"Arte" di Yasmina Reza, acclamata come una delle principali drammaturghe in lingua francese e autrice de "Il dio del massacro" (da cui Roman Polanski ha tratto il film "Carnage") e "Babilonia", è un testo tanto divertente quanto crudele, che rappresenta l'egoismo e l'ipocrisia che regolano i rapporti d'amicizia. E che è protagonista anche in Italia a teatro e in libreria - L'approfondimento

Serge ha comprato un quadro. È una tela di circa un metro e sessanta, dipinta di bianco. “Il fondo è bianco, e strizzando gli occhi si possono intravedere delle sottili filettature diagonali, bianche”. Un quadro bianco con filettature bianche. L’ha pagato duecentomila euro. Serge lo guarda compiaciuto, mentre Marc scoppia a ridere: non riesce a capire, proprio non può accettare, trova inconcepibile che l’amico abbia speso tutti quei soldi per un quadro che, secondo lui, “è una merda“.

Il quadro non gli piace. E va bene… Nessuna affettuosità nel suo atteggiamento. Nessuno sforzo. Nessuna affettuosità nel suo modo di condannare. Una risata proterva, perfida. Una risata che sa tutto meglio di tutti. Ho odiato quella risata.

Si conoscono da una vita, Serge e Marc, e si sono sempre voluti bene, anzi, di più: sono sempre stati orgogliosi della loro amicizia. Si stimavano, si piacevano. Eppure, adesso, di fronte a quella tela bianca, non si riconoscono.

Il fatto che Serge abbia comprato quel quadro mi sconcerta, mi preoccupa e suscita in me un’angoscia indefinibile.

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L’unico che potrebbe smorzare la situazione è Yvan, terzo componente del trio. Un tipo simpatico, pacifico, sicuramente meno narcisista ed egocentrico di Serge e Marc. Yvan non ha combinato molto nella vita, ma adesso ha trovato lavoro in una cartoleria e sta per sposarsi con una ragazza di buona famiglia. Non ama prendere posizione, è sempre accondiscendente e pacato, per questo viene accusato dagli altri due di pusillanimità e doppiezza. Di certo Marc non si aspetta che proprio Yvan rimanga colpito dal quadro di Serge. E invece gli piace. Davvero? “Bé, sì, sì, sì”. Un po’ caro, però non completamente orrendo, forse c’è qualcosa. Forse ha ragione Serge.

Per me non è bianco. Quando dico per me, intendo oggettivamente. Oggettivamente non è bianco. Ha un fondo bianco, ma con tutta una gradazione di grigi. C’è perfino del rosso. È molto pallido, diciamo. Fosse bianco non mi piacerebbe. Marc lo vede bianco… È il suo limite… Marc lo vede bianco perché si è fissato che è bianco. Yvan no. Yvan lo vede che non è bianco.

In una stanza tre amici si confrontano, si scannano, si massacrano davanti a un quadro bianco a righe bianche, davanti a quello che non riescono più a vedere, davanti agli inevitabili cambiamenti che tutti i rapporti, compresi quelli di amicizia, sono condannati a subire.

Arte (Adelphi, traduzione di Federica Di Lella e Lorenza Di Lella) di Yasmina Reza, nata a Parigi da padre iraniano e madre ungherese, acclamata oggi come una delle più importanti drammaturghe in lingua francese, è un testo del 1994, tanto divertente quanto crudele, che rappresenta l’egoismo e l’ipocrisia che regolano le relazioni tra le persone. L’ha portato in scena, al Teatro Fontana di Milano, Alba Porto con la nuova traduzione di Luca Scarlini. Sul palco gli attori Mauro Bernardi, Elio D’Alessandro e Christian La Rosa, Premio Ubu 2017 come miglior attore under 35 per la sua interpretazione nel Pinocchio di Antonio Latella.

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L’arte diventa la metafora della soggettività assoluta e, quindi, dell’impossibilità di comunicare, resa anche scenicamente dalle tre porte distinte attraverso cui ogni personaggio entra nello spazio domestico che, come per Il dio del massacro (da cui Roman Polanski ha tratto il film Carnage), diventa il luogo per eccellenza in cui l’autrice lascia consumare i suoi drammi.

Senza enfasi né affettazione, ma restituendo i toni di una vera discussione tra amici, dal divertito al nevrotico, passando per l’aggressivo e sfumando nel conciliatorio, lo spettacolo rivela risentimenti e rivalità di un gruppo di compagni legati non si sa più da cosa, se non dal ricordo di uno sguardo che, probabilmente, un tempo condividevano.

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