Perché il fenomeno Molchat Doma, esploso su TikTok con la GenZ, parla anche della nostra malinconia? Partita dalla Bielorussia, la band nei mesi più difficili della pandemia è diventata un riferimento per la “doomer generation”. Tra sonorità new wave (e soprattutto dark wave), Fëdor Dostoevskij, Mark Fisher, Byung-Chul Han, Slavoj Žizek e i Joy Division…

“Produci, consuma, crepa!”, cantavano i CCCP nel lontano 1986 in Morire, quando, nel mondo occidentale, l’universo culturale e soprattutto politico di riferimento era ben diverso rispetto a quello di oggi. Eppure, se pensiamo proprio a un fenomeno come quello dei CCCP e alla fine che ha fatto, quella promessa di comunismo infranta, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, non sappiamo invece dove esattamente si stia dirigendo il mondo di oggi. Né in senso politico, né tantomeno culturale, artistico e musicale.

copertina di CCCP, Affinità e divergenze, libri ultime uscite primavera 2026

E in una società in cui filosofi e pensatori dal calibro di Mark Fisher, Byung-Chul Han e Slavoj Žizek non fanno (non hanno fatto) che confermare, attraverso riflessioni e scritti come Realismo capitalista, La società della stanchezza e Contro il progresso (solo per citarne alcuni), che quel motto gridato a squarciagola è diventato in qualche modo “simbolico” del modo di vivere interconnesso di oggi e dei devastanti effetti del tardo capitalismo, ecco che le nuove generazioni – proprio come quelle del passato – trovano sfogo, rifugio e riscatto, ancora una volta, nella musica.

copertina del saggio la società della stanchezza di Byung-chul Han

Così, in una galassia sconfinata di vecchi e nuovi amanti del post-punk, non più divisi da barriere ideologiche o politiche, ma piuttosto frammentati in una miriade di sottogeneri cupi dalle sonorità stridule e metalliche, emergono nuovi fenomeni provenienti proprio da quel mondo “d’oltre cortina” per decenni sommerso: i Molchat Doma, senza dubbio una delle band più iconiche degli ultimi anni, divenuta simbolo (forse loro malgrado) della doomer generation dei giovanissimi, passando dalla gelida Minsk nella Bielorussia di Aleksandr Lukašenko, alla scena mondiale.

Molchat Doma band Milano 2023

I Molchat Doma a Milano nel 2023

Il fenomeno Molchat Doma: dal doomscrolling di TikTok alla scena mondiale

“We are Molchat Doma, from Minsk”, urlano oggi dai palchi di tutto il mondo, passando anche dall’Italia.

Il trio russofono Molchat Doma (dal russo Молчат дома, letteralmente “Tacciono in casa”, denominazione tutt’altro che casuale) si forma nel 2017 con Egor Škutko (voce e frontman), Roman Komogorcev (chitarra, sintetizzatore, batteria) e Pavel Kozlov (basso) e conta oggi oltre un miliardo e 400mila ascolti su tutte le piattaforme. Come accennato sopra, in meno di dieci anni la band è diventata tra i simboli della doomer generation di TikTok.

Ma cosa significa esattamente, “doomer generation”?

A partire dall’inglese “doom” ovvero “sventura, sciagura, rovina”, il “doomer” è colui che immagina un tragico destino per l’umanità, dove il mondo è ormai diventato talmente malato e incurabile, da essere destinato a un inevitabile collasso. Un neologismo esploso nell’era di Internet, e soprattutto, con Instagram e TikTok, dove i meme di Wojak – vignette rappresentanti una sorta di strana figura stilizzata che impersona il “maschio bianco depresso” (con numerose varianti) – si dedica assiduamente al “doomscrolling”, ovvero allo scrollare sugli schermi senza sosta, auto–alimentando le proprie inclinazioni nichiliste, spesso con ambientazioni cupe e minimaliste.

Meme wojak doomer tiktok

In sintesi: tanti ragazzini di oggi sono tristi, guardano cose tristi e, dunque, ascoltano canzoni tristi. Niente di nuovo, verrebbe da dire, soprattutto se consideriamo il fatto che una della maggior influenze dei Molchat Doma sono i Joy Division, oltre alla band simbolo del rock sovietico della generazione della Perestrojka, i Kino.

