La letteratura è ad appannaggio solo delle classi dominanti? Se lo chiede Giusi Palomba in “Frammenti di un discorso di classe”, il racconto di una storia personale (ma anche collettiva). Di una working class che non ha nulla di epico, ma non per questo non ha diritto di essere raccontata. La storia di chi è nato in una casa in cui il tempo da dedicare alla lettura è visto come una “pausa di sospensione” tra un lavoro e l’altro e per questo fatica a definire la propria identità…
Per analizzare il successo di libri o saghe come L’amica geniale, Santo Graal dell’editoria non solo italiana, ma a questo punto anche internazionale, ci dice Giusi Palomba, bisogna partire da Lila Cerullo.
“Quella che rimane invischiata e avvinghiata al rione”
Lila, insiste Palomba, “è quella che rimane invischiata e avvinghiata al rione”. Un personaggio dentro cui, chi non ha quasi mai sentito raccontare la sua storia nei libri, nell’arte, nei film (anche se la cinematografia fa eccezione forse in parte), riconosce sé stessa, sé stesso.
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Prosegue Palomba: “La sua coscienza di classe è una continua contraddizione, fatta di sfumature, di improvvise epifanie, struggenti consapevolezze, ma anche di rabbia e vergogna che rimangono non dette”.

Esattamente come la vita di Giusi Palomba, traduttrice, scrittrice, attivista, in bilico tra le sue origini e un mondo professionale che sa di non poter abitare del tutto.
Partire dalla propria storia per affrontare un problema
Per spiegare cos’è Frammenti di un discorso di classe – Racconto di vite e di conti che non tornano (Einaudi) siamo partiti dalla fine, dal racconto dell’avidità con cui la madre di Giusi ha letto la saga di Ferrante. Ma è un buon punto di partenza per parlare di questo libro, che oggi incaselleremmo nel genere dell’auto-socio-biografia, ammesso che ci possano interessare le categorizzazioni.
Palomba parla della sua storia per affrontare un problema.
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È il 1980 e i suoi genitori si trasferiscono, dopo il matrimonio, a Gragnano. Pochi mesi dopo il terremoto dell’Irpinia, 280.000 sfollati, più di 2.000 vittime.
La sua famiglia non subisce perdite, ma la casa ha danni gravi e per molto tempo diventa inagibile. I suoi genitori non si lamentano mai, la tragedia, dicono, “li ha solo sfiorati”.
Dalla lamentazione non nasce nulla
La scrittrice parte da qui per rappresentare un’infanzia, e poi un’adolescenza, fatta soprattutto di difficoltà economiche e di silenzi, ma anche di racconti che non indugiano mai nell’autocommiserazione. Il mandato della sua famiglia è chiaro, dalla lamentazione non nasce nulla. Esiste una solidarietà locale, interna alla rete di amici e conoscenti, ma di certo il decennio ’80 – ’90 è stato anche la presa di coscienza che la solidarietà di classe non è un orizzonte ripetibile, perlomeno con i criteri che abbiamo conosciuto nel ‘900.
E così Giusi impara in fretta che la lingua ha confini netti. Che la capacità di tramandare memorie, racconto e identità, per le persone che appartengono alla working class, subisce percorsi più accidentati rispetto a chi invece può attingere a una narrativa che rappresenta l’immaginario preponderante: una vita borghese fatta di travaglio interiore, anche di politica, talvolta, ma che rivolge lo sguardo soprattutto all’indagine sul “come sto io?”, e può confrontarsi con libri e arte che danno risposte.
Pensiamo alla tanto dibattuta autofiction, che affonda le sue radici storiche nel romanzo psicologico. Proust, Musil, Zeno, sono stati in fondo questo. Un’introflessione dell’indagine letteraria che può sfociare anche in considerazioni politiche, o di utilità collettiva, ma non necessariamente.
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La domanda quindi è: come trasmette il racconto della propria provenienza, le proprie emozioni, un’idea di futuro, di chi proviene o vive in un contesto working class.
A nessuno interessa leggere di vite che non hanno fatto la Storia
Palomba insiste sull’uso dell’oralità, che rimane il mezzo più utilizzato in questo contesto sociale. L’unico che può aggirare un ostacolo già sperimentato, ovvero l’aver tentato di prendere parola, scritta, nel discorso pubblico e non aver trovato riscontro e opportunità. Pare che a nessuno interessi leggere di vite che non hanno fatto la Storia.
E così la letteratura rimane appannaggio delle classi dominanti e diventa la vittoria più grande della borghesia. Sua è la rappresentazione del mondo, e quindi anche le istanze che proclama come urgenti o necessarie.
