Arriva in libreria “Il mare degli dèi. Guida mitologica alle isole della Grecia”, un saggio a cura di Giulio Guidorizzi e di Silvia Romani che va in cerca di spiagge in cui sostare, per raccontare le storie senza tempo degli eroi, ma anche dei semplici mortali che hanno reso le isole della Grecia non un semplice punto su una mappa, bensì un posto in cui si vuol sempre tornare – Su ilLibraio.it, un estratto
Prima degli uomini, nacquero le isole. E non a caso, fin dalle loro origini, i Greci immaginarono se stessi come parte di una costellazione di terre circondate dal mare: tante stelle di una medesima galassia. Fu lì che si delineò l’alba della nostra civiltà: diecimila anni fa in quelle terre si cominciava a costruire navi, a modellare idoli di terracotta.
Sono luoghi ricchi di fascino, e circondati da un mare in cui si può percepire, anche da semplici turisti, il respiro degli dèi e degli eroi che li hanno abitati nell’antichità del mito.

Delo e Santorini
Dopo In viaggio con gli dei. Guida mitologica della Grecia, Raffaello Cortina Editore porta quindi in libreria Il mare degli dèi. Guida mitologica alle isole della Grecia, un saggio che riprende il largo per trovare nuove spiagge in cui sostare e, così, raccontare al lettore le storie senza tempo degli eroi, ma anche dei semplici mortali che hanno reso le isole della Grecia non un semplice punto su una mappa, bensì un posto in cui si vuol sempre tornare.
A curare l’edizione sono stati Giulio Guidorizzi, divulgatore prolifico, che ha insegnato Letteratura greca all’Università degli Studi di Milano e di Torino, e Silvia Romani, scrittrice e professoressa associata di Mitologia, di Religioni del mondo classico e di Antropologia del mondo classico all’Università degli Studi di Milano.
Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto tratto dal libro:
Non è un’isola proiettata verso il mare, Sciro: sembra ripiegata su se stessa. La più grande delle Sporadi è poco abitata e poco attrezzata dal punto di vista turistico e certo non per il turismo di massa. Un luogo che anche oggi sembra fuori mano, adatto per il rifugio. Pochi alberghi, molte taverne: un angolo di vecchia Grecia con alcuni squarci bellissimi – ma è inevitabile, nell’Egeo – sul mare. La capitale, Chora, con le sue case cicladiche, si distende come un gatto bianco acciambellato attorno a una rupe scoscesa che fu l’acropoli della città antica, le cui rovine furono usate per costruire una fortezza veneziana, un avamposto nell’Egeo. Qui viveva, nell’epoca dei miti, un re chiamato Licomede, cioè “pensieri di lupo”. Scaltro, astuto, crudele. Fu lui l’unico uomo famoso dell’isola, da cui non si mosse mai: ma in questa terra sperduta l’eroe per eccellenza, Achille, visse una parte della giovinezza; e, prima di lui, vi morì un altro grande eroe, l’ateniese Teseo. Molto mito, potremmo dire, per un’isola così appartata.
Achille arrivò a Sciro da adolescente, e vi rimase nascosto per qualche tempo. Le cose erano andate così: gli era stata profetizzata una morte gloriosa sotto Troia, ma sua madre, la nereide Teti, che lo aveva avuto dal mortale Peleo, tentò un modo non molto onorevole di salvare il suo unico figlio. Non era stato un amore a prima vista, quello tra Teti e Peleo; gli dèi avevano concesso al re Peleo di sposare l’immortale Teti, ma la nereide non voleva abbassarsi, lei dea, a sposare un uomo mortale.
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Zeus un tempo l’aveva amata; però un oracolo aveva annunciato che dal suo ventre sarebbe uscito un figlio più forte del padre. Così, per prudenza, il padre degli dèi la obbligò a prendersi un mortale, e tra tutti scelse per lei il glorioso Peleo, signore della Tessaglia. Ma Teti, appunto, non accettò. Come dea marina, soleva riposarsi in una baia in forma di falce, con sabbia finissima e boschetti di mirto subito dietro. Al centro si apriva una bellissima grotta in cui la dea andava a dormire, arrivando nuda sul dorso di un delfino. Peleo cercò di sorprenderla lì, nel sonno. Teti si svegliò di soprassalto e volle sottrarsi; Peleo prima la supplicò, poi cercò di stringerla con la forza. Ma come tutte le creature marine, creature cangianti e varie come il mare, Teti possedeva il dono della metamorfosi: mutò aspetto, divenne uccello, divenne albero, divenne tigre e a questo punto Peleo spaventato fuggì. Arrivato in salvo, pregò gli dèi del mare perché lo aiutassero; allora Proteo, il Vecchio del Mare, uscì dalle acque e gli consigliò di legarla con solide funi senza impressionarsi per le sue metamorfosi. Prima o poi avrebbe riassunto il suo aspetto. Così Peleo fece; Teti, legata, cominciò a cambiare forma, divenne persino seppia, ma Peleo era sempre lì a legarla. Ed ecco che alla fine la nereide cedette; Peleo la fece sua proprio in quella grotta, verso la quale scivolavano lievi le onde marine. Per questo motivo il luogo fu chiamato capo Sepia, in Tessaglia, un luogo ancora adesso incontaminato su un promontorio del monte Pelio proteso sul mare.

