Nella raccolta “Godzilla e altre poesie”, lo scrittore novarese Federico Italiano descrive un presente segnato dal nostro mostruoso contributo a una malvagità collettiva dai tratti apocalittici. Tra amori deformati e viaggi senza ritorno, i suoi versi ci suggeriscono però di cercare la salvezza anche tra le macerie, riconciliandoci finché siamo in tempo con una natura fragile, ma ancora portatrice di vita…

In copertina solo la silhouette di un mostro famosissimo, che si muove da uno squarcio rosso all’altro in un’indefinita landa grigia, sotto un titolo (semi)chiarificatore: Godzilla e altre poesie.

Si presenta così la nuova raccolta (in libreria per Guanda Poesia) di Federico Italiano, scrittore, traduttore e ricercatore novarese classe 1976, già vincitore del Premio Giuseppe Tirinnanzi e del Premio Ceppo Poesia.

Una silloge suddivisa in quattro macroparti, al cui interno vengono allo scoperto creature, cromie e forme camaleontiche, da attraversare come le sale di un’esposizione tanto temporanea quanto indimenticabile

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Godzilla e altre poesie: dai mostri che cambiano volto…

Copertina del libro Godzilla e altre poesie di Federico Italiano

Ad aprire la prima sezione, Monstera, troviamo un testo che termina con le parole: “E per un attimo ti credi in salvo“. Come a lasciare intendere che, qualunque cosa stia per accadere oltre la fine di quel verso, la salvezza sarà in realtà una porta chiusa a chiave.

E a darcene l’immediata conferma sono le pagine a seguire, in cui ci imbattiamo in un uomo sfottuto nei bar “per gli occhi troppo dolci / e il carrello a due ruote da spazzino” e, subito dopo, in sei liriche raggruppate sotto il sinistro titolo di Godzilla.

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“Immaginavo Godzilla come la personificazione della violenza e dell’odio per l’umanità, poiché fu creato dall’energia atomica. Portò in sé questa ira a causa delle sue origini. È come un simbolo della complicità umana nella sua propria distruzione”: si espresse così il regista Jun Fukuda, nel descrivere in un documentario della BBC i film sul celeberrimo mostro giapponese a cui lavorò nel corso della sua carriera.

E in effetti, a leggere Federico Italiano, tutto si tiene.

Nei suoi versi leggeri iniziano a fare capolino elementi pesanti come il plutonio e l’uranio, mentre la bomba atomica e il disastro di ÄŒernobyl’ irrompono nella quotidianità degli anni ’80.

Federico Italiano nella foto di Daniel Zegnalek

Federico Italiano (nella foto di Daniel Zegnalek)

L’apocalisse è una perdita, un tubo / che cola, una fessura“, scrive non a caso l’autore, che vestendo i panni di una novella Cassandra ci avverte del finimondo imminente da una prospettiva sempre lontana – o nel tempo o nello spazio – dall’epicentro della catastrofe.

Peccato però che il nemico, il Godzilla di oggi, non sia più un cavallo di legno da accogliere o respingere, bensì appunto “una vasca che esonda” senza preavviso, risultato di un atteggiamento collettivo che, come già anticipava Fukuda, dà un tacito contributo alla malvagità, o anche solo al suo avanzare indisturbata per il mondo.

Tant’è che il pericolo peggiore ci osserva già da dentro casa, ed è ormai troppo vicino per essere schivato: Italiano lo chiama Mister X, l’uomo senza più identità personale, “col cilindro nero, lo smoking / e il monocolo”, inconfondibile personificazione del capitalismo, che chiude la sezione lasciandoci ben pochi spiragli di luce:

[…] lo vedo, come ti osserva, irrequieto
ti studia. Cerco di tenerlo per quanto
possa, ma prima o poi non avrò più
le forze necessarie – qui sotto ci affievoliamo
a ogni irrevocato ricordo – verrà a prenderti.

…a un lupo alle prese con la sua fame

Da Monstera si passa poi a Confessioni del lupo, in cui il predatore ci parla con un tono più intimo e umano da un presente nel quale forse la bomba dell’apocalisse è detonata, ma così bene che non ce ne siamo ancora accorti.

