Sono passati duecento anni dalla nascita di Charles Baudelaire (1821-1867), poeta, critico e traduttore francese, antesignano del simbolismo e pietra miliare dei Poètes Mauditst – i poeti maledetti. Autore decadente, genio sregolato, ha lasciato alcune opere meravigliose che vale la pena approfondire, partendo, ovviamente, dalla raccolta di poesie “I fiori del male”… 

Sono passati duecento anni dalla nascita di Charles Baudelaire (1821-1867), poeta, critico e traduttore francese, antesignano del simbolismo e pietra miliare dei Poètes Mauditst – i poeti maledetti.

Autore decadente, genio sregolato, ha lasciato alcune opere meravigliose che vale la pena approfondire, partendo, ovviamente, dalla sua raccolta di poesie I fiori del male (Garzanti, traduzione di Attilio Bertolucci).

Il “poeta maledetto”

Nel 1832 il poeta e drammaturgo francese Alfred de Vigny pubblica Stello, un’opera grandiosa che racconta del rapporto tra Stello, un poeta in crisi artistica, e il dottor Noir, uno psicanalista la cui missione è quella di liberare l’ispirazione del poeta.

Durante uno dei numerosi dialoghi che compongono il romanzo, i due discutono del ruolo del poeta all’interno della società, al quale viene affiancato l’aggettivo maledetto.

“[…] dal giorno in cui egli seppe leggere fu Poeta, e da allora appartenne alla razza sempre maledetta dalle potenze della terra…”

Il poeta maledetto, inteso come figura profondamente tragica che ricerca una pace interiore che non può trovare, e per questo costretto a spingere all’estremo i propri limiti, è il punto cardine del pensiero romantico, e a questo appellativo risponderanno, chi più, chi meno consapevolmente, artisti giganteschi che dominano il panorama artistico di quegli anni (e non) in ogni ambito, come John Keats, Edgar Allan Poe, Vincent Van Gogh, Guy De Maupassant, Paul Verlaine, Iginio Ugo Tarchetti, Arthur Rimbaud. Ma, forse più degli altri, Charles Baudelaire.

Un padre idealizzato

Baudelaire nasce a Parigi il 9 aprile 1821, figlio di Joseph-François Baudelaire e della giovane Caroline Archimbaut-Dufays.

Il signor Baudelaire era un intellettuale d’alta formazione, ormai in là con gli anni, appassionato d’arte, letteratura e filosofia. La figura del padre sarà sempre idealizzata da Baudelaire, specie perché Joseph-François muore quando Charles ha appena sei anni. il repentino matrimonio di sua madre con il tenente Jacques Aupick è un altro duro colpo per il bambino, che percepisce questo secondo matrimonio come un vero tradimento nei suoi confronti – sensazione che si acuirà negli anni successivi, quando Charles viene mandato in collegio, a Lione prima, a Parigi poi.

In collegio Baudelaire soffre di solitudine, legge molto, alterna momenti di profitto brillante a pause d’ozio e ribellione: viene espulso per indisciplina, ma riesce lo stesso a diplomarsi.

È il 1939, Charles vive da solo a Parigi: non sa che fare della sua vita, le pressioni di Aupick non aiutano, non ha nemmeno vent’anni. La carriera letteraria l’ha sempre attirato – specie perché i genitori gliela impedivano – e comincia a frequentare scrittori bohémien, rintanati in ambienti equivoci e dediti a disprezzare la buona borghesia, bevendo alcolici, assumendo droghe, dandosi a prostitute, piaceri carnali, promiscuità.

Ci impiegano due anni, Caroline e Aupick, a prendere provvedimenti: decidono di far imbarcare Charles su una nave, la Paquebot des Mers du Sud, verso l’India, un viaggio straordinario per l’epoca che però termina dopo appena 10 mesi, e il 4 novembre 1841 Charles torna a Parigi.

L’esotismo, Théophile Gautier, Jeanne Duval

Il viaggio, tuttavia, non è stato vano: Baudelaire comincia a comporre le prime poesie, dedicate ora all’esotismo dei luoghi che visita, ora alle donne bellissime e misteriose che incontra.

Le contrapposizioni cominciano a farsi spazio nella sua vita prima e nella sua poetica poi: Parigi diventa nera e fangosa, in contrapposizione alla bella, verde e rigogliosa Maurice, l’isola vicino al Madagascar nella quale Baudelaire ha vissuto per un po’. Le contrapposizioni diventeranno corrispondenze – parola carissima nella poetica dell’autore – e nei suoi testi Baudelaire comincia a giocare con i sensi e con le parole: gli odori generano le visioni, le visioni diventano parole su carta, le poesie si riempiono di sinestesie e associazioni tematiche.

A ventun anni Baudelaire diventa maggiorenne e riceve la cospicua eredità del padre: può quindi dedicarsi alla poesia, alla scrittura e alla critica senza aver bisogno di trovarsi un “vero lavoro”.