Lemmo e Samotracia
In quell’occasione fu concepito Achille. Poi Teti tornò nelle onde e lasciò il bambino al suo sposo mortale. Per farne un eroe perfetto, Peleo lo affidò al saggio centauro Chirone che gli insegnò tutte le arti; così, anno dopo anno, venne il momento dell’adolescenza, ma nel frattempo maturarono gli eventi che avrebbero portato alla guerra di Troia. Paride rapì Elena da Sparta, e i Greci cominciarono a radunare l’esercito.
Teti vegliava sul figlio anche da lontano. Sapeva che era suo destino morire sotto le mura di Troia; perciò tentò di salvarlo. L’aveva già fatto il giorno della nascita: in quell’occasione, aveva immerso il neonato nelle acque infernali dello Stige, che rendono invulnerabili. Però aveva dovuto tuffarlo reggendolo per un tallone: così solo quel punto era rimasto mortale, e di lì, un giorno, sarebbe arrivata la freccia fatale.
Come ultimo espediente tentò di nasconderlo. Lo portò a Sciro, luogo già allora assolutamente fuori mano, affidandolo in gran segreto al re dell’isola Licomede, che era un uomo malvagio e infido; però nella sua reggia si nascondeva un tesoro di bellezza, ossia le sue figlie, tutte meravigliose, che aveva avuto da donne diverse: cinquanta, si diceva persino. Achille era l’efebo più bello che esistesse sulla terra e ancora non gli cresceva la barba; quando entrò nel gruppo delle figlie di Licomède fu chiamato Pirra, “la rossa”, per i suoi capelli di un biondo ramato. Teti gli raccomandò di imitare il portamento delle ragazze e di non farsi vedere mai nudo. Poi, tornò tra i gorghi del mare. Possiamo immaginare che di tanto in tanto tornasse a Sciro per rivedere l’amato figlio, di nascosto.
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Un adolescente travestito da donna è un tema tipico dei riti di passaggio della pubertà. Prima di diventare definitivamente uomo, un efebo doveva attraversare una fase simbolica di femminilità, di bisessualità, come accadde allora al più forte degli eroi. Del resto, quello di Achille non è il solo caso di travestimento nella mitologia: quando Eracle fu venduto alla regina Onfale per scontare un periodo di schiavitù in seguito a un delitto, la sua padrona si divertiva a farlo addobbare da donna e a farlo lavorare al fuso e al telaio.
In mezzo all’harem femminile che viveva nel palazzo di Licomede, Achille non si comportò esattamente da ragazza e, tantomeno, da gentiluomo; ebbe varie relazioni con le figlie del compiacente re, che chiudeva un occhio, e da una di loro, chiamata Deidamia, ebbe un bambino chiamato appunto Pirro oppure anche Neottòlemo, “il rinnovatore della guerra”, che divenne guerriero terribile e vendicatore del padre alla fine della guerra di Troia.

Eubera, Schiro e Ikaria
Anche i segreti però vengono violati. Si venne a sapere che Achille si trovava a Sciro; bisognava scovarlo e convincerlo a seguire la spedizione. Ci pensò Ulisse, quando con altri messaggeri arrivò a Sciro per cercarlo. Licomede non poteva opporsi, ma confidava che il suo ospite non sarebbe stato trovato.
Così, quando gli ambasciatori sbarcarono sulla sua isola, li invitò a cercare dove volessero e aprì loro le porte del gineceo, dove vivevano, velate e vestite castamente, le sue ragazze. Ulisse aveva fatto portare mucchi di vesti colorate e braccialetti come regali, ma nel mezzo aveva nascosto una spada. Tutte le ragazze si precipitarono sugli oggetti femminili; solo Achille, quando vide la spada, la afferrò e la brandì, mentre Ulisse faceva squillare una tromba di guerra. Così l’eroe si era rivelato, riemergendo dal mondo femminile che lo aveva circondato. E volle subito unirsi alla spedizione. Lasciava a Sciro Deidamia incinta di suo figlio, che non avrebbe mai visto. Il poeta Stazio nell’Achilleide descrive il loro addio: mentre la nave prendeva il largo, Achille si voltò e vide la ragazza sulla riva che piangeva e lo salutava, tendendo le mani verso di lui e pregandolo di non prendere nessun’altra come sposa. Si commosse anche Achille, le giurò fedeltà tra le lacrime e le promise di amarla per sempre e di ritornare a Sciro con il magnifico bottino di Troia. Promesse da marinaio.
(continua in libreria…)