Nel corso del tempo sono stati scritti un certo numero di gialli dedicati ai libri e ai personaggi di James Joyce: il delizioso “Un delitto per James Joyce” di Amanda Cross (pseudonimo di Carolyn Gold Heilbrun, 1926 – 2003), risale al 1967, e spicca tra questi. Non è, infatti, solo un dotto calembour. Per lettori joyciani che ne conoscano più o meno bene l’opera è davvero una festa. Per gli altri, un ottimo stimolo. L’autrice, anglista di vaglia e femminista, non sembra curarsi troppo dei meccanismi del genere, e persino della soluzione in sé, che salta fuori un poco per caso. Quello che conta è che sia, o almeno implichi, un risvolto davvero paradossale (e altamente umoristico)
I quindici capitoli ripetono, anche se non nell’ordine originario, i titoli dei racconti di Gente di Dublino (che sono altrettanti), e già questo è un bel esercizio di combinatoria.
C’è, è vero, nella traduzione italiana, “Il morto” invece di “I morti” come è abituale per The Dead, l’ultimo, straordinario racconto del libro joyciano, ma questa è un’antica diatriba filologica: e poi qui, e cioè nel delizioso romanzo di Amanda Cross dall’inequivocabile titolo Un delitto per James Joyce (riproposto da Sellerio nella traduzione di Giulia Niccolai), di morto ce n’è uno, attuale, non simbolico.
Si tratta dell’antipaticissima, petulante e malvagia Mary Bradford, consorte di un contadino peraltro laureato che alleva le vacche con tecnologie per l’epoca mirabolanti, e accumula un numero spropositato di balle di fieno sopra la stalla: il romanzo risale al 1967, e per l’esattezza l’azione culmina col sessantaduesimo anniversario di Bloomsday, dunque nel 1966.
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La signora Bradford viene centrata dal colpo di un fucile telescopico che avrebbe dovuto essere scarico, perché usato da due dei componenti di un bizzarro gruppo di newyorchesi in vacanza (si fa per dire) nella campagna del Massachusetts, ospiti nella villa che l’editore americano di James Joyce si fece costruire in un borgo rurale dal nome inequivocabilmente simbolico: Araby, che per l’appunto è ancora un titolo di Gente di Dublino – un racconto fra l’altro tristissimo.
Il rapporto con quel gran libro, in ogni caso, è puramente formale, nei limiti si direbbe del gioco, ma di un gioco altamente codificato.
Amanda Cross (pseudonimo di Carolyn Gold Heilbrun, 1926 – 2003), la prima donna a diventare full professor presso la Columbia University, anglista di vaglia e femminista, non ne ha fatto solo un dotto calembour.
Il libro (che non è un caso unico, nel tempo sono stati scritti un certo numero di gialli dedicati a Joyce) fa parte della lunga serie dedicata al personaggio di Kate Fansler, una sorta di alter ego dell’autrice, simpatica anglista, colta e a volte un po’ svagata, che in questa avventura è la padrona di casa, avendo avuto dall’ultima erede dell’editore Samuel Lingerwell (la figlia, diventata peraltro monaca) l’incarico di studiare i suoi carteggi con James Joyce, senza traslocarli altrove.
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Si tratta ovviamente di un’invenzione romanzesca, anche se la figura di Lingerwell sembra alludere a quella, reale, di B.W.Huebsch, che pubblicò i Dubliners per il mercato americano oltre ad altri libri giovanili (ma non l’Ulisse) e con Joyce ebbe una fitta corrispondenza. Quando La Cross scrive, Huebsh è morto da tre anni, e il suo archivio è conteso tra biblioteche e università. Il che le consente, o le impone, una certa libertà.
Quella di Kate potrebbe essere una serena e studiosa vacanza, tra silenzio, dolci paesaggi e voci della natura, ma intorno lei c’è una vera e rumorosa tribù: il nipote, una ragazzino un po’ difficile, uno studente assunto per badare a lui, un altro ingaggiato per lavorare sui carteggi, un procuratore distrettuale innamorato che è venuto a trovarla (e la vuole sposare, ma lei non se la sente di rinchiudersi in un matrimonio), una docente più anziana appena andata in pensione, una giovane promettente dottoranda dal nome ancora una volta joyciano. Detto questo, in tanta allegra confusione trionfa la conversazione brillante e intellettuale, si parla molto dello scrittore irlandese, tra un florilegio di battute eleganti e salaci; non solo, spuntano un po’ dovunque i suoi stessi personaggi, in carne ed ossa (romanzesche) o citati per analogia.
