Dopo aver perso il suo secondo figlio, James, suicida come il fratello Vincent, la scrittrice statunitense di origine cinese Yiyun Li (già vincitrice del premio Pulitzer e finalista al National Book Award) affida al memoir “Le cose in natura semplicemente crescono” le parole e i pensieri dell’abisso nel quale si sente. Non c’è retorica, non ci sono luoghi comuni o tentativi di consolazione. Ma soltanto la cruda realtà, i “fatti” che, “inalterabili, portano con sé un certo ordine” e il tempo che si ferma… Sono pagine controllate e, a tratti, fredde, che “invece di attenuare il dolore, finiscono per renderlo ancora più lancinante…”

“Mio marito e io avevamo due figli e li abbiamo persi entrambi: Vincent nel 2017, a 16 anni; James nel 2024, a 19. Entrambi hanno scelto il suicidio, ed entrambi sono morti non lontano da casa”.

Il nuovo memoir di Yiyun Li, vincitore del Premio Pulitzer 2026 nella categoria memoir o autobiografia e finalista al National Book Award per la saggistica, non può che partire dai fatti, nella loro irriducibile crudezza.

Li, già autrice di un memoir sul proprio tentato suicidio e di un libro scritto dopo la morte del primo figlio, conosce bene il limite delle parole, la loro insufficienza davanti all’abisso che un vissuto così estremo l’ha portata ad abitare. Sa di dover “affrontare l’estremo” e sa che ogni parola rischierà di risultare sbagliata, irrilevante di fronte alla catastrofe. Le cose in natura semplicemente crescono, appena pubblicato da NN Editore nella traduzione di Laura Noulian, nasce dunque con la consapevolezza del proprio fallimento: bisogna raccontare qualcosa per cui servirebbe forse un nuovo alfabeto, e bisogna farlo con la lingua vecchia e abusata che abbiamo a disposizione. Eppure Li vuole scrivere un “libro per James”, proprio come dopo la morte di Vincent aveva scritto Dove le ragioni finiscono. Non importa se le parole falliranno: il loro fallimento è nulla rispetto all’estremo di aver perso due figli.

Le cose in natura semplicemente crescono di Yiyun Li

Un libro di fatti inalterabili

Questo, dunque, è un libro di fatti. “I fatti sono la parte più dura e più difficile della vita, eppure i fatti, inalterabili, portano con sé un certo ordine e una certa logica. La narrativa, l’ho imparato scrivendola e leggendola, tende a occuparsi dell’inesplicabile e dell’illogico”. Li tenta allora un’impresa impossibile: affrontare l’abisso attraverso la logica, cercare di mettere ordine nel dolore con la precisione dei fatti. È l’unico modo in cui questo libro può essere scritto, perché è il modo in cui James abitava il mondo.

Sta qui la differenza fondamentale tra il libro scritto per Vincent e quello per JamesDove le ragioni finiscono, ricorda Li, era già pronto due mesi dopo la morte del primo figlio: quando Vincent era vivo, madre e figlio parlavano e discutevano continuamente, e sembrava quasi naturale che quel dialogo proseguisse dopo la sua morte. James, invece, era silenzioso, taciturno, imprendibile. Aveva una mente matematica, leggeva Wittgenstein, imparava da solo le lingue e provava per il linguaggio un piacere filosofico, lontano da quello “poetico, musicale e sensuale” di Vincent. Se Vincent era sentimento, James era pensiero; e se un libro per il primo poteva essere scritto attraverso il sentimento, quello per il secondo dovrà passare per la logica e la precisione dei fatti.

È il solo modo che Li trova per avvicinarsi a quel figlio che aveva sempre custodito dentro di sé uno spazio difficilmente accessibile agli altri, con l’eccezione forse del fratello, e per arrivare almeno a un’approssimazione della sua mente.

Interrogarsi sul rapporto tra vita e letteratura

Nel tentativo di trovare una forma capace di avvicinarla a James, Li finisce così per interrogarsi anche sul rapporto tra vita e letteratura. Di fronte a ciò che le è accaduto, molta narrativa le appare “pallida e flebile”. Pensa alle tragedie greche, a Euripide, al monologo di Costanza nel Re Giovanni di Shakespeare, a quelle madri che esprimono il proprio strazio in una tonalità molto più alta della sua; ma nessuna tonalità, nessuna forma letteraria può essere all’altezza del peso di due semplici fatti: “Vincent è morto, e poi è morto James”. “Se ti lamenti perché scrivere è difficile”, dice Li ai suoi studenti di scrittura creativa, “allora devi aver capito molto poco della vita”.

