Su ilLibraio.it un capitolo dal saggio di Nagisa Tatsumi, "L'arte di insegnare il riordino ai bambini. Mettere in ordine sviluppa le capacità dei più piccoli"

Nagisa Tatsumi, giornalista, scrittrice ed educatrice giapponese, torna in libreria con L’arte di insegnare il riordino ai bambini. Mettere in ordine sviluppa le capacità dei più piccoli (Vallardi), un libro di consigli e approfondimenti sull’importanza dell’insegnare ai propri figli a mettere in ordine, e sul perché farlo.

In Giappone il riordino ha un’importanza molto superiore a quella che gli viene attribuita nella nostra società, tanto da essere oggetto di studi all’università: è un’attività che procura diversi benefici, sia fisici sia mentali, e Nagisa Tatsumi è un delle maggiori esperte di riordino.

Dopo L’arte di buttare (Vallardi), l’autrice torna sull’argomento per spiegare come si insegna ai bambini la necessità di riordinare, come dare loro il buon esempio e abituarli a riordinare senza il bisogno che gli venga detto. Dritte e consigli per i genitori che vogliono educare i proprio figli al riordino, senza essere troppo rigidi né troppo indulgenti.

l'arte di insegnare il riordino ai bambini

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del libro:

Ai bimbi non piace riordinare

A partire dai due anni di età, i bambini continuano a sentirsi ripetere dai genitori «Metti in ordine!» in pressoché qualsiasi occasione.

«Mi raccomando, prima di metterti a tavola riordina!»

«La tua camera è un disastro. Se la mettessi in ordine?»

«Abbiamo ospiti, fammi il favore di mettere un po’ a posto.»

Sono raccomandazioni che non di rado sfociano in un perentorio:

«Te lo devo dire ogni volta? Fila a mettere in ordine!»

Ai bambini non piace riordinare. Certo, anche gli adulti che dichiaratamente amano il riordino non sono poi molti, ma, se parliamo dei bambini, non ce n’è nessuno a cui piace metterlo in pratica.

Si lasciano trasportare da ciò che li attira e tirano fuori un gioco dietro l’altro; sono così contenti di usare piatti e piattini durante la pausa merenda; allineano palette e secchielli quando si dedicano al giardinaggio; nel dubbio del «cosa mi metto oggi?» scelgono il vestitino più adatto riversando fuori tutto il contenuto dell’armadio… Così facendo, tirando fuori oggetti a tutto andare, non passa loro nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di rimettere ogni cosa al suo posto.

Ogni tanto mi chiedo se il riordino non sia un comportamento ereditario. Perché il tirare fuori segue le necessità e i desideri, mentre il riordino non è sentito come un bisogno, né come un desiderio. Le persone, fin dalla loro infanzia, continuano a sentirsi rimproverare con il solito «Metti a posto!», tanto che potremmo quasi affermare che il riordino sia diventato un comportamento acquisito.

Di sicuro i bambini che non hanno ancora appreso il concetto di riordino non possono dire di non saperlo fare, quanto piuttosto di non conoscerlo. Non si tratta, dunque, di qualcosa che non piace, ma, piuttosto, di qualcosa che non si conosce.

Il bambino che non sa riordinare è un cattivo bambino?

Non esiste in nessun luogo un bambino che nasca dotato della capacità di riordinare.

Se la si pensa così, allora, solo perché un bambino è disordinato i genitori non dovrebbero nemmeno vergognarsene o arrabbiarsi con lui.

Un bambino che non sa riordinare non è né un cattivo bimbo né qualcuno da rimproverare. È normale che sia così. Dal momento che non ha acquisito il concetto del riordino, non capisce nemmeno come fare a sistemare qualcosa in un modo che si possa definire ordinato; insomma, anche se gli si ripete continuamente «metti a posto», il bambino va solo in confusione.

Poveretti quei bambini che vengono rimproverati di non essere in grado di riordinare solo perché non sanno cosa significhi farlo; o quelli che, a causa di ciò, vengono etichettati come disordinati. D’altra parte, sono sfortunati anche quei bambini a cui i genitori negano la possibilità di assimilare la capacità del riordino perché rinunciano subito, al pensiero di «tanto non riesce», «faccio prima a farlo io» o «d’altronde è ancora piccolo».

Penso che, proprio come insegnano al bambino la lingua madre o il modo per utilizzare utensili come forbici e bicchieri, gli adulti dovrebbero cercare di fargli apprendere anche il riordino.

Per quanto possa essere impegnativo e difficile da intraprendere, l’unico modo è riflettere insieme al bambino e procedere nell’insegnamento con grande cura e attenzione. Così lo si indurrà un po’ alla volta a mettere in pratica quello che è in grado di fare da solo.

No alle minacce e alle punizioni.

Ho pensato e ripensato se recitare formule magiche come «Io sono un bambino che sa riordinare» possa migliorare la situazione. Ma anche «Bidibi bodibi bu» e «Abracadabra!» potrebbero avere un effetto immediato. Dato che purtroppo non è così, quando mio figlio lascia le sue cose sparpagliate per tutta la stanza, capita anche che io finisca per minacciarlo con «Metti a posto, altrimenti butto via tutto!» oppure «Se non riordini subito non potrai mai più salire al piano superiore» (dove c’è la stanza da letto).

Capita anche che mio marito, andando più dritto al sodo, proclami: «Se non hai cura delle tue cose (se non le riordini) non te ne compreremo più!»

