"E se in realtà, scappando dai luoghi comuni e dalle banalità, si finisce per diventare banali?". Se lo domanda Stefano Bartezzaghi  nel nuovo saggio

Stefano Bartezzaghi (nella foto di Anna Fantuzzi, ndr), giornalista, saggista, docente di Semiotica e di Teorie della Creatività, nell’introduzione del suo nuovo saggio, Banalità. Luoghi comuni, social network e semiotica (Bompiani), scrive: “Ho provato, o mi sono arrischiato, a seguire due convinzioni. La prima è che abbiamo sbagliato spauracchio e che convenga invece cercare di ‘avere un buon rapporto’ (come oggi si dice) con la banalità, nostra personale e altrui. Come accade con le persone, per ‘avere un buon rapporto’ con qualcuno occorre guardarlo in faccia, conoscerlo, rivolgersi a lui con schiettezza. Facciamoci amica la banalità, amici! Quantomeno ci distingueremo dal gregge che intende scansarla. La seconda convinzione è che i social network oggi siano un ambiente particolarmente adatto a farcela guardare in faccia e conoscerla. Non dico che la banalità contemporanea sia tutta nei social network, né che tutto ciò che è nei social network sia banale: dico che essi costituiscono un buon campo per la sua osservazione”.

stefano bartezzaghi Banalità. Luoghi comuni, social network e semiotica

Nel libro Bartezzaghi, che in passato ha pubblicato diverse raccolte di giochi linguistici, enigmistici e letterari, e che ha curato e commentato la nuova edizione degli Esercizi di stile di Raymond Queneau nella classica traduzione di Umberto Eco, si interroga dunque su come la presenza della banalità sembri dilagante nel mondo contemporaneo. Ma da cosa dipende la banalità? E in che rapporto è con i social network? Queste sono solo due delle domande cui Bartezzaghi prova a dare risposta.

Nelle pagine del suo saggio l’autore, afferma che la banalità è il demone della società contemporanea, perché è proprio da essa che si cerca di scappare. E se in realtà, scappando dai luoghi comuni e dalle banalità, si finisce per diventare banali?

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