La scrittrice britannica Deborah Levy deve occuparsi di un saggio su Gertrude Stein. Ma la vita delle sue amiche sembra imporsi e sovrapporsi a quella dell’autrice statunitense, simbolo dell’arte e della letteratura modernista. Tra romanzo, saggio e (auto)biografia, in “Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein” Levy porta avanti le due storie (la sua e quella di Stein), con accostamenti e una logica che assomiglia a quella del sogno

Nella prima pagina di Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein di Deborah Levy (NN, traduzione di Gioia Guerzoni), un gatto scompare.

Il gatto si chiama Lui, ma nell’originale inglese il suo nome è “it”, un pronome che può indicare qualsiasi cosa e che, nell’espressione “lost it”, significa anche aver perso la testa, il controllo, qualcosa di sé. Il gatto appartiene a Eva, una delle due nuove amiche della narratrice, ma la sua sparizione finisce per coinvolgere tutte e tre le donne, diventando una delle molte questioni che distolgono Deborah Levy dal suo vero proposito: scrivere un saggio su Gertrude Stein.

Eppure, a ben vedere, quella perdita ha molto a che fare con ciò che Levy sta cercando. Perché una delle domande che attraversano il libro è proprio questa: che cosa dobbiamo perdere per diventare moderni?

Una forma narrativa personalissima

copertina di Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein

Chi conosce Deborah Levy sa che difficilmente le sue storie procedono in linea retta.

Nei suoi romanzi, come nei suoi libri autobiografici, la scrittrice britannica ci ha abituati a una forma narrativa personalissima, capace di passare con naturalezza dal quotidiano alla riflessione filosofica, dall’ironia all’introspezione, trasformando oggetti, conversazioni e piccoli incidenti in occasioni per interrogare questioni molto più grandi.

Anche questa volta Levy sembra voler raccontare una storia e, nello stesso tempo, sottrarsi continuamente al suo sviluppo.

Il risultato è un libro che mescola romanzo, saggio, biografia e autobiografia, e nel quale la figura di Gertrude Stein diventa il centro mobile di una costellazione di incontri, ricordi, letture e associazioni.

Qualcosa che sembra sfuggire continuamente…

Siamo a Parigi, dove la narratrice trascorre un periodo in compagnia di Eva e Fanny.

La prima è un’illustratrice di graphic novel, sposata con un uomo che vive a Seattle e che incontra ormai soltanto attraverso uno schermo; la seconda lavora nella finanza, ha tre amanti e una vita sentimentale movimentata, dietro la quale si nasconde la ferita di un rapporto difficile con il padre.

La narratrice, più anziana e sola, cerca intanto di scrivere su Stein, ma le sue giornate sono continuamente interrotte dalle vicende delle amiche, dalle loro conversazioni e dalle proprie fantasie. Le tre donne si osservano, si fraintendono, si cercano, mentre qualcosa nelle loro esistenze sembra continuamente sfuggire.

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La trama, del resto, è quasi inesistente, e la stessa Gertrude Stein sembra a tratti passare in secondo piano rispetto alle vicende delle tre amiche. “Gertrude Stein conosceva Matisse, Picasso e Braque, ma a me interessano di più Fanny ed Eva.

Tutti conoscono già Picasso, ma nessuno conosce Eva“, confessa la narratrice. Levy non intende infatti scrivere una biografia tradizionale di Stein, né ricostruire ordinatamente la storia delle avanguardie parigine. Le interessa piuttosto capire che cosa l’esperienza della scrittrice americana possa ancora dirci, quali domande sulla libertà, sull’identità e sul linguaggio continui a porre al nostro presente.

Una vita al di là delle convenzioni

Quando Gertrude Stein arrivò a Parigi nel 1903, aveva ventinove anni e il desiderio di costruirsi una vita diversa da quella che le convenzioni del suo tempo le avrebbero riservato. Era una donna colta, ambiziosa, omosessuale, poco disposta ad adattarsi ai modelli di femminilità dominanti.

Nell’appartamento di rue de Fleurus, condiviso inizialmente con il fratello Leo, cominciò a collezionare le opere di artisti d’avanguardia come Picasso e Matisse e a sperimentare una scrittura che rompeva coi canoni della letteratura ottocentesca. A Parigi incontrò Alice B. Toklas, destinata a diventare la sua compagna di vita.

Ma diventare se stessa significò anche rinunciare a qualcosa. Stein dovette liberarsi dell’autorità del fratello, che disprezzava i suoi esperimenti letterari, e soprattutto di un’immagine di donna nella quale non poteva riconoscersi.

Levy racconta questa emancipazione attraverso il corsetto, emblema di un corpo femminile costretto ad assumere una forma prestabilita. Stein lo abbandonò, insieme ai vincoli che rappresentava. La sua modernità fu dunque una conquista artistica, ma prima ancora esistenziale: per inventare una lingua nuova, dovette concedersi il diritto di vivere una vita nuova.

