Dalle medaglie olimpiche al ritiro a soli vent’anni, fino alla ricerca di una nuova identità: nel libro autobiografico “Pulce – La mia vita tra le onde” (prefazione di Sandro Veronesi) Novella Calligaris – classe 1954, prima italiana a vincere una medaglia olimpica nel nuoto – racconta la parte della sua vita che nessuno ha mai conosciuto. Quella che le fotografie delle Olimpiadi non possono mostrare: dal rapporto difficile con la madre a quello decisivo con il padre, passando per il vuoto devastante per la perdita del fratello e gli amori tormentati. Senza dimenticare la paura del peso e l’inizio della bulimia…
Lo sport è una meravigliosa palestra di vita: insegna a conoscere sé stessi e a collaborare con gli altri per un obiettivo condiviso, crea legami spesso destinati a durare ed educa alla disciplina e all’impegno necessario per raggiungere un traguardo. Se esposto ai riflettori, tuttavia, rischia di perdere una parte della sua leggerezza. Quella che nasce, ad allenamento terminato, dalla scarica di endorfine che spinge a rifarlo ancora il giorno dopo.
Un record nazionale, una medaglia olimpica o una vittoria ai Mondiali possono allora rischiare di spostare l’attenzione dal semplice piacere di fare sport alla necessità di ottenere un risultato, fino a trasformare l’atleta in un’immagine: quella, immobile, di un’eterna vincitrice.

Sembrava fatta apposta per scivolare nell’acqua
Per Novella Calligaris è successo molto presto: la convocazione in nazionale ancora bambina, le medaglie di Monaco, l’oro e i bronzi ai Mondiali di Belgrado, il record del mondo. Per una generazione di italiani, Novella è rimasta soprattutto lì, dentro le fotografie: una figura minuta che sembrava fatta apposta per scivolare nell’acqua.
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Ma in Pulce – La mia vita tra le onde (La nave di Teseo, prefazione di Sandro Veronesi), Novella Calligaris vuole uscire dalle fotografie. Racconta della campionessa, certo, ma anche e soprattutto di tutto ciò che viene prima e dopo le medaglie: l’infanzia, il rapporto difficile con la madre e quello decisivo con il padre, il vuoto devastante per la perdita del fratello Mauro e gli amori tormentati. Insomma, tutti gli anni successivi al ritiro dalle corsie, avvenuto a soli vent’anni.
Dopo il ritiro dalle corsie, a soli vent’anni

Un’immagine tratta dal libro
Il titolo, Pulce, nasce dal soprannome che le aveva dato il padre, Marcello, e restituisce bene una delle caratteristiche di Novella: la leggerezza con cui affrontava l’acqua e, insieme, quella determinazione quasi ostinata che l’ha accompagnata, e la accompagna tuttora, anche fuori dalla piscina.
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Reimparare ad abitare un corpo
Il passaggio alla vita adulta non è però una liberazione semplice e indolore. Il controllo esercitato sul corpo durante gli anni agonistici si trasforma, come accade spesso in tanti sport professionistici (e non), in ossessione. Calligaris racconta la paura del peso e l’inizio della bulimia: abbuffate seguite dal vomito, che torneranno anche molti anni dopo, nei momenti di maggiore fragilità.
Come reimparare ad abitare un corpo che per tutta la vita è stato uno strumento di prestazione? Riconoscendo tutto quello che ci permette di fare – vivere, camminare, scoprire il mondo – e ringraziandolo per questo. Un traguardo, questo, difficile da raggiungere anche per gli sportivi più talentuosi.
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L’autobiografia procede così, per vittorie e cadute, senza separare la donna dall’atleta, ma prendendole in considerazione entrambe, non come un tutt’uno. Gli uomini che ha amato e che l’hanno spezzata, la crescita sportiva e umana, il lavoro nel giornalismo che le ha permesso di nutrire il suo amore per lo sport senza dover necessariamente competere. Insomma, in Pulce la carriera sportiva non è il traguardo del racconto, ma il suo nucleo originario.

Un’immagine tratta dal libro
Quando scende definitivamente dal blocco di partenza, Novella ha solo vent’anni. Desidera che il suo tempo continui a scorrere anche senza il cronometro ed è lei stessa a raccontarci come.
Dietro le medaglie, e pagina dopo pagina, emerge una donna che ha imparato a riconoscere il proprio valore senza un tempo che lo misurasse per lei, a fare i conti con le proprie fragilità e a trovare nuovi ruoli e nuove ragioni.
E questa parte della storia le fotografie delle Olimpiadi non possono raccontarla.
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