“Denunciare una molestia significa spesso diventare una guastafeste, e questo ci dice anche qualcosa sulle molestie stesse, che così spesso vengono nascoste…”. Dopo “Il manuale della femminista guastafeste”, Sara Ahmed torna in libreria con “Non diciamo no da sole – Arte e attivismo di denuncia”, un saggio sulle molestie sessuali all’interno delle istituzioni, soprattutto accademiche, e sulle loro conseguenze sociali e psicologiche. Per l’autrice, che abbiamo intervistato, “ogni nuovo giorno c’è altra violenza da assorbire – altre storie di molestie sessuali, altri esempi di come le istituzioni proteggano sé stesse proteggendo chi molesta…”
Sara Ahmed è un’attivista femminista e ricercatrice indipendente britannica i cui studi, che intrecciano femminismo, queerness e pratica decoloniale, hanno contribuito in maniera rilevante allo sviluppo dell’attivismo intersezionale degli ultimi decenni.
Dopo Il manuale della femminista guastafeste (Fandango, 2024), che ha diffuso il pensiero di Ahmed tra il grande pubblico anche in Italia, l’autrice torna in libreria, sempre per Fandango, con Non diciamo no da sole – Arte e attivismo di denuncia.
Il libro sviluppa la tematica delle molestie sessuali all’interno delle istituzioni, accademiche in primis, delineando (anche grazie all’accumulo di testimonianze talmente simili da potersi quasi sovrapporre) una serie di meccanismi che si riproducono sempre uguali a se stessi, dalla vittimizzazione secondaria delle donne che trovano il coraggio di denunciare una molestia, all’incapacità di una reazione efficace e adeguata da parte dell’istituzione e delle figure che dovrebbero tutelare le vittime. Un testo importante anche considerando la biografia dell’autrice, che si è allontanata dal contesto accademico iniziando una carriera indipendente proprio a causa di una vicenda di molestie subite da diverse iscritte dell’università dove Ahmed insegnava.

Sara Ahmed, la molestia, all’interno di un’istituzione, diventa un problema sistemico, che va oltre le persone coinvolte e si converte in una questione che riguarda l’intera comunità. Tuttavia, come emerge dai casi che racconta nel suo libro (e come possiamo vedere dalle notizie che leggiamo ogni giorno), le istituzioni tendono a difendere se stesse piuttosto che la vittima. In questo modo, si verifica un rovesciamento logico, per cui la persona che presenta una denuncia finisce a sua volta sotto accusa e la denuncia stessa, da strumento a difesa della vittima, si trasforma in un’arma a disposizione dell’istituzione.
“Ogni nuovo giorno c’è altra violenza da assorbire – altre storie di molestie sessuali, altri esempi di come le istituzioni proteggano sé stesse proteggendo chi molesta. Ma il fatto stesso che conosciamo queste storie è dovuto soprattutto alle azioni intraprese dalle vittime o sopravvissute, oppure da giornaliste e giornalisti dotati di una coscienza politica e femminista. Se Jane Doe non avesse portato la Cornell University in tribunale, non conosceremmo questa storia. Se le studentesse femministe non avessero reso pubblici i nomi degli autori delle violenze, non conosceremmo i loro nomi. Cerco di ricordarmelo quando tutto questo sembra insopportabile: quanto sappiamo grazie a chi sta reagendo e combattendo”.
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Nel libro emerge come le molestie sessuali vengano spesso trattate come una questione legata al modo di fare di chi molesta, quasi fosse una questione di “attitudine”, con l’obiettivo di sminuirne la gravità. La vittima viene così posta in una posizione scomoda, perché la sua reazione viene interpretata come esagerata. Si tratta di un meccanismo di difesa caratteristico della cultura patriarcale: secondo lei, quali pratiche possono essere utilizzate per rovesciarlo e mostrarne l’infondatezza?
“Per noi è molto difficile trovare una soluzione ai problemi istituzionali, in parte proprio perché è così che i problemi istituzionali spesso rimangono irrisolti: ci si aspetta che siano le vittime o altre persone a trovare le soluzioni. Credo che dobbiamo partire dal luogo in cui ci troviamo. La maggior parte di noi lavora in contesti in cui esistono leggi e politiche contro le molestie e il bullismo sul luogo di lavoro. È quindi importante mettere in luce il divario tra ciò che le organizzazioni dichiarano di fare e ciò che fanno realmente. All’emergere di storie di stupro, violenza sessuale e molestie sessuali, le organizzazioni continueranno a sostenere di aver agito correttamente e di avere una politica di tolleranza zero, finché non diventerà impossibile per loro continuare a sostenerlo. Purtroppo, le organizzazioni tendono a riconoscere la propria complicità soltanto quando non possono più permettersi di non farlo – e lo abbiamo visto anche nel caso della Cornell”.
