La storia di un bambino solo e abbandonato in un’America profonda e devastata, che guarda con occhi infantili il mondo dei dimenticati e degli sconfitti, e cerca di sopravvivere e diventare grande senza perdere l’amore. La storia di una crescita che non porta con sé una facile redenzione, in cui non c’è nessun sogno americano: “Ingram”, il primo sorprendente romanzo del comico Louis C.K., è un romanzo di formazione tenero senza essere melenso, e profondamente triste senza essere disperato…

“La voce di questo ragazzino ha semplicemente cominciato a parlare nella mia testa, raccontandomi una storia che a un certo punto è diventata mia. Non ho potuto far altro che metterla per iscritto”. Con questa semplicità Louis C.K. descrive il suo primo romanzo, Ingram, edito in Italia da Corbaccio e tradotto da Alessandro Mola.

Una storia scritta da un famoso comico che, però, ha molto poco di umoristico e dentro cui c’è tanta sofferenza, senza per questo cadere mai nella retorica. Louis C.K. ha trovato una corda molto sottile ed è riuscito a farla suonare per tutto il racconto: quella di una malinconica e appassionata tenerezza con cui riuscire a parlare del fallimento, dell’abbandono, del dolore subito e inferto da chi abita ai margini della vita e del mondo.

“Non posso dirti come sopravvivere o anche solo come vivere, Ingram”

Ingram ha nove anni e vive da qualche parte in una fattoria del Texas quando è costretto ad andare via di casa, perché a breve verrà pignorata da una banca. Ingram non sa perché, non sa dove andare, anzi, non conosce praticamente nulla al di fuori del piccolo mondo desolato e spento nel quale sta trascorrendo un infanzia solitaria, osservando il disfacimento fisico e interiore della madre e subendo la brutalità del padre. “Non posso dirti come sopravvivere o anche solo come vivere, Ingram. Tutto quello che posso dirti è di andare avanti finché puoi, in qualsiasi modo possibile”, sono le ultime parole che sente dalla mamma, prima di inoltrarsi in un territorio che gli è completamente alieno. 

copertina di Ingram di Louis C.K.

Così comincia questo romanzo di formazione tutto raccontato con la voce meravigliata e innocente di un bambino costretto a vagare nell’America più profonda e devastata, una sorta di sterminato non-luogo punteggiato di zone di sofferenza, miseria, sfruttamento e morte. La strada di Ingram non conduce da nessuna parte, ma lui la percorre con infantile e struggente ostinazione, costretto a imparare sulla sua pelle ogni spiacevole novità del mondo dei reietti in cui è precipitato. 

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Paragonato a Mark Twain

Louis C.K. è stato paragonato a Mark Twain e lui stesso ha parlato di Huckelberry come uno dei suoi riferimenti. Di certo Ingram è una favola nera sospesa in un tempo che potrebbe essere tanto il passato della Grande Depressione quanto il nostro presente più cupo. Ingram conoscerà i lavori più duri e disumanizzanti, la fame, le tensioni razziali e la morte, fermandosi in campi di mais, pozzi petroliferi e quartieri ghetto e incontrando una miriade di personaggi sconfitti e dimenticati: ognuno di loro gli lascerà qualcosa e gli fornirà un nuovo insegnamento prima di abbandonarlo al proprio destino, e ogni volta la durezza della realtà viene filtrata dal suo sguardo infantile e da uno strano impasto di fatalismo e tenacia che renderà possibile a questo bambino-adulto sopravvivere nell’inferno dell’emarginazione.

Louis C.K

Louis C.K (nella foto di Erik Tanner) è nato a Washington D.C. nel1967 ed è cresciuto in Messico e Massachusetts. È un comico, scrittore e regista

Non c’è nessun sogno americano

Non c’è nessun sogno americano in Ingram, nessuna concessione al mito del riscatto e del paese delle opportunità. Anzi, tutti coloro che incrociano il cammino di Ingram sembrano essere consapevoli di essere senza speranza: sono figure spettrali, dedite soltanto a una pratica di sopravvivenza. Tantomeno, quindi, ci può essere fiducia in qualsiasi orizzonte di salvezza ultraterrena (“La domenica una donna di nome Gloria, la moglie di quello che ci pagava, arrivava in macchina con un uomo chiamato Preacher. Ci radunavamo in una tenda, ci sedevamo su delle sedie e lui ci parlava di Gesù. (…) Il capo diceva che dovevamo ascoltare, così me ne stavo seduto con la testa rivolta verso di lui e gli occhi aperti, ma non sentivo una parola che potessi ripetere, a parte ‘e Gesù’ e mi chiedevo perché tutti parlassero sempre di Gesù come se fosse lì, quando lì non c’era.”). C’è invece una grande e forte vicinanza e pietà per tutti coloro che hanno perso o che si sono persi, persino per i più abietti: ognuno di loro ha ancora qualcosa, da qualche parte dentro di sé, o almeno lo ha avuto. Qualcosa che, in qualche forma, abita anche in Ingram e non lo abbandona mai, anche nel suo progressivo crescere e farsi uomo.

La storia di una crescita che non porta con sé una facile redenzione

Questo romanzo è la storia di una crescita che non porta con sé una facile redenzione. Ingram non conoscerà la vittoria: semplicemente a un certo punto sarà diventato grande. Ma diventare adulto non significherà la fine del suo viaggio, anzi. Dovrà tornare indietro, riannodare i fili del suo abbandono, e riuscire così a scoprire un segreto che nemmeno lui sapeva di avere, qualcosa di sepolto nel suo profondo e che lo costringerà a ripartire ma questa volta non più alla cieca e verso un mondo che non conosce, bensì con una meta precisa, che ha a che fare con l’amore che — nonostante tutto — è riuscito a imparare da coloro che ha incontrato.

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Alla sua prima prova da scrittore Louis C.K. è riuscito a scrivere un romanzo di formazione tenero senza essere melenso, profondamente triste senza essere disperato. Louis C.K. ha detto che “quello che spero che il lettore ricavi da Ingram è un modo di guardare la vita senza dare nulla per scontato (…) lui è innocente, la sua mente è una sorta di foglio bianco che si riempie di suggestioni”. Attraverso gli occhi dell’innocenza di Ingram vediamo il rovescio della società contemporanea, e possiamo provare a guardare in altro modo al dolore.

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Fotografia header: Louis C.K (GettyEditorial)

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