L’io lirico qui sa di essere un lupo, eppure sa anche di non averne colpa: è la sua natura a imporglielo, e non basta nemmeno che in una poesia diventi vegano perché le pecore e il cielo si fidino di lui (“estinta / era la gioia indivisibile / di chi divora il giorno senza masticare”).

L’unico viatico, probabilmente, consiste allora nel non rinnegare più la propria essenza (“pelle […], ti indosserò fino alla fine”) e nell’accettare che “c’è chi può vivere senza cose selvagge – / […] e c’è chi le brama a ogni passo“.

Perché, solo se inserito nella cornice di un parco nazionale – protetto ma libero, vorace ma legittimato in questo suo istinto biologico –, il mostro smetterà di esserlo semplicemente non raccontandosi più come tale, e rimanendo né più né meno che un lupo alle prese con la sua inevitabile fame.

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In perenne esilio dalla felicità

In Confessioni del lupo, peraltro, viene introdotto un tema che sarà ripreso anche in Pannonia, terza sezione di Godzilla e altre poesie: l’amore inteso come “deliquio e veleno“, una partita persa in partenza, che si gioca dentro un sognocon testo a fronte: / su una pagina / il presente, sull’altra ciò che è stato”.

Si tratta di un sentimento portatore a sua volta di uno spigolo di atrocità – al punto da essere raffigurato come un orso, simbolo di una forza selvaggia che in un primo momento può sprigionarsi liberamente, ma che all’interno della relazione di coppia viene poi tenuta al guinzaglio al punto da ridursi a un triste gingillo domestico.

Da questa incapacità di coesistere e di comunicare in maniera sana nel qui e ora (“sono dentro di te solo se non ci sono”), l’amore stesso si deforma e si fa potere sull’altro, colpa da espiare, scomposizione e dissolvenza dell’io (“mi intingi nel latte e mi sbriciolo e vado a fondo”).

Tutte suggestioni che esplodono nella terza parte della silloge, nella quale ci spostiamo tra la Francia, la Lituania, la Germania e altri precari toponimi della mappa europea, in una vorticosa accumulazione di immagini che rimandano a Rainer Maria Rilke e a Jacques Prévert, ad Aleksandr S. Puškin e a Franz Kafka.

Qui l’amore finisce per coincidere con un “desiderio oscuro / per qualcosa di più grande di ciò che fa paura”, soffocato però da un “duello con sé stessi” in cui la ricerca della persona amata – e il viaggio che serve per raggiungerla – diventano metafora di una vita in perenne esilio dalla felicità, condannata a un’impraticabile traversata di ritorno.

Una via di fuga da Godzilla

C’è una traccia di apocalisse anche in questo errare per il mondo ed errare nel coordinamento dei propri sentimenti, che nella macroparte conclusiva della raccolta, intitolata La terza legge di Keplero, Italiano prova a scongiurare ipotizzando una riconciliazione cosmica fra uomo e natura.

Quasi come un Vate di baudelairiana memoria, il poeta va perciò in cerca fuori e dentro i centri urbani dell’unica “metamorfosi senza colpa“: quella dell’alternarsi delle stagioni in grado di ripristinare la “verità dei margini“, invocata attraverso la meteorologia e gli agenti atmosferici – un “prodigio che ci aspetta dall’interno”, se avremo la pazienza di attendere oltre la neve, la pioggia e il fango del disgelo.

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Certo, non sarà un prodigio capace di restituirci una terra vergine di disastri, ma per lo meno assomiglierà alla “giostra a carillon di uno spazio felice”, che l’autore delinea nella dimensione post-apocalisse di un canto mistico ed elegiaco, annunciandoci che esisterà ancora qualcosa, dopo lo sfacelo: qualcosa per cui vivere, e per cui continuare a scrivere e ad amare.

Siamo gli ultimi“, ci ammonisce infatti il verso conclusivo del componimento finale, “squame, scaglie, petali“, e tuttavia abbiamo ancora un’occasione di riscatto, una via di fuga da Godzilla.

Foss’anche solo grazie a queste poesie in movimento, composte (e da leggere) spostandosi nello spazio perfino della pagina, e che con un po’ di fortuna ci permetteranno di metterci al riparo da noi stessi, finché ne abbiamo ancora la possibilità…

Non avere paura: se siamo fuori dal tempo,
la morte non ci avrà
totalmente. E se sopravviveremo,
i giorni torneranno al potere sottile della luce,
nel calendario del sole.

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