“Naturalmente non si è mai se stessi”

“Naturalmente non si è mai se stessi”, scriveva Stein nell’Autobiografia di tutti. È una frase sulla quale Levy ritorna, chiedendosi se la modernità non consista proprio nell’impossibilità di possedere un’identità definitiva. Diventare moderni vorrebbe dire allora accettare di essere continuamente in trasformazione, rinunciare a una certa idea di coerenza, imparare a mettere insieme le diverse parti di sé senza pretendere di ricondurle a un’unica forma.

copertina di Agosto blu

La questione riguarda anche la scrittura.

Stein aveva studiato psicologia con William James, la cui concezione della coscienza come flusso continuo di pensieri e percezioni avrebbe influenzato la sua ricerca letteraria. Allo stesso tempo, la rivoluzione cubista le offriva la possibilità di immaginare una rappresentazione del mondo non più subordinata a un unico punto di vista.

Da queste esperienze nacque una sperimentazione letteraria fondata sulla ripetizione, sulla scomposizione della sintassi, sulla ricerca di rapporti inattesi fra le parole. Nella raccolta poetica Teneri bottoni gli oggetti quotidiani vengono sottratti ai loro significati consueti e ricomposti attraverso il linguaggio. Forse non è un caso che Levy sia particolarmente attratta da questo libro: anche nella sua scrittura gli oggetti diventano spesso punti di partenza per associazioni inattese, piccoli portali capaci di aprire altre storie e significati.

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Per Stein, come per gli artisti che frequentava, essere moderni significava vedere qualcosa che gli altri non erano ancora in grado di vedere, e per farlo bisognava mettere in discussione le forme attraverso le quali la realtà era stata fino ad allora raccontata. “Ogni secolo”, scrive Levy in quella che sembra una dichiarazione di poetica, “ha bisogno di un artista che smantelli la coerenza che ci è stata inculcata e faccia spazio a qualcosa di nuovo”.

Stein rimane una figura sfuggente

Eppure Stein rimane una figura sfuggente, persino per chi, come Levy, ne ammira profondamente l’audacia. La narratrice non nasconde la fatica di leggerla, l’irritazione provocata dalle sue ripetizioni, la sensazione di non riuscire mai ad arrivare al centro della sua scrittura, al suo “it”. È come se Stein desiderasse essere compresa e contemporaneamente si adoperasse per rendere impossibile qualsiasi comprensione definitiva. Forse è proprio questo rifiuto di lasciarsi spiegare, più ancora delle sue innovazioni linguistiche, ad affascinare Levy.

Nel suo libro, Deborah Levy segue un pensiero, poi lo abbandona per un dettaglio apparentemente secondario, che diventa il punto di partenza di un’altra storia. Le basta un’immagine per aprire un passaggio fra epoche lontane, o un episodio minimo per restituire un personaggio.

copertina di Autobiografia in movimento
Questi accostamenti, talvolta sorprendenti, talvolta apertamente comici, sono fra gli aspetti più riusciti: Levy attraversa il modernismo come una rete di relazioni, nella quale gli artisti si influenzano, si incontrano, si contraddicono, e dove anche chi non si è mai conosciuto (come, ad esempio, Stein e Freud) sembra poter entrare in dialogo.

Una logica che assomiglia a quella del sogno

Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein conserva, almeno in apparenza, molti elementi del romanzo realistico: i personaggi sono riconoscibili, le loro vite sono raccontate attraverso situazioni quotidiane, gli oggetti e i luoghi vengono descritti con precisione. Ma il realismo riguarda soprattutto la materia del racconto, non il modo in cui viene organizzata.

Levy procede per associazioni, sovrapposizioni, improvvisi cambiamenti di prospettiva, seguendo una logica che assomiglia più a quella del sogno che a quella della narrazione tradizionale.

Anche le ripetizioni hanno una funzione particolare. Parole, immagini e situazioni ritornano in contesti diversi, modificando ogni volta il proprio significato. Il gatto scomparso, le assenze, i desideri, le cose perdute finiscono per comporre un lessico che diventa progressivamente familiare al lettore. È come se Levy costruisse con noi, come già in Autobiografia in movimento, una relazione simile a quella che lega le tre amiche, fatta di allusioni e riferimenti condivisi, di parole che acquistano un senso particolare proprio perché sono già state pronunciate.

La differenza è che, mentre Stein spingeva la sperimentazione fino a mettere in crisi la comprensibilità stessa del testo, Levy conserva una leggerezza e una limpidezza che rendono la lettura sorprendentemente piacevole. Non cerca di imitare la radicalità formale della scrittrice americana, ma di trovare un modo personale per raccoglierne l’eredità.

Le domande che attraversano la vita di Stein ritornano nelle vicende di Eva, Fanny e della narratrice: come si costruisce una vita che ci assomigli, sottraendosi alle aspettative degli altri? Nessuna delle tre donne possiede una risposta, e forse è proprio questa incertezza a renderle interessanti. Anche la loro amicizia, con le sue incomprensioni e le sue improvvise complicità, diventa uno spazio nel quale sperimentare forme diverse di vicinanza e di libertà.

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