Nel 90esimo anniversario della Guerra Civile Spagnola, torna in una nuova edizione “Le voci del fiume”, memorabile (e polifonico) libro di Jaume Cabré, in cui l’autore dimostra di credere nel “romanzo totale”. Ma non solo: assumendo che la Storia sia in effetti una selezione soggettiva di eventi, per Cabré si può tranquillamente dedurre che storiografia e letteratura, quando si occupa di eventi storici, possono concorrere ad armi pari sul piano della produzione e della trasmissione della memoria, e della riflessione collettiva che produce identità e significato…

Nel 90esimo anniversario della Guerra Civile Spagnola, La Nuova Frontiera pubblica una nuova edizione del memorabile romanzo di Jaume Cabré, Le voci del fiume (traduzione di Stefania Ciminelli, prima edizione 2007)

Un’operazione quanto mai opportuna, non solo per la ricorrenza storica, ma anche per tornare a parlare della forma romanzo, e del suo rapporto con la storiografia.

Molti di voi conosceranno già la trama, che qui riassumiamo rapidamente.

Un romanzo memorabile nel 90esimo anniversario della Guerra Civile Spagnola 

Le voci del fiume Jaume Cabré

Nel dicembre del 2001, la maestra Tina Bros e il marito e collega Jordi si trasferiscono da Barcellona a Torena, uno sperduto paese sui Pirenei spagnoli, in provincia di Lleida. Nella vecchia scuola in demolizione, Tina rinviene una scatola di metallo contenente quattro quaderni manoscritti e firmati da Oriol Fontelles, maestro anche lui a Torena.

Nel 1944, poco prima di morire, Fontelles aveva scelto di scrivere la sua verità, e di indirizzarla alla figlia che sapeva di aver avuto da Rosa, prima che lei decidesse di portargliela via.

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“Morto da falangista”

Nel cimitero del Paese campeggia una lapide in sua memoria: “Morto per Dio e per la patria”.

Morto da falangista. Morto, padre senza più una figlia, per la vergogna di Rosa, che non voleva accanto a sé un franchista traditore.

Morto, come sostiene Elisenda Vilabrù, nobildonna, proprietaria terriera, autorità indiscussa di Torena e testimone oculare della morte di Fontelles insieme all’allora sindaco Valentì Targa, nel tentativo di proteggere il tabernacolo della chiesa dalla profanazione dei maquis.

Parallelamente, Donna Elisenda Vilabrù sta sostenendo il processo di beatificazione di Oriol presso la Santa Sede. Donna Elisenda vuole quello che vuole, e di solito lo ottiene.

Figlia e sorella di due uomini uccisi dagli anarchici nel luglio del 1936, ha giurato vendetta. Valentì Targa, pregiudicato, violento, fascista e sindaco imposto dalla dittatura, è stato il suo braccio operativo per molti anni, ma Donna Elisenda non aveva previsto di innamorarsi proprio di un uomo che incarnava quegli ideali che lei aveva sempre avuto in spregio. Non aveva previsto di innamorarsi di Oriol Fontelles.

Tina Bros, d’altra parte, ha anche lei i suoi tormenti. Un marito che probabilmente la tradisce, e un figlio che ha deciso di ritirarsi dal mondo, e dall’agone politico, prendendo i voti nel Monastero di Montserrat. La sua ricerca della verità sul maestro Fontelles diventa quindi molto più di una semplice curiosità storica.

Vuole capire dove arriva la Storia, e dove si intreccia con i sentimenti, e se c’è una relazione che sradica le meschinità e solleva l’essere umano sul finire dell’esistenza.

Questa la trama senza troppi svelamenti. Difficile aggiungere qualcosa di nuovo ai tanti e autorevoli giudizi che sono stati scritti su quest’opera monumentale. Ricordiamo, tra gli altri, Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Fabio Stassi.

Se dovessimo però puntare l’attenzione sul valore letterario dell’opera, potremmo dire due cose.

Jaume Cabré crede nel “romanzo totale”

Jaume Cabré crede nel “romanzo totale”. Come ha già dimostrato nel suo romanzo forse più conosciuto, Io confesso, ama portare in scena la finzione pura, anche quando muove da fatti storici reali.

Questo suo modo di assorbire la storia in una rete finzionale molto complessa, utilizzando una polifonia simultanea, ovvero il continuo slittamento della voce narrante dalla prima alla terza persona, il salto temporale, in questo caso dal decennio 1936 – 1944 al 2001, configura un artefatto in cui il lettore non riesce a separare i piani emotivi, cosicché sembra davvero di essere a Torena, durante e dopo la Guerra civile spagnola e non solo in un passato a noi molto più vicino e familiare, l’inizio degli anni 2000.

A differenza di quanto ci ha abituati a leggere un altro maestro della narrativa spagnola contemporanea, Javier Cercas, Cabré non diventa mail il narratore onnisciente, non si fa testimone, né detective dell’indagine storica. Le fonti, per quanto certamente presenti e ben documentate, non sono mai esposte, la transizione tra passato e presente non è sempre logica, l’incedere è meno giornalistico.

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Insomma, la verità storica, in altre parole, sembra suggerirci Cabré, è meno attingibile, governata da una quantità di variabili, e dramatis personae, più simili alla vita e meno al romanzo.

La teoria della metafinzione storiografica

Toccherebbe forse scomodare la teoria della metafinzione storiografica, coniata da Linda Hutcheon nel 1988 e figlia di tutti i passaggi analitici che discendono dal padre della critica letteraria in questo ambito, György Lukács (si veda il testo fondamentale Il romanzo storico, 1937).

Assumendo che la Storia sia in effetti una selezione soggettiva di eventi, si può tranquillamente dedurre che storiografia e letteratura, quando si occupa di eventi storici, possono concorrere ad armi pari sul piano della produzione e della trasmissione della memoria, e della riflessione collettiva che produce identità e significato.

È esattamente ciò che fanno i personaggi di Cabré nelle Voci del fiume, ognuno con il suo pezzetto di verità storica, vissuto in prima persona o tramandato da ricordi cari, ognuno con i propri sentimenti da gestire, le proprie delusioni e gli entusiasmi, la fallacia delle memorie, le strategie psichiche di sopravvivenza.

Cabré ha scritto un romanzo polifonico su come si costruisce la memoria storica, e molto dobbiamo oggi a questa chiave di lettura che, pur individuando il male assoluto nella Storia, ammette però molte sfumature nelle vicende individuali.

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