eccola lì», sbottò.
«Dove?»
«Cazzo», fece lui, «ma l’hai capito o no che non lo deve
sapere nessunissimo nessuno, se no mi ciulano l’idea e
buonanotte al secchio?»
Voleva saperla una cosa?
«Cosa?» chiese la moglie.
Come la maggior parte dei suoi colleghi segretari di
partito si preparavano a festeggiare l’evento?
Una marcetta, un discorsetto, una sfilata…
Niente che meritasse un titolo sul giornale, un encomio
da parte della federazione, nessun…
«Nessun colpo di genio», concluse la Selina.
«Appunto.»
Col piffero quindi che era disposto a farsi fregare l’idea
da qualcuno. Era venuta a lui, astuto come una faina,
e se la teneva stretta. Nessuno doveva saperne niente.
«Te, quindi, sssh!» fece.

Silenzio!
«Ma cosa vuoi…» protestò la donna.
«Sì, va’ là, va’ là», fece lui.
Non c’era come lasciarsi scappare mezza parola in un
negozio o in piazza perché entro sera lo sapessero anche
i sassi.
«Ma cosa vuoi che me ne freghi», lo rimbeccò la moglie
girandosi sul fianco.
Il Semola invece mise le gambe fuori dal letto.
«E adesso dove vai?»
«In cucina.»
Doveva riflettere in santa pace.
«Io dormo», disse la Selina.
Il Semola si avviò.
Dal campanile giungevano i rintocchi di mezzanotte.
Già il 7 maggio, non c’era neanche un minuto da perdere.

(continua in libreria)

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