Nel suo nuovo libro, “Le cose che non diciamo”, la scrittrice statunitense Premio Pulitzer Elizabeth Strout torna a parlare dei segreti che possono minare ogni certezza. Artie Dam, il protagonista, è un professore di Storia molto amato, un padre e un marito-modello: e allora perché, fin dalle primissime pagine, denuncia la sua quieta disperazione? Strout delinea un personaggio che si è sempre adattato, ma che non riesce più a far finta di nulla, in una società statunitense che cambia, a un passo dalle elezioni presidenziali, in una scuola che non supporta appieno le fragilità degli studenti…

“Abbiamo tutti enormi zone cieche davanti agli occhi, nel senso che nonostante tutto quel che crediamo di sapere, non riusciamo mai a capire davvero come ci vedono gli altri. E questo valeva anche per Artie Dam”. (pp. 18-19)

Artie, l’“Arci-prof”, è stato nominato il professore dell’anno, è sposato con una donna che ama, Evie, e i due vivono in una grande e ricca abitazione con vista sull’oceano che la famiglia di Evie ha lasciato loro.

Adesso che il loro figlio Rob, ingegnere al MIT, è lontano e costruisce i suoi affetti, Artie ha più tempo per dedicarsi alla passione per la barca a vela nelle ore che non dedica alla scuola.

Una vita serena, in apparenza, ed è proprio per questo che giungono come un fulmine a ciel sereno le parole:

“Ecco il segreto di Artie: da più di due mesi pensava a come suicidarsi senza che sua moglie, suo figlio (o i suoi allievi) sapessero che l’aveva fatto”. (p. 15)

Elizabeth Strout, scrittrice statunitense di meritata fama, entra nella shortlist del Booker Prize 2026 con Le cose che non diciamo (in Italia edito da Einaudi con l’ottima traduzione di Susanna Basso). Fin dal titolo e dalla calzante epigrafe di Carl G. Jung, è chiaro il tema-chiave di questo romanzo, ovvero l’immensa solitudine che si può provare in mezzo agli altri, anche a causa di segreti che non si possono condividere. Come questa bruciante ammissione di Artie: “Io non volevo morire, semplicemente non volevo più vivere” (p. 45).

L’immensa solitudine che si può provare in mezzo agli altri

Cosa muove questa insoddisfazione? Quali segreti minano il rapporto con la moglie? Evie e Artie hanno saputo affrontare momenti difficilissimi, come le gravi conseguenze di un incidente in cui il figlio Rob, alla guida, ha visto morire la sua fidanzata di allora. Stringersi e affrontare le sofferenze, le conseguenze legali ma anche la rabbia dei genitori della ragazza sono stati tutt’uno.

Ma anche la quotidianità è sempre stata all’insegna della condivisione: dalle giornate a scuola di Artie alla “presenza ciarliera” (p. 123) di Evie, psicoterapeuta familiare appassionata del suo lavoro.

Copertina di Le cose che non diciamo, libri da leggere autunno 2026

Come mai Evie non si accorge della sofferenza di Artie?

Allora come mai Evie non si accorge della sofferenza di Artie, al punto che lui la guarda parlare, presa dalla conversazione e ignara dei suoi pensieri? Forse il problema è che Artie ha sempre cercato di rassicurare tutti, di non generare preoccupazioni.

Ma non è l’uomo sereno che cerca di mostrarsi: per dirne una, cova grande preoccupazione per le future elezioni presidenziali (la maggior parte della storia è ambientata tre anni dopo il Covid, e, benché Strout non faccia mai apertamente i nomi, è chiarissimo a quali elezioni e a quale futuro presidente ci si riferisca).

Anche la scuola è cambiata

O ancora: la scuola è cambiata, gli studenti hanno altre fragilità e nuovi bisogni da capire fino in fondo. Se uniamo gli adolescenti spaesati, alla ricerca di punti di riferimento, e l’ideologia politica imperante, capiamo come la vita di classe si colmi di angoscia per Artie, che nell’insegnare Storia ha sempre cercato di portare i ragazzi del liceo a riflettere criticamente anche sul presente. E adesso, malgrado la volontà del Preside, si registrano ingerenze anche sulla didattica.

Per di più, Artie non ha più neanche la sua vecchia amica Flossie MacDonald con cui sfogarsi (infatti nelle primissime pagine del libro, la donna parte, per avvicinarsi alla figlia). Non gli resta che sentirsi “un accumulo di solitudine” (p. 26).

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Una scoperta che mina lo statuto stesso della famiglia…

Ad aumentare il disagio quotidiano, Strout, maestra nel narrare come basti un segreto a distruggere certezze e far traballare legami, infila una scoperta sconvolgente. Una scoperta che mina lo statuto stesso della famiglia:

“E poi pensò: È da sempre che siamo seduti qui, con questa roba enorme e silenziosa tra di noi. Solo che prima non c’era, perché lui non l’aveva mai saputo. Ma Evie sì. Sera dopo sera per ventotto anni lei aveva saputo quella cosa […]. A ogni buon conto, quella diventò la parte della vita in cui Artie mentiva a sua moglie. Mentiva per omissione, ma di continuo”. (p. 98)

Dove conduca questo segreto, se Artie riesca o meno a superare la delusione, sono solo alcune delle prove che animano il romanzo e portano chi legge a incuriosirsi.

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La straordinaria capacità di Strout di muoversi nel tempo

A dominare, su tutto, c’è la straordinaria capacità di Strout di muoversi nel tempo, costruendo una narrazione e quadri descrittivi dove niente è lasciato al caso. Con il suo stile asciutto ed essenziale, disegna un mondo intero dove non si avverte mai l’assenza di dettagli importanti: nella selezione di cosa e come scrivere, nella scelta degli spazi bianchi e della giustapposizione di scene si costruisce una struttura salda, sempre convincente.

Niente è lasciato al caso. E così ci accomodiamo per duecento pagine nella vita di Artie, che è un po’ anche la nostra, ed è impossibile chiudere Le cose che non diciamo senza sentirsi per alcuni versi capiti, per altri spronati a guardarsi dentro senza rimandare.

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Fotografia header: Elizabeth Strout (foto GettyEditorial)

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