Prendersi cura dei propri genitori nel momento del declino è una delle prove di maturità più difficili a cui possiamo essere messi davanti. Per Igor Nieri, traduttore abituato a vivere nell’ombra delle parole altrui, questo scarto traumatico coincide con il ritorno a Viareggio per assistere Herr Professor, il padre monolitico che la demenza sta riducendo a un’unica, tonante parola universale: “stronzo”. Tra i calchi di una vita che ha perso quota e il mistero di un manoscritto ritrovato, in “L’idiota di famiglia” Dario Ferrari mette in scena una fine in cui non c’è niente da capire, ma solo da accettare. Continuando a credere, come idioti, che forse la bellezza salverà il mondo anche quando non sembra esserci alcuno scopo…

“«Siamo al giro di boa», dice. «Ora tocca prenderci cura della fine dei genitori e poi passiamo in prima linea»”.

Non ci si può dire mai davvero adulti finché non accade: quel momento in cui i ruoli si invertono e lo sguardo di chi ci ha consegnato il mondo inizia a farsi opaco. Noi, da destinatari di ogni attenzione, ne diventiamo i custodi. Da figli a genitori dei nostri stessi genitori.

È un privilegio, se guardato con la distanza della teoria, ma è prima di tutto uno scarto traumatico. Ci obbliga a una frizione costante con la fragilità, nostra e di quelle figure che – per un tempo che sembrava infinito – abbiamo considerato prive di ogni cedimento, immuni alla biologia.

La letteratura, così sollecita nel raccontare l’eros, lo slancio e le passioni della giovinezza, si fa spesso reticente quando deve maneggiare la stanchezza dell’anziano e il decadimento della mente. Non c’è nulla di epico nella perdita di sé. Eppure, in L’idiota di famiglia (Sellerio), Dario Ferrari sceglie di abitare precisamente questa stanza semibuia.

L'idiota di famiglia di Dario Ferrari

Lo fa attraverso Igor Nieri, un protagonista che possiede il dono della stizza e della lucidità.

Un uomo cinico, a tratti abrasivo, ma attraversato da una sensibilità che tenta di nascondere dietro una cortina di sarcasmo.

Igor ci conduce in questa fase della vita con un’ironia che rende la materia digeribile, senza però risparmiarci alcuna verità sulla sporcizia e sulla fatica del lavoro di cura.

Tutto inizia con un messaggio vocale, che rompe l’ordinaria amministrazione di una vita romana fatta di libri altrui e delusioni proprie. Igor è un traduttore, una professione che è in sé una postura filosofica: vivere nell’ombra, riscrittori di pensieri nati altrove, con il dovere di non farsi notare. Ma quando arriva il messaggio della sorella Ester, il tono accorato che gli risuona nelle orecchie è un presagio che non ha bisogno di essere interpretato: “È un messaggio che mi sono da tempo preparato a ricevere: il messaggio del disastro. E il disastro, va da sé, riguarda nostro padre“.

Così Igor lascia la sua routine per tornare a Viareggio.

Il suo ritorno somiglia a quello di tanti personaggi della letteratura contemporanea impegnati nel corpo a corpo con il passato: si pensa al protagonista di Avere tutto di Marco Missiroli (Einaudi), che rientrava a Rimini per accompagnare il padre negli ultimi giorni di vita. Anche per Igor tornare significa rientrare in un tempo che credeva di aver superato, ritrovandosi davanti a Franco Nieri – per tutti “Herr Professor”.

Franco era un insegnante di Storia e Filosofia, un uomo di un’austerità berlingueriana che non ammetteva la sciatteria del pensiero. Vederlo oggi, mentre usa la parola “stronzo” come un vocabolo universale, come un tappabuchi logico per ogni oggetto che non riesce più a nominare, è una ferita (a tratti anche molto divertente) che si riapre a ogni pasto.

Igor deve navigare tra le dimenticanze del padre, una sorella incasinata e vitale, il silenzio di un nipote che lo scruta con diffidenza e una città che appare cristallizzata nelle sue strade, ma irrimediabilmente mutata nei volti di chi le abita.

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Tutto appare snaturato, svuotato di senso.

