“L’albero di ginepro” di Barbara Comyns (1907-1992), artista e scrittrice inglese, è un retelling della fiaba nera dei fratelli Grimm “Il ginepro”, che capovolge i classici schemi fiabeschi per restituire un racconto spaventoso e attuale, che dimostra come la quotidianità e le pressioni sociali siano molto più pericolose e terrificanti di una matrigna gelosa assetata di sangue e potere…

“Molto tempo fa, saran duemila anni, c’era un ricco che aveva una moglie bella e pia; si volevano molto bene, ma non avevano bambini. Essi li desideravano tanto ma, per quanto la donna pregasse il buon Dio giorno e notte, i figli non venivano mai. Davanti alla loro casa, in cortile, c’era un pianta di ginepro”.

L’albero di ginepro è l’ultimo romanzo dell’autrice inglese Barbara Comyns (1907-1992) ad arrivare in Italia, edito da Safarà, che si sta occupando di portare la scrittrice sugli scaffali italiani e che ha già pubblicato, della stessa autrice, Chi è partito e chi è rimasto, La ragazza che levita e Le sedie crudeli, tutti con la traduzione a cura di Cristina Pascotto.

Un retelling della fiaba nera dei fratelli Grimm

copertina di L'albero di ginepro di Barbara Comys

Il libro si presenta come un retelling della fiaba nera dei fratelli Grimm Il ginepro (con cui si apre l’articolo ndr). Per le lettrici e i lettori a cui il racconto può essere non del tutto familiare non si corre alcun rischio. I riferimenti alla fiaba originale sono velati, immagini sparse nel corso della narrazione che lasciano affiorare, di tanto in tanto, collegamenti all’originale. Poco più di piccoli tasselli che vanno a formare un mosaico ben più complesso, un’opera che difficilmente si può collocare all’interno di un solo genere.

Barbara Comyns, autrice di undici romanzi e protagonista di molte vite diverse, tra arte, moda, restauro e molto altro, compose questa storia quando aveva già 75 anni, dopo ben vent’anni di pausa dal suo ultimo romanzo, ambientando la fiaba dei fratelli Grimm in una Londra alla fine degli anni ’70.

Il libro si apre in medias res con il racconto in prima persona di Bella, una donna giovane e madre single, che riesce a trovare lavoro in un negozio d’antiquariato, sua grande passione. 

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Il suo passato è, come si rispetti per qualsiasi “personaggio da fiaba”, immancabilmente triste: alle sue spalle si raccolgono, come una schiera di presagi funesti, una madre che nutre per lei un forte disprezzo e un fidanzato estremamente taccagno che l’ha abbandonata a seguito di un incidente che le ha lasciato una cicatrice porpora a sfigurarle il volto – “la bocca che quasi sogghignava e l’occhio malevolo” – cicatrice che poi si ridurrà a un mero segno bianco vagamente visibile ma che sarà sempre motivo di fastidio per la protagonista. 

Unica nota che appare positiva nella vita della donna è Marline, una bambina dalla pelle nera avuta in seguito a una notte passata con uno sconosciuto che non rivedrà mai più.

Queste premesse, che sembrano uscire da un romanzo dickensiano per la loro banale crudeltà, permettono ancora di più di inserire chi legge in un’atmosfera da fiaba e aprono un orizzonte d’attesa verso un punto di svolta, un premio a fronte di tutte le sofferenze patite dalla protagonista. 

E Comyns le aspettative le rispetta tutte: a partire dall’assunzione nel piccolo negozio, infatti, le cose sembrano andare molto bene per Bella e la figlia. 

“La casetta di Twickenham fu la prima vera casa che avessimo mai avuto; la vita sembrava perfetta e, sebbene fosse inverno, ogni giorno era una delizia.”

Le due vivono nella casa sopra al negozio, dove Bella è libera di arredare e decorare le stanze a suo piacimento. Gli affari vanno bene – la donna sembra avere occhio per le antichità da vedere nella piccola bottega – e un incontro inaspettato (ancora, l’aggettivo “fiabesco” viene in soccorso) cambierà per sempre le sorti di madre e figlia.

Barbara Comys

Barbara Comyns (si ringrazia la casa editrice per la foto)

Un giorno, infatti, si presenta al negozio Gertrude Forbes, donna tedesca moglie di Bernard, direttore di una galleria d’arte. I due vivono in una grande casa a Richmond, lussuoso quartiere di Londra, e dal momento della loro comparsa diventeranno incredibilmente influenti nella vita di Bella: per Gertrude la donna diventa un’amica e una confidente, per Bernard una protetta, a cui trasmettere la sua passione per l’arte, il teatro e la musica.

Nel giro di un anno Bella e Marline sono più che benvenute nella dimora dei Forbes, dove passano interi fine settimana. Nel mentre Gertrude, dopo averlo desiderato tanto, è finalmente incinta per la prima volta, a trentasette anni.

Il ritmo del racconto scorre in maniera quasi disturbante per la semplicità e la tranquillità in cui si svolgono gli eventi. Non un intoppo, non una nota negativa, tutto appare così dolce, quasi melenso, come le bacche dell’albero di ginepro della casa dei Forbes sotto cui le due donne amano chiacchierare e i cui frutti bluastri rappresentano uno spuntino proibito per Gertrude, che è ormai quasi alla fine della sua gravidanza. Il lettore è portato a chiedersi cosa ci si prospetta all’orizzonte, mente la carica di agitazione e tensione sale man mano che si prosegue con la lettura.

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E poi, finalmente verrebbe quasi a dire, qualcosa si spezza e la fiaba nera comincia a dare i suoi frutti. Gertrude partorisce un bellissimo bambino – “con le sue guance bianche e rosse uscite da una fiaba” – ma muore subito dopo il parto.

Da questo avvenimento tutto sembra precipitare e la felicità imposta nei capitoli precedenti crolla come la facciata di un palazzo, con le macerie che vanno a colpire tutti i superstiti, nessuno escluso.

Dopo un periodo di assestamento, infatti, Bernard chiederà la mano di Bella. Ma un matrimonio che appare come un’imposizione – “Bella, dovrai sposarmi” – non può prospettare nulla di buono e infatti i capitoli finali di questo romanzo sembrano, uno a uno, andare a minare quella parvenza di felicità e spensieratezza che si respirava in quelli iniziali. Chi legge assiste a una vera e propria discesa negli inferi da parte della protagonista, fatta di aspettative da rispettare, tè serviti puntuali, cene casalinghe e giardini ben curati.

Una fiaba oscura, estremamente moderna

“Avevo quasi ventisette anni e il viso sfregiato, ed ero la madre di una figlia illegittima. Se non mi fossi decisa a sposarmi presto, non l’avrei mai fatto”.

Comys pesca a piene mani dalla storia dei fratelli Grimm, ma quello che restituisce non potrebbe essere più lontano: una fiaba oscura, estremamente moderna, che mostra come la quotidianità e l’incombenza delle pressioni sociali siano ben più spaventose (e pericolose) di una matrigna gelosa assetata di sangue e potere. 

Nel leggere queste pagine, forse alcuni potranno ritrovare gli stessi meccanismi psicologici di una Shirley Jackson al massimo del suo ingegno, ma a ben vedere, la completa assenza di elementi fantastici in questo libro rende l’atmosfera ancora più pensante, la fiaba ancora più spaventosa.

E così l’autrice dimostra a tutti come anche un quadro all’apparenza perfetto, privo di imperfezioni, può essere rovinato per sempre da un paio di pennellate nere come la pece.

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