Un catalogo ragionato della "zerbinocrazia italiota", che con la Seconda Repubblica si è trasformata in una vera epidemia: "Slurp", l'ultimo libro di Marco Travaglio

L’Italia non è una democrazia compiuta: Slurp (Chiarelettere), il nuovo libro di Marco Travaglio, ne è la prova. E’ un “dizionario delle lingue italiane, lecchini, cortigiani e penne alla bava al servizio dei potenti che ci hanno rovinati”.

Per il direttore del Fatto Quotidiano i “signorini grandi lingue” sono giornalisti e opinionisti di chiara fama (e fame) che hanno beatificato la peggior classe dirigente d’Europa. Basta dar loro la parola. Cronache da Istituto Luce, commenti da Minculpop, ritratti da vite dei santi… Un esercito di adulatori in servizio permanente effettivo. Un catalogo ragionato della “zerbinocrazia italiota”, un dizionario dei migliori adulatori e cortigiani dei politici e degli imprenditori che, a leggere i giornali e a vedere le tv, avrebbero dovuto regalarci benessere, prosperità e felicità. E invece ci hanno rovinati. Con la complicità della cosiddetta informazione…

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Marco Travaglio è direttore de “il Fatto Quotidiano” e collaboratore fisso del programma “Servizio pubblico” di Michele Santoro. I suoi molti libri, tutti bestseller, compongono insieme una controstoria dell’Italia della Seconda Repubblica, da L’odore dei soldi (con Elio Veltri, 2001), Mani pulite (con Peter Gomez e Gianni Barbacetto, 2002 e 2012), Regime (con Peter Gomez, 2004), ai più recenti Ad Personam (2010) e Viva il Re! (2013). Dopo i successi teatrali di Promemoria , Anestesia totale (con Isabella Ferrari), E’ stato la mafia (con Isabella Ferrari e con Valentina Lodovini), è in scena con il nuovo spettacolo Slurp (con Giorgia Salari, sempre per la produzione Promo Music).

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(per gentil concessione di Chiarelettere):

Dante Alighieri li tratta peggio degli assassini e dei tiranni: li sbatte nell’ottavo cerchio dell’Inferno. Li chiama «ruffiani, ingannatori e lusinghieri». E li fa frustare sulla schiena e sulle chiappe da cornutissimi diavolacci. Ma, siccome quel contrappasso ancora non gli basta, li immerge pure fino alla punta dei capelli in un lago di sterco che pare lo scarico di tutte le fogne del mondo. Avete leccato culi per tutta la vita? Allora sguazzate nel loro prodotto tipico per l’eternità. Uno gli pare di conoscerlo: è Alessio Interminelli, nobiluomo di Lucca e noto lustrascarpe.

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso / vidi gente attuffata in

uno sterco / che da li uman privadi [latrine, nda] parea mosso. / E

mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, / vidi un col capo sì di merda

lordo, / che non parea s’era laico o cherco. / Quei mi sgridò:

«Perché se’ tu sì gordo / di riguardar più me che li altri brutti?».

/ E io a lui: «Perché, se ben ricordo, / già t’ho veduto coi capelli

asciutti, /e se’ Alessio Interminei da Lucca: / però t’adocchio più

che li altri tutti». / Ed elli allor, battendosi la zucca: / «Qua giù

m’hanno sommerso le lusinghe / ond’io non ebbi mai la lingua

stucca».

Cioè stanca. Per Dante, che la lingua l’ha sempre usata per criticare il potere, non per leccarlo, e ne ha pagato le conseguenze, la ruffianeria è uno dei peccati più spregevoli. Ma non solo per lui. Sull’arte adulatoria c’è ampia, sterminata letteratura.
Moltissimi grandi scrittori – da Aristofane a Plauto, da Tolstoj a Proust, da Flaubert a Dostoevskij, da Mann a Kafka, da Dickens a Cervantes, da Goldoni a Verne, da Balzac a Beckett – vi si sono dedicati. Chi per descriverla, chi per sbeffeggiarla, chi per praticarla o addirittura teorizzarla.Svetonio racconta che Nerone fece incetta di allori ai Giochi di Olimpia del 67 d.C. Per vincere tutto si era portato appresso una corte di cinquemila persone. Alla corsa delle quadrighe, un brusco movimento dei cavalli lo sbalzò giù dal cocchio imperiale. Ma gli avversari, anziché approfittarne per allungare il passo, si fermarono di colpo e attesero pazienti che risalisse dalla polvere a bordo e riprendesse la gara fino al trionfo finale. Del resto i leccapiedi erano di casa nelle corti di tutti gli imperatori romani: tant’è che il vizietto di Tiberio di immergersi nella piscina della sua villa a Capri circondato da ragazzini («pisciculi», pesciolini), che dovevano infilarglisi fra le gambe e vellicare le sue voglie con giochetti di lingua e piccoli morsi, diventò una metafora delle bassezze cui si piegavano i cortigiani. […]