Sempre nel ’42 Baudelaire conosce due persone che segneranno la sua esistenza: il poeta, pittore, drammaturgo Théophile Gautier, al quale dedicherà la sua raccolta di poesie Les Fleurs du mal, e Jeanne Duval, un’attrice creola con la quale instaurerà una storia d’amore violenta e malsana. Spende grandi somme di denaro per vivere nel lusso insieme alla sua compagna, scribacchia qua e là guadagnando pochissimo e, benché non abbia ancora scritto nulla di veramente importante, a Parigi lo conoscono tutti.

Nel Club des Hashischins, un circolo di letterati amatori dell’hashish, nel quale si iscrive intorno al ’43, Baudelaire conosce tra gli altri Eugène Delacroix, Alexandre Dumas padre, Jacques-Joseph Moreau, e Honoré de Balzac, che nel ’45 recensisce positivamente la prima opera pubblicata da Baudelaire, Le Salon.

Tuttavia, i soldi finiscono, i debiti aumentano, il rapporto con Duval precipita: Baudelaire è solo, precario e, soprattutto, terrorizzato dal non avere idea di cosa fare della sua vita. Cerca il suicidio per un paio di volte, non ci riesce; a distrarlo, i moti rivoluzionari parigini, ai quali prende parte, e il ritorno nella sua vita di Duval, con la quale si trasferisce, nel 49, a Digione. In questi anni Baudelaire si occupa dell’opera di Edgar Allan Poe, al quale dedica diversi articoli, e che comincia a tradurre in francese: Le Pays ne pubblica alcuni pezzi, cosa che permette a Baudelaire di dedicarsi alle sue poesie, o meglio, ai suoi fiori.

Antropologia e dandismo, lo Spleen e l’ideàl

Difficile a dir poco cercare di comprendere per quali motivi Baudelaire avesse deciso di vivere una vita così sregolata – ricordando, tra le altre cose, che contrae la sifilide giovanissimo, e di sifilide morirà ad appena 46 anni: per questo è necessario conoscere i punti cardinali su cui Baudelaire basa non solo la sua opera, ma piuttosto la sua concezione del mondo e del senso stesso dell’esistenza umana.

Da una parte, Baudelaire fonda la sua visione antropologica sulla convinzione che tutti gli uomini vivono in uno stato d’angoscia, della quale sono più o meno coscienti, perché non riescono a realizzarsi. Questa angoscia, questo stato di malessere fisico e psicologico, inquietudine, scontento, viene definita Spleen, che si associa al termine francese Ennui, ovvero la noia. L’Ennui è il sentimento di chi non riesce a trovare la passione, tanto cara ai romantici, che Baudelaire smonta immediatamente. La passione assoluta non esiste, ogni sentimento è mutevole e relativo, ed è destinato a finire.

Allo Spleen ci si può arrendere, accettando il non senso della vita e il vuoto cosmico che ne consegue, oppure ci si può opporre, rifuggendo la realtà e cercando l’Idéal. L’Idéal è, per Baudelaire, l’assoluto verso il quale ogni uomo tende naturalmente: per raggiungerlo – e quindi per allontanarsi dallo Spleen – l’essere umano deve evadere dalla realtà, fuggire il quotidiano, andando a ricercare tutte quelle esperienze che possono aiutarlo a perdere contatto con ciò che è vero, per abbracciare ciò che – solo apparentemente – non lo è.

Come si sfugge allo Spleen? Abbracciando il dandismo, inteso non soltanto con la figura romantica del dandy ben vestito e divertente dei salotti inglesi del primo Ottocento, quanto piuttosto la corrente di pensiero dell’uomo che ricerca l’estetismo a qualsiasi livello, allontanandosi dal brutto e banale – la realtà -, andando a rifugiarsi nell’artificiale, in tutto ciò che non è naturale, e per fare questo esistono alcuni strumenti, come l’alcool e le droghe.

Spleen, Idéal, Dandismo, Ennui: i concetti alla base della raccolta di poesie I fiori del male.

Les Fleurs du malI fiori del male (1857)

I fiori del male Charles Baudelaire

Ho più ricordi che se avessi mille anni.
Un grosso mobile a cassetti, zeppo di conti,
versi, biglietti d’amore, processi, romanze
e pesanti ciocche di capelli avvolte in quietanze,
nasconde meno segreti del mio triste cervello.

[…]

– Mia materia viva, ormai tu sei soltanto
un granito circondato di vago spavento,
assopito nel fondo delle nebbie del Sahara!
Sei una vecchia sfinge ignorata dal mondo incurante,
dimenticata sulle mappe e con un estro selvaggio
che canta solo ai raggi del sole che muore

(Spleen 2)

La prima edizione de I fiori del male è dedicata a Théophile Gautier.

Il testo nella sua versione definitiva comprende cento poesie divise in sei sezioni: Spleen et Idéal, Tableaux Parisiens, Fleurs du mal, Révolte, Le vin e La mort.