Nell’esplosione del fenomeno Molchat Doma, però, non sono solo le sonorità new wave e soprattutto dark wave, o i temi delle canzoni a essere protagonisti, quanto proprio il periodo storico e l’uso dei social media.

I Molchat Doma hanno prodotto, a oggi, solamente quattro album in studio: S kryš našich domov (2017) ovvero “Dai tetti delle nostre case”, Etaži (2018) “Piani”, Monument (2020) “Monumento” e Belaya Polosa (2024) “Striscia bianca”; ma è senza dubbio il secondo album ad averli resi famosi in una maniera del tutto imprevedibile.

Molchat Doma band album Monument

Etaži: un album dark, poetico e brutalista

Durante la pandemia di Covid-19 nella primavera del 2020, tutto il mondo, e con esso anche la cosiddetta GenZ, era chiuso in casa a scrollare per interminabili ore i feed dei social. Così, inaspettatamente, il brano Sudno (Boris Ryžij) proprio dell’album Etaži, in poche settimane è diventato virale su TikTok, che pur non essendo una piattaforma di streaming tradizionale ha raccolto oltre cinque miliardi di visualizzazioni, arrivando, nel giro di due mesi, direttamente al primo posto della classifica dei brani più virali su Spotify negli Stati Uniti e alla top 5 della classifica Spotify Global Viral 50, fino al Disco D’oro, ancora una volta negli Stati Uniti e ai tour sold-out in tutto il mondo.

Un fenomeno senza precedenti che, dalla sconosciuta scena bielorussa, ha consacrato i Molchat Doma in tutto il mondo, nonostante l’imponente barriera linguistica del russo.

Sudno (Boris Ryžij) è ispirata a una poesia del 1997 del poeta neo-romantico Boris Ryžij, morto suicida a soli 26 anni nel maggio del 2001. Destino tragico condiviso anche dagli altri due grandi ispiratori dei Molchat Doma: l’inconfondibile voce dei Joy Division Ian Curtis, impiccatosi giovanissimo, proprio come Boris Ryžij, e Viktor Coj, frontman e paroliere dei Kino, idolo assoluto della scena rock sovietica, morto in un tragico incidente d’auto a 28 anni.

Molchat Doma album

Tornando al brano Sudno, i versi di Ryžij fanno trasparire un forte senso di alienazione e desiderio di morte, immersi nella stanza di un ospedale psichiatrico, dato che il poeta per tutta la durata della sua breve vita soffrì di depressione e spesso cercò conforto nell’uso di sostanze.

Il rapido ritornello dei Molchat Doma dice infatti: “Padella da letto smaltata / Una finestra, un comodino, un letto / Vivere è difficile e scomodo / ma almeno è confortevole morire”. Un brano che, nel pieno della pandemia e dell’alienazione collettiva, non poteva che diventare un grido generazionale che oggi fa da colonna sonora a milioni di video e Reel sui social che si ricollegano tanto alla scena dark wave e cold wave contemporanea, quanto al mondo cupo e brutalista dell’universo post-sovietico, anche dal punto di vista visuale.

Quest’ultimo fenomeno emerge, del resto, non solo nel brano Sudno, ma più in generale a tutto l’album Etaži, che fa riferimento ai piani dell’imponente costruzione brutalista Panorama, un ex hotel costruito nella Cecoslovacchia del 1975 presente sulla copertina. Richiamo che troviamo anche nelle copertine degli altri album e singoli dei Mochat Doma, raffiguranti diversi monumenti brutalisti di epoca socialista.

Il tema dell’alienazione torna poi in tanti altri brani, come Na dne (in russo На дне, letteralmente “Sul fondo”), Kletka (Клетка, ovvero “cella, prigione”), e Toska (Тоска), un termine pressoché intraducibile che fa riferimento alla classica “malinconia russa”. Un senso di nostalgia, vuoto interiore e angoscia spirituale che caratterizza tutta la grande letteratura russa dell’Ottocento, e in particolar modo gli scritti di Fëdor Dostoevskij.