La ricerca dei fatti e di una logica quasi matematica con cui attraversare quello che l’autrice si rifiuta ostinatamente di chiamare lutto, la conduce verso una scrittura che aspira a una forma impossibile di precisione e che ha a che fare, prima ancora che con l’arte, con la necessità. Li sembra persino diffidare dell’idea che l’arte sia necessaria: dall’abisso in cui si trova, ciò che conta è soltanto riuscire a vivere “adesso e adesso e adesso”. Dopo la morte di James, tutto ciò che riesce a fare deve rispondere a questa esigenza. La necessità impone di rivolgere l’attenzione ai dettagli, perché “tutto ha rilevanza, tutto ha peso”; impone che ogni cosa venga “notata e archiviata senza eccessivo coinvolgimento”. È esattamente ciò che fa questo libro, procedendo con un controllo e una freddezza che, invece di attenuare il dolore, finiscono per renderlo ancora più lancinante.

Una riflessione sul tempo (“non un libro sul dolore o sul cordoglio”)

Al centro di questa riflessione c’è il tempo. Per chi deve continuare a vivere dopo la morte di una persona amata, scrive Li, il tempo non si ferma: diventa monotono, pesante, si trasforma nel masso di Sisifo che bisogna continuare a spingere. Non si può lasciar cadere il tempo, proprio come non si può lasciar cadere un neonato che piange tutta la notte: bisogna semplicemente andare avanti. E andare avanti nell’abisso, sapendo che dall’abisso non si uscirà, significa per Li imparare ad abitarlo attraverso la logica e il pensiero. È qui che Le cose in natura semplicemente crescono si allontana da molti libri che hanno raccontato la perdita: non cerca nella letteratura una forma di guarigione o di elaborazione, e nemmeno la possibilità di ricavare dalla tragedia un significato. “Questo non è un libro sul dolore o sul cordoglio”, dichiara l’autrice. Non offre consolazione, non promette una conclusione, non costruisce alcuna redenzione.

Quella che Li cerca è piuttosto una forma di “accettazione radicale”: se l’abisso è ormai il luogo in cui dovrà vivere, continuare a opporvisi non può che aumentare lo sfinimento. Bisogna accettare l’irreversibilità delle cose, ed è per questo che nel libro acquista tanta importanza il giardinaggio. Le cose in natura semplicemente crescono: dopo la morte di James, la frase diventa un pensiero ricorrente. Le cose crescono “finché non arriva per loro il momento di morire”. Il giardinaggio insegna alla scrittrice la pazienza, la rinuncia alla perfezione, la necessità di fare concessioni, ma soprattutto le insegna il realismo. I fiori, allora, non devono diventare simboli o metafore, non devono travalicare il letterale. Sono fatti anch’essi, sottoposti alle leggi della natura. Né la letteratura né il giardinaggio potranno restituirle i suoi figli.

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Un libro che diffida di ogni consolazione

È proprio nella riflessione sulla maternità che l’”accettazione radicale” teorizzata da Li assume la sua forma più estrema. Non pretende di conoscere fino in fondo il pensiero di James, né di poter spiegare la sua decisione. Di una cosa, però, si dice certa: il figlio sapeva che lei e il marito avrebbero rispettato la sua scelta e sperava che sarebbero riusciti a sopravvivere alla sua morte, come erano già sopravvissuti a quella di Vincent. È una forma di consolazione, se questa parola può ancora avere un senso in un libro che diffida di ogni consolazione. Li e il marito avevano cercato per tutta la vita di rispettare il libero arbitrio dei figli, preoccupandosi meno di ciò che facevano che di ciò che erano, lasciando loro lo spazio per diventare sé stessi. E per Li questo rispetto arriva a comprendere persino ciò che per un genitore appare impossibile accettare. “Una madre può fare tutte le cose umanamente concepibili per un figlio, ma non può tenerlo in vita“.

Anche lei, del resto, aveva tentato il suicidio, esperienza raccontata in Caro amico, dalla mia vita scrivo a te nella tua. A salvarla erano state la lettura e la scrittura, ma persino qui Li rifiuta di trasformare la letteratura in qualcosa che non è: scrivere offre un “rifugio transitorio”, può avvicinarsi alla salvezza soltanto per approssimazione. Non guarisce definitivamente, non restituisce i morti.

Forse è anche per questo che Li è così dura nei confronti dei luoghi comuni con cui gli altri tentano di avvicinarsi al suo dolore. Non capire fino in fondo un’esperienza che non si è vissuta e non trovare le parole adatte è inevitabile: è difficile persino per lei, che delle parole ha fatto il proprio mestiere. Ma frasi convenzionali, buone intenzioni e diverse forme di egocentrismo finiscono spesso per immiserire proprio ciò che vorrebbero consolare. Le cose in natura semplicemente crescono rifiuta tutto questo. È una meditazione sull’accettazione radicale scritta dall’abisso, un libro che ricorre alla logica, al pensiero matematico e filosofico, alla precisione dei fatti per dare un ordine a qualcosa che un ordine non può avere. E sotto quella lingua controllata, asciutta, quasi impassibile, il dolore continua a farsi sentire. Forse proprio perché Li non gli permette mai di gridare, noi continuiamo a sentirlo urlare.

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Fotografia header: Yiyun Li nella foto di Hannah Yoon

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