Un padre, tre figli, un’auto che finisce in un laghetto e un processo destinato a dividere l’opinione pubblica: in “Dove abita il dolore” (di cui proponiamo un estratto), Helen Garner ricostruisce il caso di Robert Farquharson, senza giudizi e mostrando tutta la complessità della giustizia: tra la spettacolarizzazione del sistema giudiziario e il trauma di dover rivivere una tragedia…
Con Helen Garner, scrittrice australiana classe ’42, si può parlare di vera e propria riscoperta: arrivata al successo con il suo romanzo d’esordio nel 1977, Come piombo nelle vene viene pubblicato nel 2024 in Italia da nottetempo e ora, dopo l’uscita di Piccoli preludi, è il momento di Dove abita il dolore (traduzione, come per i precedenti, di Milena Sanfilippo).
Al centro del libro, un caso di cronaca come se ne sentono molti.
Un padre, Robert Farquharson, dopo aver passato la Festa del Papà coi suoi tre figli, riporta i bambini a casa dell’ex moglie Cindy, ma su quella strada percorsa già molte volte qualcosa va storto e l’auto finisce fuori strada, in un laghetto artificiale. L’unico a salvarsi dall’annegamento è proprio l’uomo.
Una tragedia causata da un eccesso di tosse, come sostiene Richard? O una vendetta dopo la fine del matrimonio?

Garner ricostruisce l’episodio accaduto nel 2005 e, soprattutto, ritrae il processo e l’attenzione mediatica dei mesi successivi. Dalla morbosa curiosità del pubblico, alla “macabra sfilata di testimoni” – famigliari, amici e lo stesso imputato costretti e rivivere quel giorno e la vita prima di quella disgrazia – la scrittrice e giornalista, nata nel sud dell’Australia, cerca di ricostruire le diverse prospettive, portando alla luce quanto sia complesso mettere la parola “fine” a episodi del genere.
Un libro che segue quanto già fatto da autori come Truman Capote, nel quale l’autrice descrive senza esprimere giudizi, riportando però anche “la spettacolarizzazione del sistema giudiziario australiano”.
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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
C’era un tale, gran lavoratore, che viveva in una cittadina rurale dello Stato di Victoria con la moglie e i tre figli piccoli. Tiravano avanti con la sua paga da addetto alle pulizie, e intanto pian piano si costruivano una casa più grande. Poi un giorno, così dal nulla, la moglie gli confessò che non lo amava più. Voleva mettere fine al matrimonio. Gli disse di andarsene. I bambini sarebbero rimasti a vivere con lei, aggiunse, ma lui avrebbe potuto vederli ogni volta che gli andava. Lo esortò a portarsi via tutto ciò che voleva. Lei chiedeva soltanto, e la ottenne, la più recente delle loro due macchine.
Il marito addolorato fece fagotto e se ne tornò dal padre vedovo, a diversi isolati di distanza. Di lì a poco la moglie venne avvistata in compagnia del cementista assunto per gettare il solaio della nuova casa. L’artigiano era un cristiano neoconvertito, anche lui con svariati figli a carico e un matrimonio naufragato. Ben presto la signora separata prese ad accompagnarlo in chiesa. Infine, l’ex marito sorprese il cementista mentre se ne andava in giro proprio al volante dell’auto che gli era costato tanta fatica comprare.
Fin qui, questa storia la si potrebbe raccontare come una ballata country-western o una toccante vicenda d’amore tradito, tra il tenero e il patetico.
Solo che una sera di settembre di dieci mesi più tardi, nel 2005, appena calato il buio e mentre il marito abbandonato riaccompagnava i figli dalla madre dopo una gita in occasione della
Festa del Papà, la vecchia Commodore bianca scartò bruscamente dalla statale e precipitò in un bacino agricolo a nemmeno cinque minuti da casa. L’uomo riuscì a divincolarsi dall’abitacolo e a raggiungere gli argini a nuoto. La macchina andò a fondo, e i bambini annegarono tutti e tre.
L’ho visto al telegiornale. Notte. Fogliame basso. Acqua, brumosa e nera. Luci sfocate, un elicottero. Uomini in giubbotto catarifrangente ed elmetto. Sarà successo qualcosa di gravissimo. Qualcosa di agghiacciante.
Oh Dio, fa’ che sia stato solo un incidente.
Il punto in cui i bambini sono morti può vederlo chiunque. Basta dirigersi verso sud-ovest appena fuori Melbourne sulla Princes Highway, la strada che abbraccia il continente. Superi la tangenziale di Geelong, resisti al richiamo della svolta per la Surf Coast e continui verso l’interno in direzione Colac, sulla grande pianura vulcanica che si estende per tutto il versante sud-occidentale di Victoria.
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Una domenica di agosto del 2006, dopo che in udienza preliminare a Geelong un magistrato aveva rinviato a processo Robert Farquharson con l’accusa di triplice omicidio, ho percorso anche io quella strada con una vecchia amica a farmi compagnia. Il marito l’aveva lasciata da poco. Lei aveva i capelli tinti di un rosso sfacciato, ma lo sguardo avvilito, scavato dalla tristezza. Eravamo due donne oltre i sessanta. Ciascuna di noi aveva trovato dentro di sé la forza di patire – ma anche d’infliggere – la sofferenza e l’umiliazione del divorzio.
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Era un giorno di primavera. Appena fuori Geelong, stavamo già filando tra i campi gialli di calendule del Capo, le recinzioni intervallate a tratti dai frangivento di cipressi scuri. Per tutto il cielo immenso veleggiavano nuvole a fondo piatto, di un bianco fulgido. Io e la mia amica avevamo trascorso gli anni dell’infanzia proprio da quelle parti. Ne conoscevamo bene la malinconica bellezza, le sconfinate, liscissime distese di terreno. Procedendo a ovest lungo la statale a due corsie, abbassammo i finestrini per lasciar soffiare l’aria.
A quattro o cinque chilometri da Winchelsea, ci comparve davanti la lunga e inoperosa sopraelevata di un cavalcavia ferroviario. Era quello il punto? Non una parola. Risalimmo la collinetta artificiale. Sporgendoci dall’alto notammo, proprio all’inizio della strada a destra, uno specchio d’acqua marroncina all’interno di un recinto – non il quadrato funzionale di un serbatoio agricolo bensì una forma ovale, femminile, simile a una lacrima oblunga e appena cinta da qualche alberello. La sponda a sud correva parallela al margine nord della statale, a venti o trenta metri dall’asfalto.
Mi ero immaginata la traiettoria della macchina di Farquharson come una brusca deviazione sulla sinistra; invece, per lanciarsi in quello specchio d’acqua dal lato opposto della carreggiata, il veicolo aveva dovuto sterzare oltre la linea di mezzeria e tagliare la corsia diretta a est con tutto il traffico contrario. Avanzando spedite lungo il versante del cavalcavia che dava su Winchelsea, imponendoci di guardare sempre verso destra, scorgemmo delle piccole croci bianche, tre in tutto, piantate ad altezza ginocchio nell’erba tra la strada e la recinzione. Tirammo dritto, quasi non fossimo autorizzate a fermarci.
Avevamo una vaga idea che Winchelsea facesse seimila abitanti, e invece il cartello all’ingresso della circoscrizione ne indicava appena 1180; dopo aver imboccato l’avvallamento fino al ponte di ardesia che sovrasta il Winchelsea River, e poi su per l’altra sponda oltre una serie di negozi e una scuola elementare, già si intravedevano i confini della cittadina. In un posto così piccolo, i fatti tuoi li sa chiunque.
(continua in libreria…)
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