Nella Sicilia di fine ‘800, una donna nata dal niente impara a salvarsi salvando gli altri. Ispirandosi alla vera storia della sua bisnonna, Santina Cosetta debutta nel romanzo con “Soltanto il giorno”, primo libro della nuova collana Milleluci di Giunti. L’autrice ne parla in questa riflessione, che parte dalla sua passione per la scrittura – “Ho sempre avuto la sensazione di abitare due posti contemporaneamente: quello reale e quello che mi portavo dentro” – fino ad arrivare alle ricerche che l’hanno aiutata a ricostruire le sue origini: “Quel cognome che per anni avevo inseguito come un mistero familiare apparteneva a una bambina trovata, battezzata da una mammana sull’eco di un personaggio letterario…”
Mi chiamo Santina Cosetta e Soltanto il giorno è nato da quella che, all’inizio, per me era una piccola cosa privata. Un modo per rimettere insieme dei pezzi, chiudere cerchi, inseguire domande che continuavano a tornare.
La sensazione di abitare due posti
Scrivo da sempre. Da bambina riempivo quaderni, disegnavo, inventavo mondi. Ho sempre avuto la sensazione di abitare due posti contemporaneamente: quello reale e quello che mi portavo dentro.

Un cognome rubato a un romanzo francese
Ancora oggi scrivo così. Prima nella testa, poi sui taccuini, poi sul computer. Fin da ragazza avevo iniziato a farmi domande concrete sulle origini della mia famiglia. In casa si raccontava che il cognome Cosetta arrivasse dalla Cosette de I Miserabili. Mio nonno, con ironia, aveva detto a mio padre che avevamo rubato un cognome da un romanzo francese.
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Di mia bisnonna Marianna sapevo pochissimo. Era una figura quasi leggendaria: la cosaruciara del paese, una donna che preparava dolci e biscotti nelle case degli altri e prestava il proprio forno a chi non ne aveva. Mio padre me la raccontava come una specie di fata dei fornelli. Diceva che alla casa delle Piane bastava seguire un odore di cannella o aprire uno sportello per trovarci qualcosa di buono.
Una traiettoria diversa può cambiare un destino
Sapevamo che mio nonno Eugenio era nato fuori dal matrimonio. Sapevamo che, da adulto, si era riconciliato con suo padre e che i figli maggiori avevano persino conosciuto quel nonno di cui in famiglia si continuava a pronunciare il nome.
Così iniziai a seguire quella traccia. Mi chiedevo cosa avesse significato per lui crescere accanto a un’origine negata, fare pace troppo tardi, rinunciare a qualcosa che forse avrebbe cambiato il corso di una vita. Era quella la storia che mi interessava. Guardavo il palazzo in cui mio nonno avrebbe potuto crescere e mi domandavo quanto una traiettoria diversa possa cambiare un destino.
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Una scoperta che tutti ignoravano
Poi è successa una cosa imprevista.
Un’impiegata dell’anagrafe di Avola ha trovato e mi ha inviato una serie di documenti. E davanti ai miei occhi è iniziata a ricomporsi un’altra traiettoria: nascite, passaggi, spostamenti, vite che cambiavano direzione.
Da allora ho scoperto qualcosa che in famiglia quasi nessuno sapeva. Marianna non era nata Tiralongo, come avevamo sempre creduto. Era stata abbandonata alla nascita, affidata a una balia, e quel cognome che per anni avevo inseguito come un mistero familiare apparteneva a una bambina trovata, battezzata da una mammana sull’eco di un personaggio letterario. E non era tutto.
Rincorrendo una storia
C’erano altri silenzi, altri vuoti, altre storie rimaste nascoste troppo a lungo e che nel libro ho tentato di raccontare e ricostruire.
Così, per otto anni, ho cercato Marianna negli archivi, nei registri, nelle fotografie, nelle voci raccolte e salvate da chi aveva attraversato la Sicilia ascoltandola prima che cambiasse per sempre. Ma soprattutto l’ho cercata nelle persone.
