“Volevo scrivere della solitudine nel mondo moderno e globalizzato, e di come questa contemporaneità finisca con l’influenzarci anche su questioni elementari della vita, come l’amore. E puntavo a una storia che esplodesse in una miriade di molecole e che avesse di fatto come centro l’idea di non avere un centro, un aspetto che chiaramente si collega al concetto stesso di solitudine, da esplorare in diverse forme…”. Abbiamo incontrato Kiran Desai, autrice di “La solitudine di Sonia e Sunny”, un romanzo “che pone la domanda di quanto una storia d’amore possa essere espressa in maniera letteraria o in maniera non letteraria”. Per l’autrice, tornata dopo un’assenza lunga vent’anni e un Booker Prize vinto nel 2006 con “Eredi della sconfitta”, in India “è impossibile scrivere una storia che parli anche d’amore senza che entrino a farne parte le voci dei familiari. Le famiglie indiane sono onnipresenti, anche quando sono assenti, anche se ci sono fratture” – L’intervista (in cui trova spazio anche l’Italia, con Elena Ferrante e non solo…)
Kiran Desai è tornata in libreria dopo un’assenza lunga vent’anni e un Booker Prize vinto nel 2006 con Eredi della sconfitta (Adelphi, 2007).
La solitudine di Sonia e Sunny, pubblicato sempre da Adelphi e sempre nella traduzione di Giuseppina Oneto, è un romanzo monumentale, con oltre 700 pagine per comporre un mosaico di storie, quella dei due protagonisti richiamati nel titolo e quelle dei loro famigliari.
Sonia, di origine indiana, è una studentessa in un college del Vermont che decide di tornare in India dopo una crisi personale e una relazione tossica, mentre Sunny è un aspirante giornalista a New York, anche lui tornato a casa per seguire il migliore amico alla ricerca di una moglie con un matrimonio combinato.
Le loro storie sono dei romanzi nel romanzo, così come il loro incontro dà avvio a una vicenda ancora nuova. Desai – che abbiamo incontrato – intreccia tre generazioni attraverso India e paesi occidentali, raccontandone le fratture culturali e sociali.
Al centro di tutto emerge con forza l’indagine della “solitudine” del titolo, un sentimento sottile che si sviluppa in diverse forme in base al contesto individuale e geografico. La scrittura di Desai è poetica, spesso ironica e pungente, sempre lieve, e l’autrice riesce a rendere omogeneo un insieme di suggestioni estremamente variegato, veicolando attraverso la narrazione idee e istanze politiche.

Partiamo dal titolo: ha scelto di rendere esplicita fin dalle premesse una caratteristica costitutiva del romanzo, che tocca i personaggi nei loro rapporti individuali, ma anche in quelli sociali e professionali: la solitudine. Perché questo campo d’indagine?
“Fin dall’inizio volevo scrivere della solitudine nel mondo moderno e globalizzato e di come questa contemporaneità finisca con l’influenzarci anche su questioni elementari della vita, come l’amore. Devo dire che alla fine mi ha sorpreso essere riuscita a sviluppare il tema della solitudine all’interno del romanzo in così tante forme diverse. Per questo ho pensato di utilizzare la metafora dell’acqua, che mi è sembrata adatta per parlare della solitudine come di qualcosa che entra in ogni aspetto della vita. Il libro inizia con il racconto della solitudine di una studentessa straniera negli Stati Uniti, ma parla poi di questa stessa solitudine anche in altri termini, sociali e politici, per esempio per quanto riguarda il divario tra generazioni, Paesi, o etnie. E poi c’è la solitudine che riguarda il mondo naturale, che sta scomparendo, quella che deriva dalla consapevolezza che le istanze femministe sono naufragate… Alla fine è stato sorprendente rendermi conto di quanto lontano io sia riuscita a spingere questa idea… e questo forse spiega anche la lunghezza del libro”.
Il romanzo è pieno di personaggi e situazioni secondarie trattati con attenzione. Alexandra Jacobs sul New York Times ha descritto il suo romanzo come “meticoloso”: ci si ritrova?
“Puntavo a scrivere una storia che esplodesse in una miriade di molecole e che avesse di fatto come centro l’idea di non avere un centro, un aspetto che chiaramente si collega al concetto stesso di solitudine, che volevo esplorare in diverse forme. Ho cercato l’espressione di questa solitudine in diversi personaggi, inclusi quelli che si incontrano anche solo per un breve attimo durante un viaggio e di cui si ricordano però le storie”.
