"La frontiera che tutti evochiamo costantemente per separare il mondo di qua da quello di là, quello da cui partono centinaia di migliaia di uomini e donne da quello in cui approdano (il nostro), non è un luogo preciso...". Su ilLibraio.it l'intervista di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala, ad Alessandro Leogrande: "Sono molti i modelli di letteratura ibrida con cui sono portato costantemente a confrontarmi, da cui ho appreso tantissimo: Kapuscinski, Rodolfo Walsh, Langewiesche, Carrère, Cercas... e poi gli italiani: Levi, Stajano, Sciascia... A mio avviso sono modelli di posizione nello scrivere, e non solo di scrittura. Ma, via via, mentre scrivevo questo libro, ho pensato che Svjatlana Aleksievič, poi premiata come il Nobel, fosse un modello in un senso letterariamente più stringente". Si parla, tra le altre cose, della situazione in Eritrea e di cosa dovrebbero fare l'Italia e non fa per i richiedenti asilo...

Migranti, razzismo, terrorismo, guerre, scenario internazionale in costante evoluzione. Sono i temi dell’anno (non a caso in questi mesi abbiamo ospitato numerose riflessioni, e altre ne arriveranno), questioni complesse, piene di sfaccettature, che (alcuni) libri possono aiutarci a comprendere meglio. Ecco perché ilLibraio.it ha chiesto a due autori, Igiaba Scego, in libreria con Adua (Giunti), e Alessandro Leogrande, che per Feltrinelli ha pubblicato La frontiera, di confrontarsi. Qui di seguito l’intervista della scrittrice italiana di origine somala al vicedirettore del mensile Lo straniero.

di Igiaba Scego

“Il confine tra Stati Uniti e Messico es una herida abierta (una ferita aperta) dove il terzo mondo si scontra con il primo e sanguina” così scriveva Gloria Anzaldúa, scrittrice chicana, nel suo memorabile testo Borderlands/La Frontera. Oggi quella ferita aperta è intorno a noi, nel Mediterraneo, e quasi non ci lascia respirare. È difficile farsi carico di questa linea divisoria, di questo luogo così innaturale. Chi lo fa sa di mettersi in pericolo. E di fatto La Frontiera di Alessandro Leogrande (Feltrinelli) è un libro “pericoloso” perché non ha paura di affrontare questa selva oscura fatta di diritti violati e corpi mercificati.

Alessandro  Leogrande - Courtesy - ©2015RINO BIANCHI
Alessandro  Leogrande – Courtesy – ©2015RINO BIANCHI

L’autore, classe ’77, vicedirettore della prestigiosa rivista Lo Straniero e autore di numerosi libri-reportage, ci prende letteralmente per mano e ci fa viaggiare insieme a lui in questa Frontiera che divide (e allo stesso tempo unisce) il Nord ricco, opulento dal Sud sfruttato e percorso da guerre sempre più asimmetriche. Un libro necessario, La Frontiera di Alessandro Leogrande, un libro che con amore si mette accanto ai migranti e li racconta con grandissimo rispetto.
Ne abbiamo parlato con l’autore.

La frontiera

Leogrande, cos’è la frontiera?
“Come scrivo nel libro, la frontiera che tutti evochiamo costantemente per separare il mondo di qua da quello di là, quello da cui partono centinaia di migliaia di uomini e donne da quello in cui approdano (il nostro), non è un luogo preciso. La frontiera è piuttosto, almeno a prima vista, la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti, e infinite storie a essi legate. Le frontiere cambiano, cambiano i flussi migratori e la percezione che ne abbiamo, cambiano le rotte. Le frontiere sono molteplici, non solo materialmente: un profugo siriano o eritreo che vuole raggiungere l’Europa deve attraversarne decine prima di arrivarci. Il viaggio può durare anni e contemplare battute d’arresto, punti d’inciampo, di ritorno o di non-ritorno. La frontiera diventa allora, per molti, una area, più che una linea, che si allarga nello spazio e nel tempo. I suoi confini diventano incerti, attraversano la propria biografia, la modificano. Noi stessi, quando percepiamo che la frontiera coincide in buona parte con il Mar Mediterraneo, non riusciamo poi ad afferrarla concretamente. Per decifrare tutta la sua fluidità, la sue stratificazioni, dobbiamo allora provare a raccontarla. Raccontare chi l’attraversa, il popolo che si crea ai suoi margini. E quello che prova a costruire ponti”.

Che peso ha il suo io autobiografico in questo libro?
“Ho capito fin dall’inizio che la frontiera e il suo popolo non erano per me un ‘oggetto’ da narrare, ma qualcosa che attraversava la mia stessa biografia, tante cose che ho fatto, scritto, detto negli ultimi 10-15 anni, non solo come scrittore e giornalista, ma anche come attivista, legato a tanti altri attivisti, volontari, operatori, mediatori, insegnanti… Immediatamente La frontiera ha assunto nella mia testa e nella mia scrittura le forme e il passo di una autobiografia. Non solo individuale. Direi piuttosto una autobiografia di gruppo, l’autobiografia di un tempo e di una generazione se vogliamo, di persone che in questi anni – che siano italiani o non italiani – hanno vissuto la frontiera da entrambi i lati, ne sono stati osservatori e partecipi. E soprattutto si sono posti molte domande. La frontiera non è solo un libro di fatti, ma anche di domande, interrogazioni, dilemmi che nascono da quei fatti e dalla necessità di narrarli”.

