La raccolta “Vivi e morti” è l’ultimo lavoro della scrittrice e saggista britannica Zadie Smith: un libro all’apparenza senza centro – la stessa autrice, nella prefazione, invita a leggerlo e ad abitarlo liberamente – che riflette su alcuni temi contemporanei (battaglie culturali incluse) attraverso l’analisi di film, libri, necrologi, e interventi politici e militanti. Ne emerge una ricerca di modelli, di forme di riconoscimento nel passato e il desiderio di tracciare genealogie. Centrale è l’idea di letteratura che Smith difende in queste pagine: il riconoscimento, finanche la difesa, cioè, dell’ambivalenza e della contraddittorietà dell’essere umano

Zadie Smith è probabilmente una delle più interessanti scrittrici inglesi contemporanee, nonché una saggista strepitosa: lo sapevamo già da Cambiare idea, nel 2009, e dopo Feel Free (2018) e Questa strana e incontenibile stagione (2020); l’ultima raccolta, Vivi e morti (Sur, traduzione di Martina Testa), arriva a confermarcelo.

All’apparenza si tratta di un libro senza centro, che si muove da discussioni su film e libri, a necrologi, a interventi politici e militanti, e la stessa Smith, nella prefazione, invita a leggerlo e ad abitarlo liberamente.

copertina Vivi e morti

Eppure ben presto ci si rende conto che abbiamo fra le mani un testo molto più coerente di quanto si presenti a un primo sguardo, attraversato, com’è, da due macrotemi che scorrono carsicamente lungo le pagine.

Il rapporto con il passato e il dibattito sulle guerre culturali

Il primo è senz’altro il rapporto di noi soggetti contemporanei (e in particolare di quelli della generazione di Smith) con il passato: che talvolta si presenta proprio nella forma del dialogo o dello scontro intergenerazionale, come nell’acutissima lettura di Tàr; oppure nel modo in cui la sensibilità d’oggi si riversa nelle nostre letture e valutazioni dell’arte del passato – in questo senso, pur senza esserlo, Vivi e morti è anche un testo che implicitamente si inserisce nel dibattito sulle guerre culturali.

Un richiamo alla complessità

E ciò che più colpisce è il richiamo alla complessità di Smith, lo strenuo tentativo di portare avanti un discorso etico-politico pur senza appiattire il ragionamento su facili opposizioni o posizionamenti binari. O facili giudizi: è facile, per noi, chiederci e indignarci perché ogni persona dell’Inghilterra georgiana non si sia completamente dedicata all’abolizione della schiavitù: eppure, immagina Smith, probabilmente gli studenti del futuro avranno le stesse reazioni su di noi che continuiamo a comprare iPhone pur sapendo che contengono cobalto estratto da bambini sfruttati – soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, in cui sono circa quaranta mila, secondo i dati di Amnesty International, i minorenni costretti a lavorare in condizioni che potremmo ancora definire coloniali.

Feel free. Idee, visioni, ricordi zadie smith

Quel confine scivoloso fra l’interessarsi all’altro e parlare al posto dell’altro

La stessa problematizzazione si trova sul piano dell’arte: così, Il moro con piatto di smeraldi di Balthasar Permoser, statua del 1724, in pieno stile orientalizzante, è riconosciuta come una forma di feticizzazione dell’altro, “eppure era bello”, scrive Smith.

Allo stesso modo è possibile immedesimarsi in Madame Bovary o Anna Karenina, pur percependo e riconoscendo una crepa dietro questi personaggi, una crepa in cui si intravede la mano maschile dei loro creatori. E in questa crepa si infila anche una delle sfide più grandi per una letteratura che non vuole arrendersi all’idea di dover scrivere solo delle persone sostanzialmente “simili” all’autore o all’autrice: vale a dire contrattare quel confine scivoloso fra l’interessarsi all’altro e parlare al posto dell’altro.

Ed è questa l’idea di letteratura che Smith difende in queste pagine: il riconoscimento, finanche la difesa, cioè, dell’ambivalenza e della contraddittorietà dell’essere umano. In questo senso la letteratura può essere una forma per interessarsi a ciò che è meno simile a noi – e così conservare una forma di conoscenza.