L’opera è concepita dallo stesso Baudelaire come un viaggio dell’uomo nell’Inferno della vita. Si parte dalla prima sezione, Spleen et Idéal, nella quale Baudelaire esprime il suo malessere, e lo intravede in tutto ciò che lo circonda. Tuttavia, il poeta è consapevole del suo valore, e lo dimostra facendo notare come, con la sua sensibilità, sia in grado di accorgersi delle corrispondenze che lo circondano. In questa sezione troviamo poesie come Correspondances, Albatros, Bénédiction.

Le sezioni successive rappresentano il tentativo del poeta di fuggire lo Spleen: nella seconda sezione, Tableaux Parisiens, il poeta cerca rifugio nell’osservazione della città, ma Parigi, con le sue angosce, non fa altro che mostrare al poeta che l’intera città è composta da gente che soffre esattamente come lui. In Fleurs du mal e in Le vin, il poeta cerca rifugio nell’alcool e in tutte quelle esperienze che comportano l’alterazione della sua percezione della realtà, in particolare il sesso.

Tuttavia, niente funziona: al poeta non resta che ribellarsi al Dio che l’ha creato (Révolte) e sperare nella morte, che non rappresenta uno stato di passaggio, quanto l’agognata distruzione della realtà fisica. L’opera termina con la poesia Le Voyage, è con l’augurio del poeta che, grazie alla morte, potrà finalmente giungere “au fond de l’inconnu pour trouver du nouveau” – fino alla fine dell’ignoto per trovare il nuovo. 

Neanche a dirlo, molti fiori furono censurati e Baudelaire fu processato nel 1857 da Pierre Ernest Pinard, lo stesso procuratore che denunciò Flaubert per Madame Bovary. In risposta, Baudelaire aggiungerà altre poesie inedite.

Les Paradis ArtificielsParadisi Artificiali (1860)

charles-baudelaire-paradisi-artificiali

 

Il vino esalta la volontà, l’hashish l’annienta.
Il vino è un supporto fisico,
l’hashish è un’arma per il suicidio.

Intorno al 1860 Baudelaire continua a scrivere e tradurre autori quali, oltre al già citato Poe, Thomas de Quincey e Hoffman. La sua salute peggiora: la sifilide, che fino a quel momento gli ha provocato crisi, nevralgie e una certa dipendenza dal laudano, non gli dà tregua. Completa però alcune opere, a partire dai Paradisi Artificiali.

Paradisi Artificiali è il titolo di un saggio dedicato agli effetti delle droghe sul corpo. Nel testo, Baudelaire descrive con dovizia le sensazioni provate dopo l’assunzione di oppio, alcolici, hashish, vino. Inizialmente le droghe permettono all’uomo di raggiungere quel desiderio di assoluto che Baudelaire reputa tanto caro, ma la condanna non tarderà a venire: le droghe, come qualsiasi altra cosa, hanno un effetto effimero, e in ogni caso l’artista, il vero artista, non ha bisogno di mezzi psicotropo per manifestare la sua creatività.

Negli ultimi anni, tra una crisi esistenziale e un attacco ischemico, Baudelaire subisce una serie di lutti dai quali non riuscirà a riprendersi, e tenterà nuovamente il suicidio. Nel 1960 muore il patrigno, nel 1962 muoiono Jeanne Duval e uno dei fratelli di Charles.

Diari Intimi, 1851-1862 

L’amore può derivare da un sentimento generoso: il gusto della prostituzione; ma è ben presto corrotto dal gusto della proprietà. L’amore vuole uscire fuori di sé, confondersi con la sua vittima, come il vincitore con il vinto, e ciò nonostante conservare dei privilegi da conquistatore.

Nel 1864 Baudelaire lascia la casa materna, dove si era rifugiato negli ultimi anni, per andare a Bruxelles, dove avrebbe dovuto indire una serie di conferenze letterarie che gli avrebbero permesso di racimolare qualche soldo.

I giorni belgi sono giorni terribili, che il poeta vive in solitudine tra dolori atroci e pensieri pessimisti. Scrive molto, invettive, pamphlet, pensieri disperati, testi che verranno poi raccolti in un’unica opera, i Diari Intimi.

Lo Spleen di Parigi, 1855-1864 

charles baudelaire lo spleen di parigi

Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo,
ubriacatevi, ubriacatevi sempre!
Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare.

Precedentemente intitolato Piccoli poemi in prosa, Lo Spleen di Parigi è una raccolta di 50 pezzi, scritti tra il 1855 e il 1864, pubblicati in diversi giornali nel corso degli anni. Baudelaire stesso ha definito Lo Spleen di Parigi come “i nuovi fiori del male, ma con più libertà, molti più dettagli, e molta più satira”.

Baudelaire muore tra le braccia di sua madre il 31 agosto 1867, in preda a dolori lancinanti, per complicazioni della sifilide.

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