“…Suona il campanello,
Bussa alla porta, ma nessuno verrà ad aprirti.
Fuggi sciocco, fuggi sciocco!
Giù per la tromba delle scale,
Tra le scritte sui muri,
dimenticate per sempre.
Giù per la tromba delle scale,
Come bruciature su muri imbiancati
Incomprensibili, come me…” dal brano Kletka

Produci, consuma, scrolla: una preghiera collettiva verso l’abisso

Per tutte queste ragioni i Molchat Doma hanno creato un intero immaginario sentimentale, visivo e persino architettonico, caratterizzato da palazzi grigi e spigolosi, volti cupi, sonorità metalliche dai ritmi incalzanti e veloci, alternati a brani più laceranti, quasi (volutamente) cantilenanti, dove alcuni ritornelli sembrano persino richiamare gli echi dei cori ortodossi russi, con un rilascio della voce graduale che crea l’effetto di un lamento collettivo in preghiera, pur essendo, in realtà, una sola voce a riempire il tutto: quella di Egor Škutko.

È qui opportuno menzionare brani fondamentali come Filmy (Филмы “Film”), Volny (Волны “Onde”) o la più recente Son (Сон “Sogno”), in Belaya Polosa. Oltre ai brani dal contenuto più politico come Kommersanty (Коммерсанты “Commercianti”) e Ljudi Nadoeli (Люди Надоели “La gente è stufa”).

Molchat Doma band album Belaya Polosa

Difatti, i Molchat Doma hanno da anni lasciato la Bielorussia (il cui leader Aleksandr Lukašenko coopera direttamente alle politiche di Vladimir Putin), non solo a causa della guerra tra Russia e Ucraina, ma anche, più in generale, a causa della poca libertà d’espressione in patria: proprio Lukašenko, al potere dal 1994, si autodefinisce, e nemmeno troppo ironicamente, come “l’ultimo dittatore d’Europa”.

Proprio per questo i Molchat Doma vivono oggi a Los Angeles e hanno portato oltre 300 performance live in tutto il mondo, passando per Nord e Sud America, Europa e Australia, arrivando a esibirsi anche al Coachella nel 2022 e al Primavera Sound nel 2022 e nel 2023. E chi ha avuto la fortuna di vederli anche in Italia, tra i vari live a Milano, Torino, Roma e Bologna, potrebbe persino aver notato una strana e bizzarra somiglianza tra il frontman Egor Škutko e Dostoevskij, mentre canta della sua – e forse un po’ nostra – toska russa.

“So che hai bisogno del mio amore
Vattene e non tornare mai più
Troverò qualcosa con cui tenermi occupato
Vola via, fuggi da me malinconia
Sarò felice di perderti
Non vedo ostacoli, anche se ne rimane uno
Da quando te ne sei andata
Perché mi sento così bene, oh malinconia?” dal brano Toska

Così, se la lunga scia di influenze nell’universo post-punk degli ultimi quarant’anni – con band come gli Smiths, The Cure, New Order, Talking Heads, Depeche Mode, Bauhaus, i già citati Joy Division, con fenomeni più recenti come Lebanon Hanover – non si è mai esaurita, con un’ulteriore frammentazione in numerosi sottogeneri della scena new wave, nella contemporaneità si aggiunge un tassello ormai imprescindibile, non più solo occidentale, come i Molchat Doma. Dimostrando come anche fenomeni di nicchia, soprattutto geografica e linguistica, hanno la capacità di diventare universali.

E tornando all’iniziale “Produci, consuma, crepa!”: oggi il comunismo sembra essere finito sia qui, sia nella parte di mondo che una vola era al di là del Muro. E forse i Molchat Doma non intendono davvero invitarci a morire. È indubbio, però, che con la loro musica ci hanno fornito un nuovo strumento: una lingua per ironizzarci su, pur sapendo di sprofondare in un dolceamaro, malinconico e sconfinato abisso collettivo.

nota: traduzioni a cura di Diana Mihaylova

Fotografia header: Molchat_Doma (Wikimedia Commons Lituania 2019)

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