Come ha lavorato per costruire questa narrazione a frammenti?
“Il mondo contemporaneo è fatto di frammenti, le storie di frontiera sono fatte di frammenti. E poi, ancora, il nostro sguardo si compone di frammenti, gli incontri umani sono spesso una successione di frammenti. Fin da subito ho pensato a un libro che costruisse la sua unità passo dopo passo, ma non la dichiarasse subito facendola cadere dall’alto. Da qui deriva forse il suo andamento plurale, ibrido, stratificato. Credo che sia l’unico modo per poter fronteggiare il mondo e il suo gioco di specchi. Allo stesso tempo, però, ho capito che solo la letteratura, e quindi un libro di narrazione, potesse poi creare un’architettura unitaria da questo materiale sparso di storie, luoghi, singoli eventi… L’architrave non poteva che essere quello stesso “io” che prova a nominare tutto questo, vederlo, scoprirlo poco alla volta, interrogandosi sul suo stesso sguardo, fino a modificarlo credo, o quantomeno complicarlo ulteriormente, una volta arrivato alla fine del libro. Tale sguardo – mi sembra scontato aggiungerlo – non è mai innocente a priori. Deve a sua volta liberarsi da incrostazioni, pre-giudizi, per liberare il racconto delle vite altrui”.

Una parte importante del libro è dedicata al dramma dell’Eritrea. Come mai ha scelto questo Paese come centro della sua narrazione sulla Frontiera?
“Ho scelto di dedicare tanto spazio all’Eritrea perché mi sono reso conto che nella grave strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, su 368 morti, 360 erano eritrei. Mi sono detto allora: ma perché nessuno parla della ‘questione eritrea’? E ancora di più me lo sono chiesto nei due anni successivi, scrivendo il libro, quando è divenuto evidente che gli eritrei – dati Frontex alla mano – costituiscono circa un terzo delle persone che arrivano via mare in Italia. Perché, allora, nessuno parla dell’Eritrea? Ci sono due rimozioni in atto. La prima riguarda il nostro passato coloniale, l’occupazione dell’Eritrea, cioè quella che è stata la più antica e longeva colonia italiana: l’incomprensione del fenomeno migratorio dal Corno d’Africa in buona parte si intreccia con la negazione pubblica del nostro passato coloniale, della violenza coloniale. La seconda rimozione riguarda l’Eritrea contemporanea: il regime di Isaias Aferwerki, nato dalla degenerazione della guerra di liberazione nazionale  condotta contro l’occupante etiopico che ha dato l’indipendenza alpaese nei primi anni novanta. In pochi anni, a cavallo tra i due secoli, l’Eritrea è divenuta la Corea del Nord dell’Africa: un regime totalitario che ha imprigionato migliaia di oppositori, militarizzato un’intera società, ingabbiato i suoi giovani. È da questo che scappano gli eritrei. Ma anche in questo caso non nominiamo il contesto. Non ascoltiamo quelle voci eritree che sono in grado di decifrarlo. Pertanto ho voluto farlo nella Frontiera”.

Quali sono stati i suoi modelli letterari di riferimento mentre scriveva la Frontiera?
“Sono molti i modelli di letteratura ibrida con cui sono portato costantemente a confrontarmi, da cui ho appreso tantissimo: Kapuscinski, Rodolfo Walsh, Langewiesche, Carrère, Cercas… e poi gli italiani: Levi, Stajano, Sciascia… A mio avviso sono modelli di posizione nello scrivere, e non solo di scrittura. Ma, via via, mentre scrivevo questo libro, ho pensato che Svjatlana Aleksievič, poi premiata come il Nobel, fosse un modello in un senso letterariamente più stringente. Aleksievic non solo è stata in grado di praticare quella terra di mezzo tra reportage e letteratura, ma ha portato il “reportage narrativo” verso un suo stadio ulteriore, che potremmo definire ‘il romanzo di voci’. Con La frontiera ho provato a costruire un passaggio ulteriore rispetto ai miei precedenti ‘reportage narrativi’ seguendo il solco lasciato da Aleksievic. Ciò non riguarda solo la scrittura, e la dimensione umana dimenticata da far emergere, ma soprattutto la volontà di creare un libro che funzioni come un insieme di stanze apparentemente separate ma che poi si scopre, poco alla volta, essere comunicanti tra loro. Tramite una finestra, un corridoio, una porta”.

Cosa dovrebbero fare l’Italia e non fa per i richiedenti asilo?
“L’Italia non può solo chiedere ai paesi europei non mediterranei di rivedere il Regolamento di Dublino, e quindi le ‘quote’ di accoglienza. Deve innanzitutto migliorare l’accoglienza, e tutto il sistema di accesso alla nostra società, per gli uomini e le donne che rimangono a vivere in Italia. Ma, al di là delle misure pratiche, c’è un enorme lavoro culturale da fare. Contro tutte la chiusura verso cui corre la società europea, occorre continuare a spiegare da cosa scappano coloro i quali (diversissimi tra loro) rischiano di morire pur di approdare dall’altra parte del Mediterraneo. Da dove vengono? Cosa si lasciano alle spalle? Che lingua parlano? Cosa sognano? Cosa li ha segnati? Ogni volta che evitiamo di rispondere a queste domande, alimentiamo quel singolare miscuglio di assuefazione, incomprensione, rigetto che avvolge ciò che avviene alle nostre frontiere”.

 
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Leggere, per difendersi dal fiorente mercato della paura (e dalle bugie sugli immigrati) – di Marco Vichi 


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