Questo libro propone tutto il meglio del peggio dei loro emuli italici: giornalisti, intellettuali, politici, imprenditori, manager, scrittori e artisti o presunti tali), anch’essi pronti a scorticarsi le ginocchia, ma per stabilire primati molto meno nobili e disinteressati. Un catalogo ragionato della Zerbinocrazia italiota. Una storia in pillole del secondo mestiere più antico del mondo, il giornalismo, peraltro in spietata concorrenza con il primo. Un dizionario dei Signorini Grandi Lingue al servizio di tutti i padroni: non soltanto della politica, ma anche dell’economia, della finanza, della burocrazia, della Chiesa e di tutti gli altri poteri. Cioè della peggior classe dirigente di tutti i tempi che, a leggere i giornali di questi vent’anni, avrebbe dovuto regalarci benessere, prosperità e felicità. E invece ci ha regolarmente, scientificamente rovinati.
Ma ha potuto ingrassare, sopravvivere e autoperpetuarsi fino a oggi, scampando gattopardescamente a ogni cataclisma, anche con la connivenza e/o complicità di milioni di persone cloroformizzate da un’informazione che avrebbe dovuto illuminarle e svegliarle, invece le ha accecate e addormentate. Poi, con comodo, al risveglio, hanno scoperto che molti di quei geniali imprenditori, manager, banchieri e finanzieri di cui la stampa e la tv cantavano le lodi avevano violato leggi, pagato mazzette, rubato a man bassa, avvelenato l’ambiente, devastato le aziende, incenerito valore economico, distrutto posti di lavoro e talvolta anche vite umane. E che quasi tutti i governi magnificati dalla cosiddetta informazione non avevano azzeccato una mossa, una scelta, una riforma, lasciando l’Italia in condizioni molto peggiori di come l’avevano trovata.

Chi leggerà il libro scoprirà che – a parte poche eccezioni di lingue unidirezionali, che leccano ossessivamente lo stesso destinatario – i leccatori sono più o meno sempre gli stessi per tutte le stagioni. Dal 1992 a oggi sono riusciti a incensare la Lega di Bossi e poi Di Pietro e Mani pulite perché ci salvavano dai ladroni della Prima Repubblica (che, peraltro, avevano leccato fino al 1992), poi Berlusconi perché ci salvava dai ladroni della Prima Repubblica e anche da Mani pulite, poi Dini perché ci salvava da Berlusconi, poi Prodi perché ci salvava da Dini e da Berlusconi, poi D’Alema perché ci salvava da Prodi, poi Amato perché ci salvava da D’Alema, poi Berlusconi perché ci salvava da Prodi, poi Prodi-2 perché ci salvava da Berlusconi-2, poi Berlusconi-3 perché ci salvava da Prodi-2, poi Monti perché ci salvava da Berlusconi-3, poi Letta perché ci salvava da Monti, infine Renzi perché ci sta salvando da Letta (come no). Con l’aggravante delle larghe intese imposte da Napolitano (sempre sia lodato): tutti i grandi partiti al governo e tutte le migliori lingue dietro.

Gli sciuscià sono fatti così. Se ne stanno carponi giorno e notte a lustrare scarpe e, lustratòne un paio, passano subito a quello successivo, senza neppure alzare gli occhi per accorgersi che è cambiato il cliente. Chi ci ha ingannati tradendo il dovere di informarci ha le stesse colpe di chi ci ha sgovernati promettendo di salvarci. E se né gli uni né gli altri hanno mai pagato un centesimo per le proprie responsabilità, è perché leccatori e leccati sono indissolubilmente legati. Simul stabunt, simul cadent. Diceva Flaiano: «A furia di leccare, qualcosa sulla lingua rimane sempre».

Ps1. Può darsi che anch’io, in 32 anni di carriera, sia incorso in qualche leccalecca. Se è capitato, non me ne sono accorto, ma me ne scuso.

Ps2. Può darsi che vi sia incorso qualche giornalista del «Fatto». Se è capitato, non me ne sono accorto, altrimenti il collega sarebbe finito nell’apposita rubrica «Leccalecca» e, subito dopo, licenziato (in questi casi, e solo in questi, non c’è articolo 18 che tenga).

Ps3. Scandagliando gli archivi (non solo il mio) per questo libro, mi sono imbattuto in memorabili esemplari di leccatori d’annata: quanto basta per raccontare la storia delle lingue italiane dagli anni del fascismo a quelli della Prima Repubblica, molto più indietro dei confini temporali che mi sono imposto per Slurp (la Seconda Repubblica). Se questo libro vi piacerà, prima o poi diventerà il sequel di un prequel che ho già in mente. Come nella saga di Guerre – anzi di Lingue – stellari

(continua in libreria…)

Oggi, 18 maggio, alle 18.30, Marco Travaglio presenta Slurp alla libreria Feltrinelli di Piazza Duomo a Milano.

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