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In che modo?
“È stato solo quando gli ex studenti hanno lanciato una petizione, che ha fatto emergere la minaccia di una perdita di entrate, che l’università ha annunciato che ci sarebbe stata un’indagine indipendente. Credo che abbiamo bisogno che quante più femministe possibile scrivano su queste questioni: aiuta davvero la nostra comunità a condividere i nostri pensieri e a sviluppare le nostre analisi. E una delle motivazioni principali per cui ho scritto il libro è stata che le persone continuavano a dirmi che era stato utile sapere che cosa era successo quando altre persone avevano presentato una denuncia. In questo modo, ci viene mostrato ciò che probabilmente già sappiamo: non sono solo io. È un problema più ampio. E quindi, anch’io non sono sola”.
In diversi punti del libro emerge il tema della differenza tra “conseguenza” e “punizione”. Quelle che dovrebbero essere le normali conseguenze di comportamenti scorretti vengono infatti interpretate – da chi molesta e dal sistema – come punizioni.
“Mariame Kaba (attivista statunitense ndr) distingue molto bene tra conseguenze e punizione. Suggerisce che punire significa ‘infliggere crudeltà e sofferenza alle persone’. Al contrario, ‘le persone potenti che si dimettono dai loro incarichi sono una conseguenza, non una punizione. Perché? Perché dovremmo avere dei limiti. E perché quello che hai fatto era sbagliato e il fatto che tu abbia potere è un privilegio. Questo significa che possiamo togliertelo. Non hai più potere’. Quello che volevo mostrare è come la perdita del potere venga vissuta (e spiegata) da chi detiene il potere come una punizione. E quindi la femminista, o la donna, che dice no alle molestie sessuali (usare l’espressione ‘molestia sessuale’ significa dire no a determinate forme di condotta) viene interpretata come motivata dal desiderio di punire. Questo profilo psicologico dovrebbe essere familiare a chiunque sia coinvolto nel femminismo: siamo vicini al territorio della feminist killjoy, la femminista guastafeste che viene vista come cattiva e desiderosa di privare le altre persone di ciò che appartiene loro, della loro gioia, della loro felicità, del loro successo, a causa di ciò che a lei manca”.
È quello che è successo anche a lei.
“Quando mi sono schierata al fianco delle studentesse che avevano presentato una denuncia alla Goldsmiths University, questa era la versione di me stessa che vedevo circolare: che volessi semplicemente il loro centro e le loro studentesse per me. Stiamo sostanzialmente parlando di come l’antifemminismo funzioni a livello istituzionale. Aiuta a diagnosticare il problema, anche se non abbiamo una soluzione!”.
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Ha scritto Non diciamo no da sole con una tecnica di scrittura per accumulo: le tesi che porta sono sostenute dal racconto delle esperienze individuali di decine di donne. Queste esperienze si assomigliano per natura e conseguenze al punto da essere quasi intercambiabili, mettendo così in evidenza l’enormità del problema.
“Sì, credo che ascoltare le denunce nel loro insieme, mettendo insieme frammenti delle esperienze di persone diverse, ci permetta di vedere qualcosa di altro rispetto a ciò che sta accadendo. Quindi si tratta di somiglianza, ma porta anche a qualcosa di più del semplice accumulo. Cambia il quadro, perché iniziamo a vedere anche quelli che chiamo meccanismi riproduttivi: il fatto che così tanto venga soppresso è parte del modo in cui le istituzioni si riproducono come istituzioni destinate soltanto ad alcune persone”.
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Dal libro emerge anche un problema di tutela della salute mentale delle persone vittime di molestie. Per questo, come sottolinea, non tutte le vittime possono essere in grado di denunciare gli abusi e affrontare tutto quello che consegue alla denuncia. Pensa che esistano dei modi per tutelare efficacemente la salute mentale delle donne all’interno delle istituzioni?