La solitudine di Sonia e Sunny è per certi versi anche un romanzo d’amore. Sembra che non sia possibile parlare d’amore senza parlare di genere, di classe sociale e di comunità. È d’accordo?
“Le storie d’amore tradizionali prevedono il trionfo del sentimento su tutti gli ostacoli menzionati: l’amore deve sempre trionfare sugli orrori del mondo, sulle divisioni etniche, di nazione o di classe sociale. Mentre io intendevo scrivere di come queste divisioni e fratture influenzino profondamente la vita sentimentale delle persone e di come, a volte, l’amore non riesca a sopravvivere. Per questo La solitudine di Sonya e Sunny non rientra nel genere del romance, ma è un romanzo che pone la domanda di quanto una storia d’amore possa essere espressa in maniera letteraria o in maniera non letteraria”.
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Tra gli aspetti cruciali del romanzo, la vicenda diasporica dei due protagonisti e il dialogo tra culture che in alcuni casi diventa scontro. Quale le sembra la difficoltà maggiore sperimentata da Sonia e Sunny nell’incontro tra cultura indiana e cultura statunitense?
“Sonia e Sunny sono indiani, ma provenienti da una classe fortemente occidentalizzata, educati fin da giovani per lasciare un giorno il loro Paese. Questa caratterizzazione mi ha permesso di raccontare le differenze tra culture in una maniera più sottile rispetto a quanto avevo fatto nel mio libro precedente (Eredi della sconfitta, Adelphi 2007 ndr), che segue l’emigrazione negli Stati Uniti e in Europa di una classe sociale molto più povera”.
E in questo caso?
“La condizione di Sonia e di Sunny mi ha dato invece l’opportunità di parlare di come la solitudine non esista solo in una parte di mondo, ma semplicemente assuma forme differenti. In alcune culture è più importante l’appartenenza, mentre in altre l’individualità, e in entrambi i casi queste due diverse tensioni possono condurre a un sentimento di solitudine. Inoltre, Sonia sogna di diventare una scrittrice, e in questo modo ho potuto raccontare anche la solitudine del processo letterario”.

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Il ruolo della famiglia è cruciale nel percorso di crescita dei suoi protagonisti e la famiglia sembra onnipresente, anche quando è fisicamente lontana. Come mai è così importante?
“In India è impossibile scrivere una storia che parli anche d’amore senza che entrino a farne parte le voci dei familiari. Le famiglie indiane sono onnipresenti, anche quando sono assenti, anche se ci sono fratture, anche se non si parla con i propri parenti. Spesso, quando leggo autori occidentali, mi stupisco che nelle storie che parlano di relazioni amorose non siano incluse anche le famiglie. Per esempio, quando ho letto I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante ho trovato strano che in una vicenda di divorzio non comparisse anche la famiglia. Mi dicevo: dov’è la madre? Dov’è il padre? Dov’è la zia? In India non sarebbe possibile lasciare fuori dalla narrazione le loro voci.
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Nel romanzo trova anche lo spunto per parlare diffusamente di politica, di colonialismo, di razzismo. Tutti questi discorsi si sviluppano in modo diverso tra la generazione di Sonia e Sunny e quella dei loro genitori.
“Ho cercato di delineare il viaggio tra India e mondo occidentale di diverse generazioni, iniziando dai nonni per passare ai genitori e arrivare alla mia generazione. Mi serviva quell’arco di tempo per poter parlare della generazione dei miei nonni, nati nell’Impero Anglo-Indiano, e di quella dei miei genitori: mia madre quando l’India è diventata indipendente aveva dieci anni. La sua è stata forse la prima generazione ad abbandonare le idee di appartenenza che erano radicate in quelle precedenti, a credere in una nazione laica e ad allontanarsi da aspetti come casta o religione. Si tratta di un cambiamento psicologico molto profondo che, con lo spostamento verso altri Paesi, si associa anche in questo caso a un certo tipo di solitudine, che deriva dalla perdita del senso di appartenenza e dalla lontananza da casa”.
Ci faccia un esempio di questo cambiamento.
“I miei nonni hanno abbandonato del tutto la religione, diventando atei, cambiando abitudini: si tratta di un movimento che riguarda un sacco di aspetti fondamentali della vita. E poi anche le relazioni sono concepite diversamente: si parte da una generazione in cui i matrimoni vengono combinati, per arrivare a Sonia e Sunny, una coppia che va in vacanza in Italia senza essere sposata”.
Ci sono delle differenze tra la famiglia di Sonia e quella di Sunny?
