Dopo “Parigi-la-politica e altre storie” e “Il corpo lesbico”, prosegue il meritorio lavoro della casa editrice VandA, grazie alla curatrice Deborah Ardilli, che all’opera di (ri)traduzione delle opere di Monique Wittig (1935 – 2003), intellettuale e scrittrice fra le più interessanti del secondo ‘900 francese (femminista, lesbica, materialista, rivoluzionaria, da intendere soprattutto come etichette politiche e non identitarie), accompagna un impegno di contestualizzazione, che restituisce Wittig alla sua complessità teorica e storica: “Il viaggio senza fine” è una rivisitazione in chiave lesbica e femminista del capolavoro di Miguel de Cervantes, “Don Chisciotte della Mancia”. Un testo d’avanguardia, che ibrida scrittura teatrale, montaggio cinematografico e arte del mimo. Un microcosmo delle rivendicazioni radicali del femminismo…

Come diventare un soggetto malgrado l’oppressione?

È questa la domanda che si pongono Natacha Chetcuti-Osorovitz e Sara Garbagnoli nell’introduzione a La pensée Wittig; o meglio: è, per loro, una, se non la domanda guida del pensiero di Monique Wittig.

Femminista, lesbica, materialista, rivoluzionaria (da intendere soprattutto come etichette politiche e non identitarie), Wittig è stata una intellettuale e scrittrice fra le più interessanti del secondo Novecento francese, dalle fortune alterne in Italia e ricordata oggi più per i suoi scritti teorici (come Il pensiero straight), meno per le sue opere letterarie.

Eppure, la teoria e la letteratura si implicano inesorabilmente a vicenda: proprio la letteratura, ha scritto Wittig, è “il campo (di battaglia) privilegiato” per affrontare i tentativi di costituzione di una soggettività. E spesso è proprio a partire dall’avventura letteraria che alcune considerazioni politiche e teoriche prendono corpo.

Il viaggio senza fine

All’interno del volume, l’intervista a Sande Zeig, compagna e coautrice di Wittig, un’esclusiva che Zeig ha voluto offrire a VandA e al pubblico italiano per celebrare e approfondire lo sguardo su questa grande autrice, prematuramente scomparsa.

Fortunatamente, da qualche anno la casa editrice VandA — grazie al lavoro della curatrice Deborah Ardilli — sta ripubblicando e traducendo, per la prima volta in italiano, alcune opere di Wittig: Il viaggio senza fine, appena uscito, arriva dopo Parigi-la-politica e altre storie e Il corpo lesbico. Un lavoro particolarmente meritorio, perché all’opera di (ri)traduzione si accompagna un impegno di contestualizzazione che restituisce Wittig alla sua complessità teorica e storica.

Ardilli non si limita a introdurre i testi: li riattiva, li riporta in dialogo con le genealogie del pensiero e del movimento femminista da cui sono nati, ma anche con i fraintendimenti e le rimozioni che ne hanno accompagnato la ricezione. In questo modo, le sue introduzioni non sono semplici apparati critici, bensì veri e propri spazi di riappropriazione politica e teorica, nei quali la dimensione letteraria di Wittig viene letta come parte integrante — e non come illustrazione — del suo progetto di liberazione.

Il corpo lesbico di Monique Witting

Il viaggio senza fine è un testo teatrale scritto intorno al 1981 e portato in scena con Sande Zeig nel 1984. È un testo di teatro d’avanguardia, per certi versi, soprattutto per il lavoro di messa in scena e di disfacimento del rapporto gesto-voce; ma è anche uno dei testi di più semplice lettura di Wittig: non si trovano qui le sperimentazioni linguistiche dei primi romanzi (L’Opoponax, Le guerrigliere, Il corpo lesbico), per giocare soprattutto con la struttura e l’intertestualità.

Il viaggio senza fine è infatti una riscrittura del Don Chisciotte, in cui tutti i personaggi sono delle donne e, talvolta, delle donne lesbiche. Don Chisciotte ama Dulcinea, certo, in un rapporto che gravita intorno alla simmetria e non alla gerarchia, ma Don Chisciotte è una lesbica non solo (o soltanto) per il suo orientamento sessuale, ma per la sua posizione politica rispetto all’istituzione eterosessuale: essere lesbica, come ha più volte spiegato Wittig, vuol dire anche posizionarsi ideologicamente e politicamente fuori dalla dominazione patriarcale eterosessista.

