“Un libro sull’assenza”, così Tiemen Hiemstra, scrittore dei Paesi Bassi classe ’91 (che si ispira a Julio Cortázar e J. D. Salinger), definisce il suo romanzo d’esordio “W.”, che al centro mette la scomparsa di un ventenne e l’effetto che ha sui suoi migliori amici, Olaf e Hilde. Ma non è un romanzo triste, né un giallo, come racconta l’autore in questa intervista: “È un libro che riflette il modo in cui percepisco il mondo e quello che ho vissuto da bambino…”, in cui l’amicizia gioca un ruolo fondamentale: “Il tuo primo senso di identità lo costruisci con i tuoi amici”; insieme ai meme, che il protagonista W. crea: “Rappresentano una forma di libertà, un modo per poter essere tutto e sfuggire all’essere un individuo…”
W.
Una sola lettera può riassumere l’intero romanzo d’esordio di Tiemen Hiemstra, scrittore dei Paesi Bassi classe ‘91, che si presenta al pubblico con un libro surreale e malinconico. Perché al centro c’è la scomparsa, anzi l’abbandono senza spiegazioni, di un ragazzo di poco più che 20 anni, W. per l’appunto, e l’effetto che questo ha sulle persone più vicine a lui: Olaf, narratore dell’intera storia, e Hilde, amica e fidanzata di Olaf.
Tutto ruota attorno a questo. A quella presenza soltanto rievocata o percepita – eppure fortissima – e l’eco di un’assenza che ancora si sente, nonostante siano passati un paio d’anni.
Sebbene il romanzo si muova lungo un arco temporale di tredici giorni (durante il primo dei quali Hilde sembra aver riconosciuto W. in uno dei passanti), la maggior parte delle pagine è ambientata nel passato. Olaf viaggia nella sua memoria, riprende alcuni momenti chiave della sua vita, e dunque della loro amicizia, rendendo questi flashback molto più che semplici ricordi, ma le scene cruciali per comprendere il forte legame prima tra i due ragazzi, e poi all’interno del terzetto.
Ci si accorge così di essere di fronte a un romanzo sfaccettato e rizomatico, che fa della sua struttura un elemento centrale (così come il linguaggio), che tende tanto al bildungsroman quanto alla riflessione sui temi dell’umanità. La vita, l’amore, la morte.
Un’opera densa che unisce l’umorismo all’ossessione di comprendere la perdita di qualcuno che si ama.

W., edito da Adelphi con la traduzione di Dafne Paris
Hiemstra, partiamo da uno dei temi centrali. W. se ne va e nessuno sa perché, dove o come. Sembra di poter dire che ha voluto concentrarsi più sull’effetto dell’assenza (o dell’abbandono) sui due amici, che sull’assenza stessa?
“Direi che è più un libro sull’assenza, anche se ovviamente assenza e abbandono sono molto intrecciati, perché è proprio a causa di questo abbandono che l’assenza si fa sentire così tanto. È difficile separarli. E W. è presente attraverso la sua assenza, quando viene avvistato e poi quando Olaf recupera tutti i suoi ricordi. In generale, però, direi che il libro parla più dell’affrontare l’assenza in diversi ambiti, del fare i conti con essa”.
Nel romanzo osserviamo Olaf ricostruire l’intera storia tra lui e W.; Hilde crea opere d’arte ispirate ad alcune creature fantastiche della letteratura. W. invece costruisce meme da zero. È questo che lo caratterizza?
“Sì, si potrebbe dire che Olaf è più modernista e W. più postmoderno. Nel senso che Olaf crede davvero nell’essenza, e cerca di scavare nell’essenza di W, in quella della loro amicizia. E invece W. cerca sempre di sfuggire da essa e anche questi meme sono molto assurdi, no? Sembrano spuntare dal nulla, ed è proprio questo il punto. È il fatto stesso che siano così fuori luogo a renderli divertenti, o comunque a dare loro un senso. Io li trovo divertenti, ma molte persone no (ride, ndr). E Hilde, invece, è interessante perché cerca di ricostruire, o forse più di costruire, animali che non sono mai esistiti. Quindi forse lei sta a metà strada tra i due”.
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Per W. i meme rappresentano la libertà?
“Sì, W. è alla ricerca della libertà. Penso che W. abbia paura di avere un’identità, di essere etichettato. In questo senso i meme rappresentano per lui una forma di libertà perché sono assurdi, surreali, sfuggono a ogni categorizzazione. Direi anche che W. li trova attraenti perché i meme non sono una forma di espressione individuale, sono qualcosa che viene creato e condiviso. In questo consiste la loro esistenza. W. vuole poter essere tutto, e i meme sono un modo per sfuggire all’essere un individuo”.
E lei ha paura di essere categorizzato?
“In passato di più. Credo che W. abbia dentro una parte di me, ma estremizzata. Molte persone della mia generazione sono cresciute pensando che il cielo fosse il limite, che tutto fosse possibile con l’impegno. E sono cresciute con questo senso di infinto. Qualcuno poi si rende conto che ‘Oh, in realtà sono questa persona, posso essere etichettato così…’ e sviluppa una forma di resistenza. Con il personaggio di W. ho estremizzato questa tendenza”.
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E parlando di amicizia, cosa significa per lei?
