Una coppia sulla via del divorzio, una strana terapeuta, una quarta presenza nella stanza: il matrimonio... John Jay Osborn, autore di "The Paper Chase", torna con un romanzo di sottile humour, che riporta alla mente la serie "In Treatment"

Un matrimonio nasce dall’amore, ma non solo: un matrimonio è fatto di soldi, di case, di impegni da incastrare, eventualmente di figli. Un matrimonio è pieno di milioni di parole che vengono dette e ripetute, e pochissime che vengono ascoltate davvero. John Jay Osborn (sceneggiatore e romanziere, autore nel 1970 del bestseller The Paper Chase) lo sa bene, e dalla sua esperienza in terapia con la moglie nasce il romanzo Ascoltate il matrimonio (Bollati Boringhieri, traduzione di Costanza Prinetti Castelletti).

Tre personaggi, una stanza, una sedia apparentemente vuota: questo basta perché dalla pagina prenda vita una relazione complessa, densa di emozioni contraddittorie, e il lettore si senta invitato, a sua volta, a fare quello che in molte coppie difficilmente si è in grado di fare: ascoltare.

Sandy è una terapeuta fuori dall’ordinario: proprio durante la prima seduta, interviene nella contesa tra Gretchen e Steve, consigliando al marito di cedere alla moglie l’anticipo di 200.000 dollari della vendita della casa che hanno in comune. I due proprio litiganti non sono, altrimenti Steve non acconsentirebbe immediatamente a passare a Gretchen tutti quei soldi, allungandole addirittura l’assegno, e girandoglielo. Un inizio del genere lascia ben sperare in una riconciliazione tra i due, ma la storia procede con Sandy che li convince a parlarsi, finalmente. Alla base di un matrimonio (forse) finito ci sono l’incapacità di parlare e di ascoltare, non necessariamente a livelli patologici, e il lettore può capirlo, se ha sperimentato almeno una volta nella vita la stessa rischiosa reticenza e la stessa pericolosa distrazione. Qui silenziosa è la donna, e distratto l’uomo, ma le parti si potrebbero facilmente invertire.

JOHN JAY OSBORN - foto di Emilie S. Osborn
John Jay Osborn  – foto di Emilie S. Osborn

Il processo di empatia e identificazione è immediato, e mentre Sandy cerca di portare i due a capirsi e magari a riconciliarsi, al lettore non resta che seguire avidamente, da vero voyeur, i dialoghi, con relative rimostranze, lamentele, accuse che la terapeuta aizza abilmente ma che poi sa arginare perché non sfocino nella rissa e poi nella frattura insanabile, cioè nel divorzio… È alla pagina scritta che riserva i propri commenti sui due, lasciandosi scappare anche piccoli dettagli sulla propria vita affettiva non facile. Solo alla fine scopriamo che ha due matrimoni falliti alle spalle, e dei problemi con una madre dispotica appena “traslocata” a forza in una casa di cura.

I due invece sono giovani e belli, adulteri inesperti, e pronti a dare la colpa del loro fallimento alle reciproche infedeltà. Ovviamente queste sono l’ultimo (o il penultimo) dei problemi, e man mano si scoprono le vere ragioni di quella separazione tra un uomo e una donna che sono ancora legati nel profondo. È chiaro, dagli scambi, che nessuno dei due si annoia o si è mai annoiato con l’altro, quindi la benevola, saggia e ottimista terapeuta cerca di portarli alla riconciliazione. Nello studio c’è anche una sedia verde, tappezzata, incongrua con il resto dell’arredamento moderno e lineare, a cui Sandy indirizza spesso dei commenti “fuori campo”. La prima a scoprire a cosa serve è Gretchen, che da quel momento procede velocissima nella terapia, trascinandosi dietro il meno perspicace Steve. C’è il lieto fine, ma quello che più piace è la leggerezza, o meglio, l’assenza di quella pesantezza ai confini con la tragedia che caratterizza le classiche narrazioni di terapia…

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