Scopri la nostra pagina Linkedin

Seguici su Telegram
Scopri la nostra pagina LinkedIn

Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it

Seguici su LinkedIn Seguici su LinkedIn

Non stupisce che, allora, molto spesso sia la figura dell’”eroe” a essere sottoposta a torsione nella ricerca letteraria di Wittig: dalle amazzoni alle guerrigliere, la ricerca di un nuovo eroismo è molto evidente, ma, come segnala Deborah Ardilli, negli anni Ottanta, e lo si vede bene con Il viaggio senza fine, “al paradigma guerrigliero subentra quello del marronage, ricalcato sul modello degli schiavi fuggiaschi nelle colonie americane dell’impero spagnolo. Sfilarsi dal contratto eterosessuale come serve fuggitive”.

Parigi-la-politica e altre storie di Monique Witting

Questa deviazione dal contratto eterosessuale inizia a partire dallo smarcamento di alcuni dei luoghi comuni più radicati della storia letteraria: la vicenda di questa nuova Don Chisciotte inizia, infatti, con lo spettro della pericolosità della lettura che corrompe le donne: e le letture di Don Chisciotte, che tanto spaventano la madre e le due sorelle (con forse l’eco di un’altra struttura arcinota, quella della matrigna e delle sorellastre?), riguardano cose assurde, deliranti, che raccontano “le gesta di guerriere in contrade lontane”. Ma questa scena iniziale è subito sottoposta a una paradossale torsione: Don Chisciotte è anche l’autrice di questi testi, le storie nelle quali si rispecchia e che indirizzano la sua azione sono opere da lei inventate.

Mise en abyme postmoderna? Nient’affatto. Don Chisciotte che legge la propria storia e si fabbrica le proprie favole riscrive un cammino di emancipazione: sottrarre le proprie rappresentazioni all’altro, perché è la dominazione a rendere i dominati e le dominate l’Altro (e non viceversa), così come è la dominazione a creare la categoria di sesso per Wittig. Farsi autrice e lettrice di “favole” nuove, come le chiama la Zia, vuol dire quindi per Chisciotte iniziare la sua avventura di soggettivazione malgrado l’oppressione: perché le favole, continua la Zia, “hanno il vantaggio di farci prendere le distanze dall’esperienza”.

In questo senso Il viaggio senza fine è anche un microcosmo delle rivendicazioni radicali del femminismo (o almeno di un femminismo): Sancho Panza è libera di seguire Don Chisciotte e percepisce un salario;  la donne prigioniere sono tali perché sono colpevoli di non aver accettato dal violenza del contratto eterosessuale: hanno rifiutato lo stupro, la gravidanza indesiderata, il matrimonio imposto: “Quando la mia ricca famiglia ha deciso di maritarmi,”, racconta Gina di Passamonte, “me ne sono andata e sono diventata una brigante. E se, come vedi, Chisciotte, sono più carica di catene delle altre, è perché non c’è niente di più sacro della proprietà.”

Scopri il nostro canale Telegram

Seguici su Telegram
Le news del libro sul tuo smartphone

Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Inizia a seguirci ora su Telegram Inizia a seguirci ora

Gli episodi principali del romanzo di Cervantes sono così riscritti da Wittig per raccontare non solo altre storie, ma dei modi diversi di esistenza: la parabola di Chisciotte infatti non è discendente: è una lotta senza fine, appunto, per non cedere all’ingiustizia e alla dominazione, perché se la dominazione è naturalizzata, non si vede, è possibile che la “realtà” sia il frutto di un lungo lavoro di “legittimazione ideologica” (sono ancora parole di Ardilli) della dominazione;  e quindi, si chiede Chisciotte: “Non può darsi che siano tutti folli e io invece l’unica ragionevole?”.

Così, battersi contro l’ingiustizia non significa davvero battersi contro i mulini a vento: è il mondo che inquadra e vede così la reazione: “il mondo”, sostiene la Zia, in una delle sentenze più amare del testo (e che oggi sembra ancor più vera che allora), “trova molto più imbarazzante la riparazione dell’ingiustizia che l’ingiustizia stessa”.

Il viaggio senza fine ci pone così, contemporaneamente, davanti alla possibilità di immaginare dei modi diversi di vita, altri contratti sociali, e alla violenza del rapporto, concreto, materiale, di dominazione. E leggerlo oggi, in un mercato editoriale che accoglie molto facilmente, e spesso con grande successo, retelling e riscritture sedicenti femministe, ci mostra anche una tradizione diversa e radicale di riscrivere le storie (quella in cui possiamo mettere Claude Cahun, Angela Carter, Kathy Acker, per fare solo qualche nome): forse non ci basta (più) che a parlare sia il punto di vista di un soggetto minoritario, se nella sua voce risuona quella del padrone, del contratto eterosessuale, del neoliberismo.

Abbiamo bisogno di voci più radicali: e in questo Il viaggio senza fine ci mostra una direzione ancora produttiva.

Scopri le nostre Newsletter

Iscrizione alla Newsletter
Il mondo della lettura a portata di mail

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it

scegli la tua newsletter Scegli la tua newsletter gratuita

Libri consigliati