Scopri il nostro canale Telegram

Seguici su Telegram
Le news del libro sul tuo smartphone

Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Inizia a seguirci ora su Telegram Inizia a seguirci ora

Pur nella consapevolezza, e nelle pagine di Vivi e morti emerge fortissima, che molto più spesso l’arte è stata una forma per parlare al posto dell’altro e, ancor di più, dell’altra: per esempio della musa, forma stessa della possibilità di esistenza dell’arte maschile. La forma, appunto, perché per Smith la questione non riguarda tanto, per esempio, che Lucian Freud sia stato un pittore misogino, e in virtù di questo dovremmo riconsiderare la sua arte.

La questione è su un piano diverso, e forse ancora più politico: perché è l’arte stessa di Freud, scrive Smith, a contenere “in sé stessa il limite fondamentale della misoginia, che è una forma di visione parziale, un handicap con precise conseguenze, se sei un ritrattista i cui soggetti sono spesso donne”.

La misoginia è anche una forma di non-vedere

La misoginia è così anche una forma di non-vedere: eccolo il secondo grande tema di questo libro: la cecità. La cecità della misoginia come ideologia perniciosa che non ci ha permesso di vedere molte cose; o quella coloniale, che ha sistematicamente ignorato, tolto da sotto la vista, le storie di chi non deteneva il potere: l’arte pubblica, così, è al tempo stesso un modo di rappresentare la nostra memoria collettiva e “altrettanto spesso un’opera di cancellazione storica e manipolazione politica”.

Può interessarti anche

Oppure la scoperta, leggendo Black England di Gretchen Gerzina, che le persone nere hanno sempre abitato l’Inghilterra: nel 1596 la regina Elisabetta emise un editto per imporre alle persone nere di lasciare il paese perché erano troppe, o Francis Williams, poeta e classicista giamaicano del ‘700 che aveva studiato a Cambridge. Ripercorrendo questi esempi, Smith riflette così soprattutto sulla ricerca di modelli, di forme di riconoscimento nel passato, nella scoperta di spazi di possibilità.

Tracciare genealogie

In una parola, sta tracciando delle genealogie, come insegnava Virginia Woolf in Una stanza per sé quasi cent’anni prima, e come aveva iniziato a fare negli anni ’70 Alice Walker, in Alla ricerca dei giardini delle nostre madri, per le donne afroamericane.

Così nell’articolo per la morte di Toni Morrison, la prima donna nera a vincere il premio Nobel per la letteratura, Smith può scrivere: “figlie di Toni Morrison: categoria nella quale mi includo”.

Zadie Smith Swing time

Come una ragnatela attaccata alla vita

La cecità di cui Smith parla a volte ha anche risvolti immediatamente politici, come nel discorso tenuto durante una manifestazione di Extinction Rebellion, in cui la cecità è quella cosciente delle persone che lavorano a Tufton Street, che decidono di non vedere il cambiamento climatico, perché sono “il tipo di persone con quattro figli iscritti a scuole da quarantamila sterline a trimestre, che sperano di trasferirsi da Islington a Notting Hill, e si sono abituati a una vacanzina ai Caraibi sia a febbraio che ad aprile […]. E la cosa che risulta molto scomoda rispetto ai loro sogni è tutta questa noiosissima ‘isteria climatica’”.

Per riprendere ancora un’immagine woolfiana, questo libro è come una ragnatela attaccata alla vita: sembra espandersi in molte direzioni, ma in fondo si struttura vischiosamente intorno ai temi principali della nostra contemporaneità, con l’implicito invito a guardare meglio e guardare da prospettive molteplici: “ci sono cose a cui la soggettività è cieca e che solo dall’esterno si riescono a vedere”.

Scopri le nostre Newsletter

Iscrizione alla Newsletter
Il mondo della lettura a portata di mail

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it

scegli la tua newsletter Scegli la tua newsletter gratuita

Fotografia header: Zadie Smith (c) Ben Bailey-Smith

Libri consigliati