"L’altro bambino" di Joy Williams echeggia di un senso della morte sempre presente. L'autrice americana disegna la sua metafisica in un racconto che unisce virtuosismi stilistici continui, monologhi che sono preghiere e racconti che sono invocazioni - L'approfondimento

Dura poco la fuga di Pearl: Walter la ritrova subito, in un hotel presso l’aeroporto di Miami, e la riporta a casa, sulla loro isola.

È lì che vivono, Walter e Pearl, insieme al fratello di lui Thomas, a Shelley e Lincoln, a Miriam e a una dozzina di bambini. L’isola di Hart è casa, un luogo di culto e di follia. E i bambini, alcuni biologici altri adottati, sono il progetto di Thomas, che li accoglie, li educa, li cresce.

Anche Pearl ha un bambino, Sam, suo e di Walter, e con loro, malvolentieri e scossa dal gin, sale sull’aereo che la riporterà nella grande residenza di famiglia da cui era scappata.

Ci sarà un incidente, e lei sopravvivrà, insieme a Sam, anche se, Pearl ne è convinta, non è più Sam quel fagotto che gli hanno messo in grembo in ospedale. È il figlio di un’altra.

Joy Williams, L'altro bambino

L’altro bambino di Joy Williams (Black Coffee, traduzione di Sara Reggiani) porta il lettore in una realtà costantemente sfuocata dall’alcol: la rediviva Pearl ricomincia la vita sull’isola, nella sua “cerchia del mai” e cade preda dei bambini, delle loro fantasie, dei loro incantesimi. È una tribù fatta di istinti, di tirannie, di magia, di sproloqui fantasiosi e di slanci sanguinari, di allucinazioni: nel microcosmo infantile della casa Pearl entra inconsapevolmente attratta dalla naturalità, dal miraggio di un’età felice, dalla speranza di una redenzione e viene fatta prigioniera dello spirito selvaggio della banda sfrenata.

“«Pearl,» diceva Thomas «i bambini dettano le loro regole.
Il loro mondo è il loro mondo. Non tentare di entrarci».
«Ma io preferisco le loro vite alle nostre» ribatteva lei.”

Lentamente la metamorfosi con i bambini avvolge ogni momento della sua vita, in una ricerca di natura che diventa bisogno ancestrale e spaventoso che la spinge a estraniarsi nel territorio del nulla, l’unico che sente suo, nella sua maternità violata dal sospetto.

“Per quanto, sotto molti aspetti, fossero affascinanti, gli altri bambini per lei erano come tanti piccoli fiori letali, dei Satana in boccio…”

I bambini di Pearl danno vita a rituali macabri e grotteschi, si ritrovano nelle tenebre delle caverne per far rivivere i giorni della favola, del mistero e dell’incoscienza, con un potere sempre più forte che unisce amore e sofferenza. E Pearl si allontana ogni giorno dal mondo tossico degli adulti.

C’è l’eco del Signore delle mosche nel viaggio allucinato di Pearl a ritroso nelle oscurità selvagge di questa società di bambini, subumana, nuda, ferale, capace di edificare mondi a parte. Capace di uccidere. William Golding avrebbe gradito: crescere è un incubo.

“I bambini erano troppo innocenti per procurare la salvezza. I bambini, semmai, guidavano i loro anziani dritto nelle fauci della morte”.

L’altro bambino echeggia di un senso della morte sempre presente, una consapevolezza naturale, che segna un percorso: la morte ci conferisce la forma della nostra umanità legandola profeticamente al principio dei tempi, dove umani e animali erano una cosa sola, dove tutto era caos. Separarsi dagli animali è stato il vero peccato dell’uomo.

Sulle isole hanno origine i bambini, sulla terra dove ritornano i morti. In questo cerchio Joy Williams disegna la sua metafisica, in un racconto che unisce virtuosismi stilistici continui, monologhi che sono preghiere e racconti che sono invocazioni.

Gioca con le parole, l’autrice, in un’alchimia complessa di poesia e di febbrile canto in cui le frasi sono piene di oscurità e pathos, per accentuare la straniamento, e toccare il subconscio.

“Siamo come salamandre che danzano nel fuoco”.

Commenti