Conosco una persona che un giorno tuonò addirittura: «Guarda che se non metti a posto ti verrà a prendere il Grande Buddha!» Suo figlio, da piccolo, era infatti rimasto a bocca aperta di fronte alla maestosità del Grande Buddha di Kamakura e pare che desiderasse la sua apparizione. La forza dell’immaginazione non ha limiti.  Nella mia famiglia, un tempo, si usava dare vita a folletti e spiritelli creati ad hoc per ogni occasione: ad esempio, quando un bambino correva qua e là nudo per il bagno gli si diceva: «Guarda che arriva il mostrodelpisellino!» (quello che mangia i pisellini); oppure quando giocava troppo vicino alla stufa lo si ammoniva con «Attento che spunta lo spiritellobruciapelle!» (quello che provoca ustioni); oggi, però, non funzionerebbe con il folletto del riordino. Perché non avrebbe lo stesso effetto di uno che ti mangia il pisellino se giri nudo o ti brucia se ti avvicini troppo alla stufa. Pensateci: «Se non riordini, tutti i giocattoli si romperanno» suona proprio come una presa per i fondelli, e «Se non metti a posto, tutti i libri scompariranno» non suona poi così minaccioso.

Piuttosto, di solito si finisce per ricorrere a banali minacce o punizioni del tipo «te lo butto via», «non te lo compro», «salti la merenda», «non puoi guardare la tv». Tuttavia, le minacce o le punizioni non risolvono il problema alla base perché il bambino non arriva a convincersi dell’importanza del riordino e, dunque, non ne è persuaso. Riordina solo perché gli scoccia vedersi buttare via i giocattoli o saltare la merenda.

La prova è che quelle minacce si tradurranno solo in un ripiego momentaneo. I giochi verranno semplicemente spostati dal pavimento alla scrivania o schiacciati a forza nei cassetti stracolmi. Per quanto si possa pensare che ottengano l’ordine, minacce e punizioni sono l’ultima carta da giocare nei confronti dei bimbi che non hanno la volontà di mettere a posto le cose, tanto più che non rendono il bambino in grado di riordinare davvero.

Da dove iniziare?

Dato che non esistono formule magiche, ai genitori non resta che mettersi l’animo in pace e insegnare ai
figli a riordinare.

Allora, da cosa è meglio iniziare?

Un mio amico si lamenta: «Vorrei che riuscissimo a insegnarglielo, ma la madre non sa riordinare e quindi non si può pretendere che mio figlio si interessi al riordino».

Una cosa è certa: un genitore che non sa fare qualcosa non può pretendere di poterlo insegnare al figlio. Tuttavia, ci sono molte cose che un adulto da solo non sa fare, ma nelle quali può riuscire se si avvale della collaborazione dell’altro genitore.

Ad esempio, capita a tutti di mangiare con i gomiti sul tavolo oppure di non rispettare le buone maniere a tavola quando si è in compagnia di amici o di altre coppie. Quando, però, siamo a tavola con i bambini, nasce in noi il desiderio che loro imparino le buone maniere dello stare a tavola e allora prestiamo attenzione alle nostre cattive abitudini: «Guarda che hai i gomiti sul tavolo», «Non si infilzano le patate con le bacchette», «Se mangi con la bocca nella ciotola sembri un cane». Quindi, per evitare che nostro figlio ci dica «Ma lo fai anche tu…», prestiamo grande attenzione anche a come ci comportiamo noi. Prima di strillare «I gomiti!», allora, controlliamo di avere le braccia composte e di non adottare una postura scorretta. Prima di ammonire «Non si avanza il cibo», sarà meglio che i nostri occhi corrano a controllare che nel nostro piatto non sia rimasto nulla. Così facendo, in poco tempo, assumeremo con naturalezza la corretta condotta che si confà a un genitore e ci accorgeremo di aver fatto nostre, senza sforzo, le buone maniere a tavola.

Insieme ai figli si educano anche i genitori: in questo consiste il «prendere due piccioni con una fava» dell’educazione dei bambini.

Ed è in questo senso che suggerisco a ogni genitore di affrontare il riordino insieme ai propri figli.

Perché il riordino è fondamentale?

A questo punto, provate a riflettere per un attimo: perché il riordino è così importante?

Di riflesso rispondereste: «Mi vergogno a lasciare a soqquadro la camera», o «Togliersi i vestiti e buttarli qua e là è da disordinati». Perché la pensate così? Proviamo a riflettere considerando le faccende domestiche. Ad esempio, anche se il cibo che ha cucinato un nostro amico non è particolarmente buono, generalmente lo giustifichiamo pensando: «In fondo, ciascuno ha i suoi punti forti e punti deboli». Allo stesso modo, anche il fatto che qualcuno sia negato nelle faccende domestiche rientra nella sfera individuale di pregi e difetti.

Una volta mi è capitato di far visita a una mia amica e di aver intravisto dall’ingresso la camera da letto; ho come avuto l’impressione di aver visto qualcosa che non andava. Quando ho aperto la porta della cabina armadio scambiandola per sbaglio con quella del bagno, ho visto con i miei occhi un mucchio di vestiti buttati alla rinfusa ed è come se avessi conosciuto da capo quella persona; il mio primo pensiero è stato: «Ah, quindi è un tipo del genere…».

Mi viene da pensare che nel riordino si possa scorgere qualcosa della natura di una persona.

L’insano accumulo di polvere nella stanza; i vestiti appena tolti che si ammassano uno sopra l’altro, che si stropicciano e che bisogna stirare di nuovo quando li si vuole indossare; le bollette da pagare buttate alla rinfusa che giacciono nell’oblio fino alla scadenza: anche solo per queste conseguenze seccanti, ho la netta sensazione che il riordino sia di fondamentale importanza.

Esiste poi una seconda ragione immediata.

(Continua in libreria…)

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