“Significa molto, perché con l’amicizia costruisci insieme un’idea di come sia il mondo. Il tuo primo senso di identità lo scopri con i tuoi amici. Ed è qualcosa che ci sostiene profondamente come esseri umani. Anche nel libro, quando W. scompare, i concetti che Olaf ha di come funzioni il mondo diventano meno sicuri, inizia a dubitare”.
Olaf è meno Olaf senza W.?
“Sì, in un certo senso è così. Si sente perso perché la sua personalità dipendeva dall’amicizia. Ed è proprio questo che volevo mostrare: molto di ciò che pensiamo di essere, in realtà, è qualcosa che condividiamo con le persone che ci circondano”.
E oggi, con i social media, è più difficile costruire un’amicizia come quella descritta nel romanzo?
“Credo di sì. Quando ero al liceo avevamo MySpace, ma non era così pervasivo come sono diventati Facebook, Instagram e TikTok. Era un’epoca molto diversa. Mi rendo conto che oggi può essere più facile restare a casa, dietro uno schermo, senza avere contatti con l’esterno”.
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Dovrebbero esserci più libri che ne parlano? Che raccontano davvero il funzionamento dei social e l’utilizzo da parte delle persone e dei giovani?
“Penso che ci sia sempre un tempo e un luogo per scrivere un classico: anche se scrivi un libro ambientato nel Medioevo, senza alcun riferimento al digitale, puoi creare una storia interessante, che dice molto delle vite che viviamo oggi. Perciò non è obbligatorio. Al tempo stesso ho la sensazione che alcuni evitino il tema, come se non fosse vera letteratura”.
E invece?
“Credo sia arrivato il momento di scardinare questa idea, di accettare che il linguaggio che troviamo online fa parte del mondo e può essere usato in letteratura, portando anche a risultati molto interessanti”.
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Nel romanzo, tra l’altro, si parla di filosofia, in parte attraverso il personaggio del professor Staartjes che afferma come quello che vediamo sia sempre temporale e spaziale. Che forma hanno per lei la filosofia e la letteratura?
“Da bambino mi ponevo tutte queste domande sulla vita, la morte, il tempo… Immagino che molti bambini lo facciano, ma nel mio caso non sono mai davvero sparite. La letteratura e la filosofia, quando le ho incontrate al liceo, mi sono sembrate proprio ciò di cui avevo bisogno. Sono un modo per cercare di dare un senso al mondo. Non troverai mai la risposta definitiva, ma vedere come altri hanno pensato la realtà è una grande rassicurazione”.
E in letteratura, c’è qualcosa che l’ha ispirata più di altro durante la scrittura?
“Mi vengono in mente due libri. Uno è Seymour. Introduzione di J. D. Salinger, perché il narratore descrive il fratello scomparso e cerca di evocarlo attraverso il testo. Ho trovato questo sforzo di ricreare qualcuno attraverso il linguaggio molto bello. Ed è ciò che volevo fare anche io. L’altro è Rayuela – Il gioco del mondo di Julio Cortázar, un romanzo che non ha un ordine di lettura fisso. È molto frammentato, ma molto interessante e giocoso. Il mio libro è risultato più lineare, ma ho cercato ispirarmi a lui”.
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Nel libro si parla anche della perdita di un genitore, e anche in alcune interviste realizzate quando è uscito il romanzo nei Paesi Bassi (nel 2023, ndr) ha parlato della morte di suo padre. È sempre stata una scelta consapevole quella di affrontare il tema, o è nato in modo più spontaneo?
“Non credo di aver voluto scrivere di questo, non in senso stretto. Immagino che le nostre ossessioni e le nostre domande siano definite molto da ciò che abbiamo vissuto. Quindi tutto questo parte anche da lì. La morte di mio padre, quando ero bambino, ha senza dubbio definito il modo in cui percepisco il mondo, e questo si riflette sul libro più di quanto io abbia voluto scrivere deliberatamente di quell’esperienza”.
Due ultime domande. Una più scherzosa e una più seria. Su Instagram ha parlato del tuo tifo calcistico per la Roma, però nel romanzo inserisce alcune battute sulla forza di Jaap Stam…
“Sì, che però ha giocato nel Milan e nella Lazio, lo so (ride, ndr)”.
Cosa c’è dietro?
“Non sono un tifoso sfegatato, diciamo. È che mi piacevano molto Totti e De Rossi, e quando giocavo a FIFA con un mio amico sceglievo sempre la Roma. È un po’ da ‘meme’ questa scelta. E poi sì, Jaap Stam è una leggenda, mi divertiva l’idea di inserirlo”.
Ci sono scrittrici o scrittori con i quali condivide i temi affrontati, l’approccio stilistico o i riferimenti generazionali?
“Mi vengono in mente due autrici olandesi, molto interessate a usare la cultura di internet in letteratura, ma penso che non siano ancora tradotte in italiano: Nadia de Vries e Dominique de Groen. Per quanto riguarda gli scrittori internazionali… Conosce Alejandro Zambra, lo scrittore cileno? Spero di avere un senso dell’umorismo simile al suo, perché apprezzo molto il suo modo di essere poetico e divertente allo stesso tempo, di essere umoristico senza perdere la poesia. Quindi, sì, lui è quello a cui mi sento più vicino”.
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Fotografia header: W. di Tiemen Hiemstra (credit Matteo Baldi)