“Il cielo in una stanza”, “La gatta”, “Senza fine”, “Sapore di sale”, “Quattro amici”… Addio, a 91 anni, a Gino Paoli, artista che ha vissuto una vita senza misura, “rock, esagerata, sempre sopra le righe”. Lo ricordiamo attraverso quelle che “non sono solo canzoni, ma un modo di stare al mondo, di piegare le parole e i suoni finché diventano qualcos’altro”. “La sua corda interna era quella della poesia”, diceva non a caso di lui Fabrizio De André…

Che la sua arte sia Senza fine lo sapevamo già. Finché ognuno di noi continuerà ad innamorarsi, amare, emozionarsi davanti a un tramonto al mare o accarezzando un gatto canteremo le sue canzoni.

Ma la vita di Gino Paoli è stata anche senza misura. Rock, esagerata, sempre sopra le righe. Quando se ne va uno così, a 91 anni, si può abbozzare un sorriso malinconico, ringraziare il cielo per essere stati spettatori di una vita così straordinaria e riascoltare i suoi brani. E ammirarlo per come ha amato.

Con Ornella Vanoni lo ha fatto con un’intensità che sfiora l’incoscienza, così totale da arrivare a un gesto estremo: spararsi al petto. Eppure, quasi a confermare il paradosso di certe vite vissute al limite, la realtà si incrina: il proiettile si ferma a un solo centimetro dal cuore. Paoli sopravvive, ma non cambia. Continua a vivere e ad amare con la stessa, assoluta radicalità.

Accade anche con Stefania Sandrelli, tra le attrici più affascinanti del cinema italiano: un amore senza misura, senza difese, senza compromessi.

Cosa farò da grande. I miei primi 90 anni Gino paoli

La copertina dell’autobiografia del cantautore (edita da Bompiani nel 2025), che si racconta con schiettezza all’amico Daniele Bresciani

“Abbiamo fatto all’amore anche sulla Cupola di San Pietro”, ha rivelato lei a Belve. Non è difficile crederci. Per poi aggiungere: “Con Gino Paoli mi sono tolta tutti i grilli che potevo avere per la testa. La nostra è stata una grande passione“. E la Vanoni: “Quello con Gino è un legame che non si è mai sciolto“.

Come non sorridere di fronte a un artista che dei suoi concerti aveva dato una definizione magistrale: “Continuo a pensare che uno spettacolo sia un coito cosmogonico. Io me li faccio e loro si fanno me”. Ecco tutto Gino Paoli in purezza.

Amore e morte, spettacolo e godimento, rock e punk insieme. “Iniziai nel 1959 senza convinzione con una piccola canzone, La gatta, che uscì in 80 copie, funzionò grazie ai juke box. Me ne accorsi quando la canticchiò il postino in bici sotto la mia soffitta. Sassi la bocciarono perché era filosofica. Su Il cielo in una stanza mi dissero che dovevo cambiar mestiere. Per fortuna la cantò Mina“, raccontò in un’intervista al Messaggero del 2019.

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Scopre la musica proprio quando la guerra finisce

Gino scopre la musica proprio quando la guerra finisce: “Davanti casa a Pegli c’erano i carrarmati americani, da loro sentii la tromba di Louis Armstrong. Avevo l’orto di guerra e scambiavo pomodori con dischi. Volevano darmi la cioccolata, preferii Billie Holiday”, disse in un’intervista.

Paoli – in una parabola molto simile a quella di Renzo Arbore – non aveva mai sentito niente del genere. Fino ad allora quelle canzoni erano proibite: “C’era l’autarchia, anche musicale. Così scoprimmo la musica dei liberatori. Poi i cantanti francesi e soprattutto la poesia, la letteratura, Sartre, Simone de Beauvoir, Apollinaire…. Noi eravamo affamati di queste cose, in Italia non c’era niente, c’era solo quello che passava il regime. Steinbeck, Hemingway, Melville. Io li ho letti tutti a tredici quattordici anni. Suonavo la batteria, facevamo i gruppetti come tutti i ragazzi», raccontò a Veltroni in un’intervista per 7 del Corriere della Sera.

Suo padre lo vorrebbe ingegnere, ma Gino, a differenza del fratello Guido, che diventerà un fisico, non è portato per gli studi. Così, quando ha diciotto anni, firma un contratto da grafico e va a vivere da solo, portandosi dietro soltanto tre dei suoi amati libri: “I libri hanno dentro un po’ della tua anima; lo spazzolino da denti te lo puoi comprare dovunque, l’anima no”. Poi va a stare con la sua ragazza in un villaggio di pescatori, a Genova: “Vivevo da bohémien, senza una lira. Ma quando hai poco, lo dividi con tutti”.

Fa amicizia con un gruppo di ragazzi con i suoi stessi interessi. Sono Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Joe Sentieri e un certo Fabrizio De André. “Nessuno pensava di fare il cantautore. Dai cantautori francesi capimmo che la canzone poteva esprimere inquietudine”, racconterà.

Nelle canzoni, teorizzano, bisogna usare il linguaggio di tutti: “Allora c’erano tanti stereotipi, troppi, partendo dal presupposto che la parola dovesse essere poetica o ispirata. No, la poesia è un flash emozionale, è quello che non si dice, che sta dietro alla parola”, disse in un’intervista a Paolo Giordano del Il Giornale.

“La sua corda interna era quella della poesia”

Nascono così i suoi capolavori: Il cielo in una stanza (1960), La gatta (1960), Senza fine (1961), Sapore di sale (1963) e, a trent’anni di distanza dal suo debutto, Quattro amici, canzone con cui vinse il Festivalbar nel 1991. Trentaquattro album pubblicati. Milioni di dischi venduti. Sette partecipazioni al Festival di Sanremo. Paroliere, tra gli altri, di Claudio Villa, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Franco Battiato, Marco Masini, Zucchero.

Il grande critico musicale Gianni Borgna lo definì “l’Ungaretti della canzone italiana” mentre Fabrizio De André aveva spiegato come aveva incominciato a fare musica: “Era affetto da timor panico, aveva accettato di salire sul palco solo per debiti. La sua corda interna era quella della poesia, non amava la propria voce”.

Poi arriva la musica, come una corrente che non puoi arginare. Non sono solo canzoni – anche se basterebbero – ma è un modo di stare al mondo, di piegare le parole e i suoni finché diventano qualcos’altro. Sapore di mare è l’estate quando ancora non sai di esserci dentro, è luce che ti precede. La gattanata davanti al mare di Boccadasse, cammina leggera, sembra una cosa da niente, una rima che ti sfiora, e invece all’improvviso si apre e diventa poesia, senza dichiararlo. Una lunga storia d’amore entra piano, quasi in punta di piedi, e ti costringe a fare silenzio, come quando senti qualcosa che ti riguarda troppo da vicino e ti metti ad ascoltarla riandando, con la memoria, a quel che è stato e a quello che avrebbe potuto essere.

E sotto, sempre, il jazz. Non come genere, ma come respiro. Così Gino Paoli resta lì, irregolare, incontenibile. Nella vita, nell’amore, nella musica. Non si è mai lasciato chiudere, non si è mai lasciato spiegare fino in fondo. L’epitaffio lo ha dettato lui stesso, qualche anno fa: “Come vorrei essere ricordato? Con la mia umanità, senza essere mitizzato. Descrivessero la testa di cazzo che sono stato”.

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