È uscito "Borne" il nuovo romanzo di Jeff VanderMeer, l'acclamato autore della Trilogia dell'Area X. Un libro che ci porta in un futuro distrutto da una catastrofe ecologica, tra orsi volanti, stranissime creature e biotecnologie fuori controllo. Una storia di avventura, di amore tra madre e figlio, che ci spinge a riflettere su cosa significa essere delle persone - L'approfondimento

Nel palazzo della letteratura, ai piani alti, ciclicamente c’è un avvicendamento di correnti telluriche che rendono un genere, un paradigma narrativo, capace di intercettare meglio lo spirito del proprio tempo: il giallo postmoderno, il noir, la crime-fiction realista dei primi Duemila. Negli ultimi anni al tavolo si è seduta la fantascienza, o più ampiamente – ma più precisamente – lo sconfinamento in mondi immaginari, che sembra il terreno più fertile dove si coagula il nostro immaginario.

jeff vanderMeer
Tutte le copertine delle edizioni italiane dei libri di VanderMeer sono realizzate dall’illustratore Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ

Varie le ipotesi, e tutte aggrovigliate: la realtà è troppo complessa, mediata, stratificata, ci lascia spaesati; un clima politico teso che suona distopico; c’è anche – scriveva un poeta  –  che di tutti i sogni che potevano toccarci ce n’è toccato uno meschino, da campagna promozionale, da televisore acceso e cerchiamo tutti di immaginare un’alternativa, in un presente definito dal non darne.
Se sia una moda o meno lo dirà il tempo: magari quando tutto si fa più veloce e connesso i vecchi –ismi durano un paio di primavere.

Com’è e come non è, a questo tavolo si è conquistato un posto importante Jeff VanderMeer, scrittore ed editor statunitense, che con i suoi ultimi romanzi ha risalito la china del palazzo letterario con la stessa forza del suo Mord, l’orso di cinque piani al centro di Borne (Einaudi, traduzione di Vincenzo Latronico), che, appunto, i palazzi li butta giù come soldatini, senza troppi complimenti. Sfrangia anche i confini della stessa fantascienza, che gli appare come un limite. Per lui si parla di weird fiction, “strana”: una narrativa che mescola, sfugge e supera i generi; e anche il concetto di genere.

Per Mark Fisher (The Weird and the Eerie) weird è la compresenza di due elementi diversi, ma con un sentore di sbagliato, come un dato incongruente, una specie di errore. Era weird La trilogia dell’Area X, la precedente serie di romanzi di VanderMeer, con i suoi tunnel che sono anche torri, dalla quale (da Annientamento) Alex Gardland ha tratto un film (dal 12 marzo su Netflix). E una sensazione di stranezza c’è ne Le visionarie (Not), antologia di racconti distopici e femministi, curati da Vander Meer con la moglie Ann. Anche Borne – non poteva essere altrimenti – è stranissimo.

Lo scenario è quello di una città senza nome in un futuro distante, distrutta da una catastrofe ecologica, causata dalla sperimentazione biotecnologica della Compagnia. Il mare si è seccato, il fiume che circonda la città è una brodaglia tossica di metalli pesanti, petrolio e liquami. Il mondo è tutto lì: un’apocalisse permanente, senza centro o forma; quanto ne resta è uno scarto o lo spettro di un passato che continua a trascinarsi senza un orizzonte. Della Compagnia resta Mord, un gigante orso volante, sfuggito alla capacità dei suoi controllori, che ora semina distruzione e regge le sorti della città, anche attraverso una schiera di suoi simulacri.

Uno scarto è Rachel, protagonista e voce del romanzo, ha un’infanzia di migrazioni tra un campo profughi e l’altro, “pensando di poter sfuggire alla disgregazione del mondo” (le pagine sulla sua infanzia sono una piccola gemma incastonata dentro il romanzo). Rachel si è ritrovata a sopravvivere cacciando tra i rifiuti cibo o gli scarti di bio-tech, vermi diagnostici, blatte da difesa, etilsardine. Così il suo compagno, Wick, un ex-dipendente della Compagnia, che tira a campare creando biotecnologie nella piscina del rifugio che condividono; di fatto uno spacciatore di mnemoblatte – in grado di innestare i ricordi altrui, una “droga bella e terribile e dolce e triste come la vita stessa”.

Una vita, la loro, sconvolta allo stesso modo da Borne.

Borne è un qualcosa a metà tra un’entità naturale e no che Rachel raccoglie dalla pelliccia dell’orso e decide di portare con sé. All’inizio è simile a un ibrido tra un calamaro e un anemone di mare, una strana pianta, ma cresce a una velocità impressionate e comincia ad animarsi. Intesse con Rachel una dinamica tra madre e figlio, con momenti di tenerezza purissima, capaci di far dimenticare in un secondo che il figlio, insomma, è un mezzo calamaro; una relazione che complica il rapporto con Wick, preoccupato da quel mutante, ma anche escluso.