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Riconoscerli a volte è facile, a volte meno, a volte resta il dubbio. C’è ad esempio un vicino di casa, scadente e suadente teorico della letteratura: il professor Mulligan (si chiama come il primo personaggio che appare nell’Ulisse, lo studente di medicina), forse un po’ donnaiolo – secondo l’assassinata linguaccia anzi cultore di segrete orge – e comunque detentore di alcuni curiosi segreti; o un direttore di campeggio a nome Emidano Artifoni, come il maestro di musica di Stephen Dedalus nel Ritratto di artista da giovane – e nella vita direttore della Berlitz School di Trieste. Ma sarà un caso che l’avvocato John Cunningham ingaggiato per evitare conseguenze spiacevoli condivida il cognome di Martin Cunningham, personaggio a diverso titolo soccorrevole sia in Gente di Dublino sia nell’Ulisse?
Per lettori joyciani che ne conoscano più o meno bene l’opera è davvero una festa. Per gli altri, un ottimo stimolo. E il gioco potrebbe spingersi ancora oltre, senza dimenticare, almeno, il misterioso uomo del Macintosh che compare spesso nell’Ulisse e nessuno sa chi sia anche perché non dice mai una parola – secondo Nabokov si tratta dello scrittore stesso intento a sorvegliare i suoi personaggi: in questo caso è il soprannome che viene affibbiato a un taciturno poliziotto.

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Anche Kate sente peraltro che dovrebbe sorvegliare gli ospiti, ma proprio non ce la fa, e anzi, quando dal fucile maneggiato dal nipote parte la pallottola fatale che qualcuno ha furtivamente caricato, si chiede se davvero non avrebbe dovuto impedire quello strano gioco di mirare ogni mattina alla testa della insopportabile vicina. Ma “guardiamo in faccia la realtà, il linguaggio freudiano di oggi ci ha così terrorizzate di apparire delle donne castranti, che non abbiamo nemmeno il coraggio di togliere un fucile a un ragazzino. E non sghignazzare, Emmet Crawford”, dice per esempio rivolta allo studente ingaggiato per lo studio della corrispondenza, con un autoritratto di poche righe che riassume bene lo stile brillante ed elegantissimo dell’autrice.
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Amanda Cross, attraverso Kate, non manca inoltre di citare altre gialliste amate – e altrettanto spiritose -, come l’amica Dorothy L. Sayers (anche lei studiosa, e traduttrice di Dante, da noi pubblicata prima nei Gialli Mondadori poi da Giunti e Polillo) e il suo detective nobiliare Lord Peter Wimsey, o la forse meno nota Edith Ngaio Marsh, popolarissima nel mondo anglosassone (anche lei reperibile in italiano nei Gialli Mondadori). Né mancano gli scrittori immaginari, come un certo Frank Held, che sembrerà una buona pista per risolvere il giallo, salvo smentita.
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Sarà invece il procuratore innamorato di Kate a trovare insieme a lei il giusto percorso deduttivo, che ha ovviamente a che fare con le carte di Joyce, in particolare con qualcosa che ha lasciato una labile traccia nella genesi di Gente di Dublino. Ma non è la trama, non particolarmente serrata, l’aspetto decisivo, quanto la vita della congrega joyciana, e anche, perché no, le sapide spiegazioni di alcuni nodi cruciali nell’opera dello scrittore.
L’interesse del libro, che non a caso sembra aver avuto ormai molte vite (in Italia è stato proposto nel tempo da vari editori, l’ultimo era stato Einaudi anni fa) sta semmai nel fatto che, un po’ come la sua Kate, Amanda Cross non sembra curarsi troppo dei meccanismi del giallo, e persino della soluzione in sé, che salta fuori un poco per caso. Quello che conta è che sia, o almeno implichi, un risvolto davvero paradossale. Lo trova, naturalmente, paradossale e altamente umoristico. Occhio alle balle di fieno.
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