"La biblioteca personale di un uomo ha la medesima importanza del suo guardaroba. Dice tutto di lui...". Viaggio alla scoperta della libreria personale di "un ottimo collezionista di libri. Né bibliomane né bibliofilo né accumulatore. Ordinatore, piuttosto...". Che ama le provocazioni e che ci svela come tiene "in ordine" circa 20mila volumi - #lelibreriedegliscrittori

La biblioteca personale di un uomo ha la medesima importanza del suo guardaroba. Dice tutto di lui: se ha gusto, se ha stile, se ha soldi, quali sono le sue passioni, quali le idiosincrasie. Anche i libri, come gli abiti, si sfoggiano per fare colpo. E anche le giacche, come i libri, si comprano pur sapendo che non si indosseranno mai. La lettura, del resto, è un habitus. Possiedo decine di giacche mai messe. E migliaia di libri che non ho mai letto, né mai leggerò, né leggerei anche avessi altre vite. Però li tengo con me. Status symbol?

Comunque tendo a fare amicizia solo con persone che hanno almeno ventimila libri, cifra alla quale arrivava la mia biblioteca l’ultima volta che li ho contati, per approssimazione. Centocinquanta libri in doppia fila a scaffale, per sette pareti da venti scaffali l’una, su due piani di appartamento, uguale 140 scaffali, circa ventimila volumi. La matematica non è un’opinione, anche se il settore scientifico della biblioteca – squisitamente umanistica – è volutamente il più scarso.

I libri in parte li compro sulle bancarelle o nelle librerie antiquarie, qualcosa sul sito maremagnum.com, la maggioranza mi arriva gratis per il mio ruolo di giornalista culturale, ma tengo poco: molto butto via, regalo agli amici o scambio con pezzi di valore coi bouquinistes di Milano. Altri invece li rubo: ad amici scrittori, editori, colleghi, librai. Ho sempre pensato che nella mia biblioteca staranno meglio che in qualsiasi altra parte.

Di fatto sono un pessimo lettore: i romanzi non li finisco quasi mai, delle poesie pilucco qualche verso, nei saggi salto i capitoli, baro, sfoglio, alterno un libro all’altro, a pezzi. Però sono un ottimo collezionista di libri. Né bibliomane né bibliofilo né accumulatore. Ordinatore, piuttosto. Non essendo un intellettuale che può vantare i libri letti, vanto i libri posseduti.

La mia libreria è pensata per incutere timore e tremore all’incauto ospite, il quale deve sentirsi in imbarazzo di fronte a tale mole e importanza. Realizzata da un maestro artigiano, in ciliegio cileno, un legno chiaro che col tempo acquista l’ombreggiatura del miele, imponente, che corre lungo tutte le pareti della casa con le sole interruzioni delle grandi finestre (di solito oscurate, niente più della luce rovina coste e copertine), la mia biblioteca non ha alcuna suddivisione logica: non avendo alcun bisogno di ritrovarli, i libri non sono ordinati né per formato, né per colore (suddivisione che in Inghilterra ultimamente va molto di moda), né per editore (non sopporto chi raccoglie su uno scaffale quei dieci-venti adelphini o quella cinquantina di Sellerio, neppure fosse la collana completa dei Gettoni o della PBE), né per aree linguistiche o tematiche, che poi devono essere sempre aggiornare.

No. I libri li sistemo in un fintamente studiatissimo disordine, alternando artisticamente libri più alti a libri più bassi e file di taglio ad altre di piatto, impilando i libri uno sull’altro secondo misteriose regole estetiche e illogiche, fra trattati di gnomonica, rare storie degli scacchi, Il libro delle pipe di Buzzati nell’edizione Martello del 1966, i vecchi libri della collana umoristica della Bietti, le prime poesie di Piero Chiara stampate a Poschiavo nel ’45, o La Linea Superstar di Osvaldo Cavandoli nella prima edizione Glenat del 1985… e, appoggiati alle prime file, con meditata noncuranza, plaquette, libri d’artista, libricini a tiratura limitata, rarità bibliografiche, i Scheiwiller introvabili… Insomma, l’argenteria. Loro, sono contenti così.

*L’autore è inviato culturale de Il Giornale

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