È il più bel racconto di formazione di un’entità non propriamente naturale che si ricordi: Borne cresce a una velocità impressionante, comincia a parlare (dapprima stenta, perché percepisce le cose in modo diverso) a cambiare forma, sostanza e odore; a un certo punto va via di casa – con tutto quello che comporta per una madre vedere il proprio figlio allontanarsi; e assume parecchia importanza nello scontro contro Mord per la sopravvivenza dei due e della città. Una lotta che intanto si complica, dopo che un’entità misteriosa, la Maga, attacca Mord.

borne jeff vandermeer

Ma come ogni storia d’amore, è una piccola rivoluzione (madri e figli, amici o amanti: fa poca differenza): è anche il romanzo di formazione di Rachel, e quindi di come il contatto con gli altri ti cambi in modo viscerale. Crescere Borne per Rachel significa essere costretta a ripensare completamente a parole come “bello” o “schifoso”, cambia del tutto i contorni del suo mondo; è, esplicitamente, anche il romanzo di formazione di noi, lettori. Tramite Borne siamo costretti a uscire per un attimo dalla nostra condizione così (soltanto) umana per guardare le cose come un esserino che le percepisce in maniera differente, toccandole coi suoi tentacoli. Qualcosa che ci rende forse un po’ più umili di fronte alle nostre umanissime catastrofi. Così fuori dal nostro controllo e dai nostri orizzonti da risultarci astratte pur nella loro concretezza.  Fa riflettere che anche dalla prospettiva inumana di Borne: “il mondo è rotto e non so come aggiustarlo”.

Messa così, Borne, potrebbe sembrare un brillante romanzo “di genere”; fatto di trama avvincente e una componente di invenzione fantastica, giocosa e strabiliante. E invece no. Della narrativa di genere Borne ha le cose migliori. Per esempio, la leggibilità: è uno di quei romanzi per cui una pagina tira l’altra. Insomma, è divertente. Ma, l’impressione è che seppure VanderMeer volesse scrivere qualcosa di estremamente facile abbia una visione della realtà così complessa e stratificata tale da complicarla esponenzialmente.

borne jeff vandermeer

Per l’Area X, si era parlato molto, come ha fatto Gianluca Didino su Prismo, degli iperoggetti di Timothy Morton. Gli iperoggetti sono quei fenomeni plurali così estesi, nello spazio e nel tempo, da risultare al di là della nostra capacità di comprenderli. È un iperoggetto il riscaldamento globale: possiamo vederne alcune manifestazioni: le piogge acide, l’innalzamento del livello dei mari, ma non possiamo esperirlo come un oggetto finito e concreto, che può essere localizzato e osservato. Anche perché sono viscosi; si situano tra l’individuo e l’ambiente; sono dentro e fuori di noi, dunque ne facciamo parte. Essere all’interno di questi fenomeni comporta la parzialità del nostro punto di vista; facciamo parte di un sistema di cause complesse, ma lo vediamo dall’interno; non c’è una reale distanza tra l’oggetto osservato e gli osservatori e non siamo in grado di percepirne l’entità. In Borne questa dimensione non manca. “Come comprendiamo le cose non umane?”, è una domanda tra le righe di ogni pagina. Potrebbero essere iperoggetti la catastrofe della città, la biotecnologia che letteralmente entra a far parte dei corpi; anche la Compagnia, che satura tutte le gerarchie del mondo. Ma questo, rispetto all’Area X, è presente più sullo sfondo, come una struttura del sentire che ha al centro l’idea di connessione e di contaminazione; di essere costantemente bombardati da una serie di input opposti. Borne, infatti, conosce il mondo “solo per frammenti che non collimano mai”.

borne jeff vandermeer

Una sensazione strana, il weird. La sensazione, è che il discorso ecologico – come scriveva Joshua Rothman sul New Yorker – serva anche  (e non escludendo il piano letterale) come una metafora per un mondo interconnesso, troppo grande per essere compreso e allo stesso tempo troppo pervasivo per poter evaderne. Se l’Area X aveva a che fare con la complessità del rapporto con l’ambiente, con l’altro da noi, stavolta lo stesso sguardo, lo stesso paradigma tocca più esplicitamente l’uomo stesso; la complessità è quella delle nostre relazioni: cosa ci rende delle persone? Cosa ci rende umani? Quali scelte sono morali? Domande poste in un universo dove il confine tra incubo e realtà è fluido, contraddittorio; dove tutto è connesso, interagisce, si contamina: l’amore è anche tradimento, tenere a qualcuno è anche lasciarlo andare; Rachel cresce Borne, che cresce Rachel, che a sua volta è un personaggio umano e morale, ma anche totalmente, inevitabilmente, inumano; un mondo dove l’oblio è anche memoria; dove le cose sono contemporaneamente il loro opposto (anche “un cortile, è esposto alle intemperie ma anche no, esposto a Mord, ma anche no”); dove Rachel “sente di essere sparpagliata e a pezzi, ovunque e in nessun luogo”. E anche i confini tra la vita e la morte sfumano: il materiale biogenetico “moriva costantemente ma mai del tutto, ma neppure viveva, in fondo”. La speranza è disperata, inerzia e cocciutaggine, ma anche quella così umanamente circoscritta all’orizzonte dei personaggi. E soprattutto Borne – che se lo chiede più di una volta – è una persona ed è un’arma, e nessuna delle due.

Alla fine, Borne contamina anche chi lo legge: quando lo chiudi hai la sensazione di aver letto un romanzo d’avventura, che ti assorbe lasciando lo strascico di un lutto minimo; con all’interno un altro romanzo di quelli che poi una mattina ti svegli, guardi il pavimento, ed è strano, e ti chiedi se stavolta ti reggerà o meno.

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