Uno spazio addomesticato (uno spazio dove si opera solo entro i confini “di ciò che è appetibile” dice Palomba), dove le emozioni non debordano, ma anzi diventano codificate e riconoscibili ed è per questo che forse la letteratura ha perso in radicalità.
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In questo contesto, chi dalla working class è partito, come l’autrice, per tentare di costruire una carriera all’interno delle industrie creative, si è scontrato con un mondo altro, ovvero con l’incomprensibilità di discorsi, codici di comportamento, di fronte ai quali chi ha alle spalle famiglie operaie, o contadine, non può opporre la propria rappresentazione del mondo, perché non sa nominarla, e perché, spesso, se ne vergogna.
Essere nati in una casa in cui i libri scarseggiano, in cui il tempo dedicato alla lettura, o all’esercizio dell’arte, è visto come una pausa di sospensione tra un lavoro e l’altro, non aiuta a dedicarsi allo studio di ciò che si vorrebbe per definire la propria identità, e la propria autonomia.
Le conseguenze della mancata opportunità di autorappresentazione
Il secondo livello di analisi di Frammenti di un discorso di classe è una lunga riflessione sulle conseguenze politiche di questa mancata opportunità di autorappresentazione.
Chi vive in territori dove la crisi economica morde, e ne ha dimostrazione plastica, sente, prima di sapere, la verità di alcune cose, ma non sa a chi raccontarla per davvero: mancano le relazioni di prossimità, manca il welfare, manca la capacità di parlare non “agli strati” meno abbienti e acculturati della popolazione, ma “con” essi.
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E questo porta Palomba, che negli anni ha vissuto molto anche all’estero (Spagna e Scozia) e che ha potuto osservare dinamiche simili a quelle in essere in Italia, a considerazioni che pertengono strettamente al piano politico:
“La necessità improrogabile di recuperare un dialogo con pezzi di società con cui il progressismo si rifiuta ormai da tempo di interloquire, in particolare nelle aree rurali e deindustrializzate d’Europa, vulnerabili dopo aver subíto più di chiunque altro la violenza delle politiche di austerità, che adesso stanno in qualche modo restituendo”.
E ancora, più avanti:
“La politica, che mi ha fatto da genitore quando negli anni sono rimasta sola a cercare le ragioni delle cose, ora me la vedo spuntare a sorpresa, dove non c’è mai stata. Come quando per curiosità mi sono messa a girovagare sui social, e tra foto di conoscenti che non vedo quasi più ho scovato post con elogi a ministri leghisti e parole feroci contro i migranti. Mi sono sembrate arrivare dal nulla, non ho saputo cosa pensare”.
(…)
“Questo nuovo ruolo di autrice, anche se abitato part-time, mi ha esposta a nuove consapevolezze. Una, più ostinata delle altre, riguarda il riflesso quasi automatico degli ambienti progressisti, dominati dalla classe media: l’idea che l’antidoto all’avanzare dei neofascismi consista nello spiegare le cose a chi non le ha capite. Come se il razzismo, la misoginia, la xenofobia che in queste forme impenitenti oggi avvelenano larghe porzioni delle classi basse fossero il semplice prodotto di una carenza di cultura. Basterebbe allora trovare le parole giuste, il tono adeguato, l’argomentazione più forbita e la realtà a quel punto si riallineerebbe ai valori giusti. Se questo miracolo però non avviene immediatamente, se la capacità persuasiva dell’oratore fallisce, allora il campo viene abbandonato con una scrollata di spalle. Il soggetto da convincere si trasforma in un rozzo irrecuperabile, qualcuno che non merita nessuno sforzo”.
Il desiderio di raccontare la propria storia
Certo, non mancano i tentativi anche qui come altrove, ad esempio il Festival di letteratura working class, organizzato all’ex GKN di Campi Bisenzio da Edizioni Alegre (l’autrice è stata ospite in più di una occasione).
E tuttavia, ripete Palomba, è ancora un gesto circoscritto. Per combattere il senso ultimo di questa educazione familiare, ovvero “l’idea che tutto di noi, della nostra gente, sia destinato a scomparire”, dice Palomba, rimane una sola cosa, il desiderio.
Il desiderio di raccontare la propria storia, senza chiedere permesso e con dignità di pubblicazione, e chissà che con il tempo non si scopra che questi Frammenti possano diventare un discorso organico e riconosciuto, che si possa dire e rendere pubblica anche una storia senza eroi, spogliata dalla retorica, ma non per questo meno avvincente.
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