“Entrambi provengono da famiglie molto occidentalizzate e per questo si somigliano. In un altro mondo, si sarebbero potuti incontrare in modo spontaneo e il loro amore sarebbe stato un amore qualunque, semplice e normale. C’è un momento nella narrazione in cui, mentre sono fianco a fianco nella veranda dei nonni di Sonia, se ne rendono conto e capiscono che la loro relazione ha radici molto profonde. Ma siccome il mondo, alla fine, è quello che è, hanno avuto bisogno di tempo e di affrontare diverse difficoltà per capirlo”.
Lei parla e scrive spesso di verande…
“Sì, che tragedia vivere in una città come New York, dove non ce ne sono! [ride, ndr] Credo sia un ambiente che mi piace così tanto perché per scrivere bisogna isolarsi, essere soli, ma se si lavora in una veranda si avverte comunque lo scorrere della vita intorno a sé. Per esempio, in India come in Messico, ci sono spesso cani randagi che vengono a sedersi con te e ti fanno compagnia. Ti accorgi dei piccoli drammi quotidiani che accadono intorno, della pioggia… ed è bellissimo lavorare mentre piove. Anche i ricordi che ho dei miei nonni sono legati alla loro veranda: mi ricordo che la mattina, come prima cosa, uscivano in veranda e poi ci restavano più o meno per tutta la giornata. Stavano seduti fuori, accoglievano i vicini… poi magari a un certo punto entravano in casa a riposarsi, ma per poi uscire di nuovo. Mi sembra che la mia vita creativa sia iniziata lì. E sono tornata più e più volte su quella veranda”.
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Al centro della vicenda personale di Sonia spicca un amuleto, da dove nasce l’idea?
“Questo libro ha un cuore in parte italiano, perché il dipinto presente all’inizio del libro e da cui ho preso ispirazione per un amuleto che Sonia eredita dalla famiglia e che ho chiamato Badal Baba, è di un pittore italiano, Francesco Clemente. Clemente ha viaggiato e lavorato in India a partire dagli anni ’70 e mi ha chiesto di scrivere l’introduzione per una sua mostra dopo aver letto il mio primo libro [Hullabaloo in the Guava Orchard, di prossima pubblicazione per Adelphi, ndr], una sorta di versione indiana del Barone rampante di Calvino, in cui un giovane uomo sale a vivere su un albero. Gli acquarelli di Clemente hanno profondi richiami alla cultura indiana e, in quel caso, la mostra prevedeva l’esposizione di 108 quadri, lo stesso numero delle perline presenti nei mala di preghiera usati nella religione buddista e in quella induista. Inoltre, Clemente è arrivato in India per studiare teosofia, una dottrina che negli anni della mia infanzia era molto pervasiva. Mi ha colpito come il suo lavoro sia profondamente legato alle idee di cambiamento, trasformazione, movimento che hanno radice nella cultura buddista e induista, e con l’amuleto di Sonia volevo incarnare l’insieme di queste suggestioni”.
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Nonostante le difficoltà che attraversano, i suoi personaggi non appaiono mai sconfitti dalla vita, soprattutto quelli femminili. Ha lavorato consapevolmente su questo aspetto?
“Mi premeva raccontare la vita di una giovane donna indiana e moderna nel mondo. Perché, come ho detto prima, credo che questa sia la prima generazione ad avere questo tipo di vita, e che viaggia, lavora all’estero e vive da sola. Ed è anche, nello specifico, la prima generazione di donne di una classe sociale più agiata a lavorare e intraprendere una professione, perché le donne povere hanno sempre lavorato. In un certo senso sono stati i genitori di queste donne, aspettandosi che studiassero, lavorassero e costruissero la propria carriera, a farle diventare femministe. Eppure sono proprio queste donne a trovarsi più spesso a dover affrontare la questione di come conciliare questo stile di vita contemporaneo con le aspettative della cultura tradizionale: un aspetto che si manifesta non solo nelle relazioni, ma anche nella famiglia. È una categoria di donne più vulnerabile”.
Perché?
“Si trova a vivere da sola per la prima volta in una società spesso inadeguata, con un tasso di violenza sessuale che, in India, è estremamente elevato e che si è sempre configurato come una forma di repressione politica e di casta. Credo che molti genitori vogliano supportare le figlie in un percorso di indipendenza sociale ed economica, ma che, al contempo, abbiano paura per la loro sicurezza”.
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Fotografia header: Kiran Desai nella foto di M. Sharkey