I protagonisti di “Questa lotta senza tregua”, esordio di Mattia Cecchini, si trovano a essere sia vittima sia carnefici, in un gioco di poteri più forte, schiacciati ma anche in grado di schiacciare. L’autore, classe ’92, firma un romanzo che esplora cosa succede quando il sentimento di ingiustizia ci costringe a ribellarci e si chiede quale sia il confine tra ciò che è lecito fare per una buona causa e ciò che invece non lo è più. Tre voci raccontano questa storia, “ognuna con i propri tic, le proprie incrinature. Perché se è vero che la disuguaglianza è univoca, è altrettanto vero che ognuno vive solo la propria”
Un gesto molto più umano, che ti dia il senso della violenza
Nel 1973, in una canzone amara e spigolosa, Fabrizio De André si stupisce di quanta strada si debba fare per diventare così “coglioni” da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni.
Alessia, Milot e Tommaso – le tre voci di Questa lotta senza tregua – da una parte sono schiacciati da poteri più forti di loro, dall’altra si scoprono in grado a loro volta di poter schiacciare qualcun altro. Ognuno di loro con la convinzione che il potere che si ritrova tra le mani sia uno di quelli buoni, uno di quelli che vale la pena esercitare.
Tre voci che schiacciano e sono schiacciate
Tommaso, 30enne che vive in una provincia stagnante, si ritrova vittima della delocalizzazione asettica e spietata dell’azienda in cui lavora. Con lo spettro di rimanere senza lavoro. La paura asfissiante di non riuscire più a far quadrare i conti di casa, con una bambina piccola e una moglie che lavoricchia in nero. E soprattutto con la sfiducia. La sfiducia nelle persone e nelle istituzioni che dovrebbero aiutarlo: un sindacato smunto, uno Stato catatonico. Che fare?
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Milot, coetaneo di Tommaso. Era un bambino quando è fuggito dalla guerra in Kosovo. Oggi, è un ragazzo che non appartiene più né alla sua terra natale, né tantomeno all’Italia, che continua a vederlo sempre e solo come un corpo estraneo. Intanto, dentro di lui, fermentano i traumi di ciò che ha vissuto durante la guerra, e l’indifferenza delle istituzioni e delle persone che lo circondano fa da catalizzatore. Che fare?
Infine Alessia, sorella di Tommaso, fidanzata di Milot. Prova a stare a galla, e cerca di tenerci pure loro. Se Tommaso è stroncato dalla sua storia personale e professionale, se Milot lo è dalla Storia, Alessia è presa a strattoni da tutte queste forze. Che fare?
Nella canzone di De André, alla fine, scoppia una rivolta: i carcerati s’impadroniscono della prigione e mettono in gabbia, per una volta, i secondini.
Sia vittima sia carnefice
Ed è proprio questa la strada che percorreranno le tre voci del romanzo. Tommaso scopre il potere della ribellione trovando il modo di farsi ascoltare dall’amministratore delegato della fabbrica. Con l’aiuto di Milot, che abbraccia il potere della vendetta vedendovi un modo per riequilibrare i soprusi, i torti subiti. E con l’aiuto di Alessia, che si ritrova coinvolta quasi per errore, ma che pure si lascerà sedurre dal potere di essere complice, cioè dal potere di far crollare o far andare bene i piani di Tommaso.
Ognuno di loro è sia vittima che carnefice. Vittima della propria storia e della propria condizione, carnefice per scelta, per frustrazione, o per una cupa speranza.
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Nella mia ora di libertà
Nella mia ora di libertà, la canzone di De André in sottofondo a questa riflessione sui personaggi di Questa lotta senza tregua, ha un finale aperto.
Vediamo i prigionieri per una volta padroni del carcere – me li immagino sui tetti, che saltano sui ballatoi – che intonano una canzone contro la gente che accorre curiosa, per vedere cos’è successo alla prigione, cos’è tutta questa cagnara. Gli ex-carcerati stanno là, pugni al cielo, a cantare la loro ultima canzone: “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Non sappiamo cosa accadrà dopo. Probabilmente arriverà un potere più grande a sedare la rivolta, a ristabilire l’ordine. Trasformerà, per una mezz’ora, il carcere in una macelleria, e chi si salverà tornerà in cella.
La storia di Tommaso, Milot e Alessia, è come quella di un corpo che viene gettato a terra, preso d’assalto da quattro o cinque aguzzini. Uno di questi gli appoggia il ginocchio sulla gola e lui si dimena, lotta, graffia, ferisce: esalerà l’ultimo rantolo prima di riuscire a liberarsi?
Per raccontare la storia di questo corpo servivano tre voci, ognuna diversa dall’altra. Ognuna con i propri tic, le proprie incrinature. Perché se è vero che la disuguaglianza è univoca, è altrettanto vero che ognuno vive solo la propria.
Parafrasando Orwell: tutte le persone sono diseguali, ma alcune sono più diseguali delle altre.
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L’AUTORE E IL LIBRO – Mattia Cecchini è nato in Umbria nel 1992 e lavora a Norimberga. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e blog letterari come ‘tina, Bomarscé, Narrandom, Pastrengo, Split e ha collaborato a Yanez con interviste e recensioni. Questa lotta senza tregua è il suo romanzo d’esordio (edito da Terrarossa), segnalato dal Premio Calvino nel 2024 e finalista anche al Premio Zeno e al Premio Dante Arfelli.
Il libro si muove alternando i punti di vista di tre personaggi, Tommaso, Milot e Alessia, e racconta, in una variazione di voci e registri, cosa succede quando il sentimento di ingiustizia ci costringe a ribellarci e si chiede quale sia il confine tra ciò che è lecito fare per una buona causa e ciò che invece non lo è più.
La fabbrica di Tommaso sta per essere delocalizzata in Polonia: c’è un mutuo da pagare, l’asilo e il futuro della figlia… Milot, come lui, prova un insaziabile senso di rivalsa: non ha superato le ferite di un vissuto all’insegna di una violenza gratuita e crudele. Alessia, legata a entrambi, non è invece accecata dalla rabbia ma è disposta a tutto pur di aiutarli.
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