Fortunatamente mio padre e le mie zie custodivano una memoria orale ostinata, fatta di frammenti, dettagli minuscoli, ricordi lasciati a metà, alcuni che si contraddicevano a vicenda e interpretati a ognuno a suo modo.
Eppure mi si sono accorta di una cosa strana: in famiglia si parlava più dell’uomo che non era rimasto che della donna che aveva tenuto in piedi tutto. Di quel ramo perduto, di quel cognome, di una storia che sembrava avere il peso dei privilegi mancati e delle possibilità sfiorate. Marianna, invece, era rimasta sullo sfondo. Era stata dimenticata lentamente. E più andavo avanti nelle ricerche, più mi accorgevo che la sua vita sembrava essersi consumata ai margini. Fino all’ultimo.
Combattere l’oblio
Infatti Marianna è morta da sola, in un ospizio, per sua scelta. Senza un funerale, senza qualcuno che continuasse a pronunciare il suo nome.
Credo che il romanzo sia nato davvero lì. Nel momento in cui ho capito che una donna capace di attraversare tutto questo rischiava di sparire nell’oblio. Perché dietro la figura quasi magica che mi ero costruita da bambina c’era una donna che aveva attraversato povertà, abbandono, gerarchie feroci e che aveva imparato a prendersi cura degli altri molto prima di imparare a prendersi cura di sé.
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E il filo nascosto del romanzo è anche questo: la cura. Perché in Soltanto il giorno il cibo non serve solamente a nutrire. Cura, consola, salva. Diventa un vero e proprio linguaggio. Una forma d’amore.
E forse anche una forma di giustizia.
Una donna profondamente contemporanea
Ma la forza più grande di Marianna non sta lì. Sta nell’avere fatto una cosa quasi impensabile per il suo tempo: scegliere. Scegliere di tenere un figlio. Dargli il proprio cognome. Rinunciare a ciò che avrebbe potuto renderle la vita più semplice. Difendere la dignità anche quando costava tutto. Senza proclami, senza parole grandi.
Per questo Marianna, per me, è una donna profondamente contemporanea. Libera, indipendente, ostinata. Una donna che nasce con un posto assegnato dagli altri e passa la vita a cercare di riscriverlo.
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L’AUTRICE – Soltanto il giorno, che inaugura la nuova collana Milleluci di Giunti (in cui si punta a coniugare “rigore letterario e piacere per la lettura”) è il primo romanzo di Santina Cosetta. Nata a Messina nel 1979, l’autrice vive a La Spezia, dove insegna Lettere. Il suo percorso attraversa mondi variegati: la ricerca archeologica sul campo, il restauro di materiali cartacei antichi, la progettazione grafica, la pittura.
La trama del libro porta ad Avola, nel 1885. Marianna viene al mondo senza che nessuno l’abbia cercata né voluta. Tutti la chiamano Cosuzza, “il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso”, e viene affidata a Lisetta, la stria del paese, che le insegna i segreti delle erbe, della cucina, della cura. Insieme alla verità più preziosa: il cibo non serve solo a nutrire.
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L’infanzia dura un istante. Quando Lisetta parte per l’America, Marianna viene mandata a servizio all’Irminio, una grande masseria nelle campagne ragusane. Dietro quella porta si apre un mondo duro, governato da gerarchie antiche e regole che non si discutono, ma nell’enorme cucina rumorosa smette per la prima volta di sentirsi sola.
All’arrivo dei villeggianti, i ricchi nipoti della baronessa, tutto cambia di nuovo: un’amicizia profonda come una radice, la scoperta di un corpo che vuole e che può, un amore capace di rompere ogni confine. E, mentre il destino prende pieghe sempre più imprevedibili, Marianna impara la cosa più difficile, volere qualcosa per sé. Anche quando farlo costa tutto.
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