Il cruccio di Igor, non a caso, sono i calchi linguistici: quella colonizzazione delle coscienze che passa attraverso le espressioni ricalcate dall’inglese e tradotte di peso. Igor odia chi “prende un rischio” o chi risponde “lo voglio” a un altare perché anestetizzato dal doppiaggese. Ma questa avversione per i calchi è il riflesso di un’incapacità di abitare la propria vita in modo autentico.

La sua esistenza stessa sembra essere diventata il calco di qualcun altro: si è appiattita per acquisire il peso di una professione che lo ha fagocitato: “Non si è ciò che si vuole, ma si finisce per diventare ciò che si fa”, riflette, “e io sono quasi due decenni che faccio il traduttore”.

Dario Ferrari @PasqualiniMUSA

Dario Ferrari nella foto di @PasqualiniMUSA

A questo quadro si aggiunge Marta, la compagna con cui il legame si è spezzato senza che lui avesse la forza di capire dove o quando (o forse lo sa bene, ma preferisce non pensarci).

Marta è una saggista di successo, un’intellettuale pop-femminista che sfoggia shopper con scritto MY FAVOURITE SEASON IS THE FALL OF PATRIARCHY e che in quella popolarità ha trovato la sicurezza che a Igor manca.

Lei lo accusa di non crescere, di rimanere inerme, di scegliere vini “patriarcali” e di voler scomparire. Ma sparire è precisamente il compito di un buon traduttore: “Un traduttore è come un arbitro: se ti accorgi che c’è sta lavorando male”.

Igor ha scelto la trasparenza come scudo, ma nascondersi troppo a lungo significa finire per non trovarsi più: avrebbe voluto essere un autore ed è rimasto un trascrittore; avrebbe voluto essere un padre, ma quel desiderio è rimasto incastrato nei “figli non nati”.

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Allora il ritorno diventa l’occasione per capirsi? In realtà no, ed è qui che Ferrari si smarca dai cliché.

Inizialmente l’aggancio con la voce narrante fa leva sul tema della cura del genitore, un topos che ha trovato forza in romanzi italiani recenti come L’estate che ho ucciso mio nonno di Giulia Lombezzi (Bollati Boringhieri), portando la fatica del caregiver sotto la lente letteraria.

Ma Ferrari non si limita alla cronaca del disfacimento, né cerca a tutti i costi di districare la matassa per risalire alle origini e scioglierle nel momento dell’addio.

Perché la vita – e qualche volta anche la letteratura – non ha grandi rivelazioni da offrire nell’ultimo capitolo, o se ce l’ha spesso produce l’effetto di un palloncino che si sgonfia in un angolo: nessun rumore e nessuna sorpresa.

Così Ferrari, che già ci aveva conquistato con La ricreazione è finita (sempre Sellerio), nella seconda metà del romanzo innesca un piccolo mistero attraverso il ritrovamento di un manoscritto del padre, Indifeso fervore, in cui Igor sembra rintracciare un senso a quella figura paterna che gli è sempre rimasta sconosciuta e incomprensibile, così come altrettanto impenetrabile è la bellezza de L’idiota di Fëdor Dostoevskij – che Franco considerava l’unità di misura dell’umano.

La ricreazione è finita dario ferrrari

In questo racconto (nel racconto) ambientato nella Viareggio del 1920, la città che per tre giorni si proclamò Repubblica Sovietica, si muove Idargo, un giovane puro di cuore che ricalca il principe Myškin e che permette all’indagine di spostarsi dal piano clinico a quello esistenziale, mentre Igor cerca tra quelle pagine la chiave di volta del suo rapporto con il padre: chi è Franco Nieri, chi è Idargo e chi è, alla fine, Igor stesso?

Tracciare un senso tra le righe di un saggio mai concluso rimane l’unico modo per intuire che uomo sia stato Franco, ma la verità è che spesso non capiamo i nostri padri finché non accettiamo che il loro mistero può rimanere tale.

Ferrari ci regala così una pacificazione che non passa attraverso il dialogo, ma attraverso la parola scritta e la consapevolezza adulta di accettare ciò che si è, anche se questo non è esattamente quello che volevamo.

Non c’è niente da capire, dunque, c’è solo da continuare, come degli idioti, a credere che la bellezza salverà il mondo anche quando non sembra esserci alcuno scopo, accettando il proprio ruolo di amanuensi della vita altrui, pronti a farsi carico delle parole che restano.

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