“È importante riconoscere che non tutte possono denunciare o presentare una lamentela per gli abusi che subiscono. Ma credo anche che uno dei risultati della mia ricerca sia il costo psichico del non denunciare: può portare le persone a sentirsi ‘schiacciate’ dal sistema, per usare una parola di una delle partecipanti alla mia ricerca. Presentare una denuncia può sembrare qualcosa che ci viene sottratto – e c’è del vero in questo. Spesso le organizzazioni trascinano per le lunghe le procedure relative alle denunce, per cui perdiamo tempo ed energie e possiamo persino mettere a rischio i nostri mezzi di sostentamento. Ma denunciare può anche restituirci qualcosa: una consapevolezza, la sensazione di poter dire ‘ci ho provato’, e anche altre persone. Denunciare significa spesso scoprire altre persone che hanno denunciato”.
Non essere sole, quindi.
“Per la nostra salute mentale abbiamo bisogno di altre persone che ci siano già passate e che capiscano, che sappiano come funziona il potere. Un altro modo per dirlo è che, per la nostra salute mentale, abbiamo bisogno del femminismo! E di una comunità femminista!”.

Questo libro dialoga direttamente con Il manuale della femminista guastafeste. Non è soltanto l’attivista femminista a essere una guastafeste, ma anche chiunque denunci di aver subito una molestia, senza magari avere necessariamente un percorso di attivismo alle spalle, diventa guastafeste. Chi è, allora, guastafeste?
“Una guastafeste non è necessariamente nemmeno una persona. La killjoy riguarda il luogo in cui viene individuato un ostacolo alla felicità. Per esempio, in quanto donna razzializzata, parlare di razza durante eventi femministi diventa spesso un atto da guastafeste, nel senso di qualcosa che rovina la gioia femminista. La stessa parola ‘razza’ può essere sufficiente a ostacolare un senso di solidarietà femminista. Può funzionare come un promemoria di una storia che alcune persone preferirebbero dimenticare. Quindi sì, denunciare una molestia significa spesso diventare una guastafeste, e questo ci dice anche qualcosa sulle molestie stesse, che così spesso vengono nascoste: è come se, portando il problema alla luce, fossi tu a farlo esistere”.
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Diventando una guastafeste.
“Questa è la dinamica della killjoy: si dà per scontato che, se smettessi di parlare delle molestie, queste scomparirebbero. Quindi vogliono che tu smetta di parlarne. O che tu scompaia. Se non siamo disposte a fare nessuna delle due cose, ci assumiamo il ruolo di guastafeste. È in quel momento che questo atteggiamento diventa qualcosa di più vicino a una posizione attivista”.
Che cos’è un orecchio femminista?
“L’orecchio femminista è quello che abbiamo quando ascoltiamo una denuncia – tutte quelle forme di discorso che così spesso vengono liquidate come prive di significato, oppure come segni di eccessiva sensibilità, reattività o persino isteria. Ci prendiamo il tempo necessario e diamo ascolto a ogni voce. Ascoltiamo chi non viene ascoltata. E ascoltiamo il modo in cui non viene ascoltata. Una donna, Stephanie, ha detto: ‘Se ti trovi in una certa situazione e ti lamenti, allora diventi la donna che si lagna, la lesbica che si lagna. E puoi sentire il cambiamento nella tua voce e nella dinamica degli incontri. E non ti piace sentirti parlare in quel modo, ma finisci sempre per ritrovarti in quella situazione, di nuovo’”.
Cosa intendeva?
“Sento moltissimo quel di nuovo. Veniamo percepite come dischi rotti, come se fossimo bloccate sempre sugli stessi punti. Ma facciamo le stesse denunce soltanto perché continuano ad accadere le stesse cose. E le stesse cose continuano ad accadere perché non hanno ascoltato le nostre denunce. Al contrario, le nostre denunce vengono sepolte dalle organizzazioni, messe in fascicoli che nessuno riesce più a trovare. Essere orecchie femministe, ascoltare le denunce, richiede quindi anche di impegnarci nell’azione necessaria a tirarle fuori dai fascicoli e portarle nel mondo”.
Quali possono essere i consigli pratici per riuscire a creare una comunità in grado di sostenere chi denuncia una molestia?
“Creare una comunità è la cosa più pratica che puoi fare. Spesso, quando presenti una denuncia, l’organizzazione renderà il procedimento riservato. Ti diranno di non parlarne con altre persone. Continua a parlare. Continua a creare connessioni. Prenditi una pausa, se ne hai bisogno. Condividi le tue esperienze. Scoprirai rapidamente che non sei sola. Continua anche a scrivere. Considerati impegnata in una ricerca sull’organizzazione. Tieni traccia di tutto. E leggi. Leggi libri femministi, soprattutto quelli più infuocati!”.
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